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Banca Popolare di Bari: il salvataggio passa ora per le transazioni con
gli azionisti

Entro il 31 luglio i soci devono decidere se aderire all’offerta di accordo riguardo gli aumenti di capitale del 2014 e 2015

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Il salvataggio della Banca Popolare di Bari sottoposto all'assemblea straordinaria svoltasi il 29 giugno presenta come ultimo passaggio un tipico caso di “dilemma del prigioniero” ma con l’aggiunta di una variante "all'italiana".

La situazione proposta è infatti analoga a quella del noto gioco applicato alla teoria economica: se la maggioranza degli azionisti deciderà di non accettare la proposta transattiva, la banca sarà posta in liquidazione coatta amministrativa. Se, invece, il numero di aderenti sarà tale da raggiungere lo scopo dei commissari, gli altri potranno fare causa puntando ad un risarcimento integrale.

Il punto cruciale dell’intera operazione di salvataggio è infatti costituito dall'offerta di transazione con gli azionisti che hanno sottoscritto i due aumenti di capitale del 2014 e del 2015, operazioni per cui la banca è stata sanzionata dalla Consob ed è sotto inchiesta della Procura di Bari a causa delle irregolarità riscontrate nella gestione. Senza liberarsi dei rischi che un elevato numero di vertenze legali potrebbero cagionare, l’istituto non potrà essere in grado di proseguire l’attività. Basti pensare che la sola ricapitalizzazione del 2014 portò in cassa 300 milioni dal collocamento delle azioni e 200 milioni dai bond subordinati. Destinatarie dell’offerta sono le persone fisiche, anche se titolari di ditta individuale, portatrici delle azioni della banca al 31 marzo 2020, ad eccezione dei clienti con posizioni a debito in sofferenza e analoghe.

La proposta prevede, a fronte della rinuncia ad ogni altra pretesa o azione connessa agli aumenti di capitale del 2014 e 2015, un indennizzo pari a 2,38 euro per azione -ultimo prezzo di negoziazione al mercato Hi-Mtf- ricevuta originariamente a seguito della sottoscrizione degli aumenti del capitale. Un importo che corrisponde al 25% del prezzo pagato. La proposta transattiva avrà efficacia solo al raggiungimento di un numero minimo di adesioni pari al 50% dei destinatari e portatori di un numero di titoli pari almeno al 60% del controvalore delle azioni detenute, sempre valorizzate al prezzo di euro 2,38. In caso di adesione totalitaria, il costo a carico della banca sarebbe di circa 65 milioni. Un importo enormemente inferiore alle svariate centinaia di milioni di risarcimenti cui potenzialmente l'istituto deve far fronte.

In aggiunta, i destinatari della proposta transattiva e degli incentivi potranno accedere a servizi e prodotti bancari e assicurativi a condizioni agevolate, come pure ad un particolare “Tavolo di Conciliazione di Solidarietà” tramite cui saranno trattati singolarmente i casi di azionisti che versano in stato di oggettiva difficoltà economica. Ciò è previsto anche per gli azionisti non registrati quali soci.

Tutta l’operazione, così come proposta e se rapportata alla recente storia delle altre banche fallite, porta ad un paradosso. Il socio che ritiene di poter vincere una causa per la mala-vendita delle azioni può decidere di rinunciare alla transazione del 25% con la quasi certezza di vedersi proporre, come per le altre banche fallite, un ristoro del 30% da parte dello Stato nel caso in cui troppi facessero la medesima scelta.

Quali saranno i comportamenti dei soci della Popolare di Bari? Incassare il 25% subito è meglio che attendere il 30% da parte dello Stato che arriverà però con tempi lunghi. Inoltre, e soprattutto, occorre ricordare che l'aumento di capitale del 2014 fu organizzato in forma mista mediante emissione di azioni e di obbligazioni subordinate proposte alla clientela tramite un “pacchetto 50%+50%”.

La riuscita della ricapitalizzazione, come evidenziato dai commissari, comporterà anche il regolare pagamento di cedole e capitale delle obbligazioni subordinate. In caso di liquidazione coatta, invece, il ristoro di Stato avverrebbe al 95% del nominale cui decurtare la parte di cedole incassate nella misura superiore al rendimento medio dei Btp dell’analogo periodo.

Nella seconda metà di giugno si è assistito ad un vero e proprio “assalto” agli azionisti da parte delle agenzie della banca, aperte su appuntamento anche il pomeriggio ed anche al sabato mattina. In agenzia è stata sottoposta ai soci non solo la delega per la partecipazione in assemblea ma anche la transazione. Non è difficile ipotizzare che, sotto la spinta degli addetti, la gran parte degli interessati abbia pertanto già aderito alla proposta.

Possiamo quindi ritenere che il salvataggio della banca sarà completato tramite il successo dell’offerta di transazione il cui termine ultimo per aderire è il 31 luglio.

Diverso il comportamento di chi punta al risarcimento integrale. Ed eccoci al dilemma del prigioniero di cui si diceva all'inizio: nel caso in cui si ritenga di possedere ottime possibilità di riuscita di una vertenza, la mossa migliore è non aderire alla proposta transattiva confidando che -come quasi certo- questa raggiunga ugualmente i minimi di adesione previsti. A quel punto sarà possibile fare causa alla banca mirando al risarcimento integrale.

E tra gli aderenti ai due aumenti di capitale “incriminati”, ma non solo tra di essi, ci sono tanti in possesso dei giusti requisiti. Nell'improbabile caso in cui troppi facessero la medesima scelta provocando il fallimento dell’operazione e della banca, invece, quasi certamente arriverà -come per le altre banche fallite- un ristoro del 30% da parte dello Stato. Non si rischia di rimanere a zero, insomma. Sempre che, ripetiamo, si ritenga di possedere le carte giuste per vincere in Tribunale.

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