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Schema Draghi, istruzioni per l’uso

Dalla teoria alla pratica c’è di mezzo la politica. Che con i decreti si è mossa in ordine sparso

Schema Draghi, istruzioni per l’uso

Mario Draghi, ex governatore della Bce

L’intervento pubblicato sul Financial Times dall’ex presidente della Bce, Mario Draghi, (in foto il suo ritratto in Bankitalia; credits, Paolo Cerroni) la sera del 25 marzo scorso, fa già parte della storia finanziaria della crisi-Covid. Fin da quel giorno lo “schema Draghi” ha fatto da piattaforma per la faticosa costruzione di una strategia comunitaria di contrasto finanziario al pesante riflesso recessivo da Covid.

“Le banche devono rapidamente prestare fondi a costo zero alle imprese in grado di (prepared to) salvare posti di lavoro", scrive il finanziere italiano nel suo editoriale. "Poiché in questa prospettiva le banche opereranno come agenzie pubbliche (a vehicle for public policy) il capitale di cui avranno necessità per svolgere questo compito dev’essere messo a disposizione del governo sotto forma di garanzie statali su tutte le linee di credito suppplementari (additional)".

"Nessuna normativa o regolamentazione aggiuntiva dovrebbero ostacolare la creazione nei bilanci bancari di ogni spazio necessario a questo fine. Ancora, il costo di queste garanzie non dovrebbe essere basato sul rischio di credito dell’impresa che ne beneficia ma dovrebbe essere zero, senza riguardo al costo del finanziamento per il governo che presta tali garanzie”. 

L’accesso straordinario al Mes o il progetto di Recovery Fund sono stati via via modellati direttamente sulla raccomandazione del banchiere centrale, ben visibile già nella titolazione del suo op-ed su FT: “più alti livelli di debito pubblico” appaiono ineludibili per “accompagnare la cancellazione del debito privato” delle imprese.

Il decreto Liquidità ha scaricato i nuovi problemi dell’economia reale e della sua governance su un settore bancario in transizione, lasciando però a banchieri e bancari un margine non piccolo di rischio finanziario e legale

E la leva operativa immediatamente disponibile ed efficace per il soccorso pubblico alle imprese in apnea finanziaria viene subito identificata  da Draghi nelle rete consolidata e “granulare” del sistema bancario continentale: “Le banche, in particolare, si estendono capillarmente nel sistema economico e sono in grado di creare moneta istantanea consentendo prelievi di cassa o aprendo linee di credito”.

Alla matrice sintetica dello “schema Draghi” (garanzia pubblica per il finanziamento di soccorso alle imprese attraverso il temporaneo utilizzo “pubblico” di un sistema bancario privato, di mercato) si è rigidamente ispirato anche il Decreto Liquidità. Che però, dopo due mesi di rodaggio, stenta ancora a decollare. Ministri e sistema bancario si rimpallano le accuse mosse dalle organizzazioni imprenditoriali.

L’eccesso di burocraticità contestato dalle aziende si mescola con l’incertezza delle tutele legali lamentate dal sistema bancario. Se lo Stato per primo ostacola il sistema bancario cui chiede una sorta di “noleggio” dei servizi di contatto finanziario qualificato con le imprese, è ovvio che lo schema non potrà funzionare. Ma non è la sola criticità sull’interfaccia fra politiche pubbliche e mercato creditizio. Nello schema Draghi, val la pena di sottolinearlo, la “liquidità dall’elicottero” non è riservata a tutti; e neppure a tutte le imprese. Queste “non dovrebbero accedere alla liquidità soltanto perché il credito è a buon mercato”.

Ci saranno d’altronde molte imprese che si dimostreranno capaci di fronteggiare la crisi solo “per un periodo breve”,  accumulando perdite che “comprometteranno la loro capacità di investire”. E queste aziende - nota subito Draghi - potranno restare competitive nel medio periodo, nel mondo post-virus, solo se potrà essere infine “cancellato” il debito contratto per coprire le perdite sofferte nell’emergenza.

A questo punto lo schema individua due percorsi di “exit” macro-finanziaria: o lo Stato compensa direttamente le perdite oppure le imprese deboli vengono fatte fallire e scatteranno le garanzie pubbliche per le insolvenze. Il primo percorso - sottolinea Draghi - si presenta preferibile per il rilancio dell’economia, naturalmente “a patto che sia contenuto l’azzardo morale” nel selezionare le imprese da sostenere strutturalmente. Il secondo orizzonte sarebbe invece tendenzialmente meno costoso per le finanze pubbliche, anche se ovviamente al prezzo di una minore azione di supporto alle imprese.

Come si misura il decreto liquidità italiano con lo “schema Draghi”? È evidente anzitutto - per il sistema Italia - la difficoltà di definire tuttora la flessibilità di indebitamento in equilibrio con una stima di costo finanziario di contrasto alla crisi manifatturiera. La Germania ha potuto fin dai primi giorni mettere sul tavolo con certezza centinaia di miliardi di euro; l’Italia no.

Mostra di conseguenza sezioni mancanti od opacità anche lo specifico “contratto d’agenzia” abbozzato fra Tesoro e banche italiane. A queste ultime - forse non diversamente da molti medici e infermieri - viene chiesto di decidere loro quali imprese vanno salvate e quali no. Il decreto offre un tentativo di soluzione, ma lascia a banchieri e bancari un margine non piccolo di rischio finanziario e legale.

Manca, soprattutto, a monte un criterio di politica economica che individui i settori sui quali governo e parti sociali vogliono puntare nella Ricostruzione. Solo così - evidentemente - può essere soddisfatta l’”equazione  Draghi”: massimizzare l’effetto-ripresa, contenendo sul piano industriale “l’azzardo (morale)” di finanziare un’impresa, minimizzando infine il costo per le finanze pubbliche.

Le banche si estendono capillarmente nel sistema economico e sono in grado di creare moneta istantanea consentendo prelievi di cassa o aprendo linee di credito

È su questo piano che emerge un netto disallineamento del Decreto Liquidità di aprile rispetto al Decreto Cura Italia di marzo e anche al Decreto Rilancio di maggio.  Il primo, in particolare, non ha mostrato alcuna attenzione a lasciare nelle casse aziendali dosi di liquidità. Il decreto - per molti versi - ha dunque chiamato il sistema bancario a sostenere (formalmente come agente del governo) settori dell’economia per il quale il governo ha finora invece fatto poco (al netto della controversa azione della commissione Colao).

Lo “schema Draghi” aveva una forza e una coerenza ben diverse: una volontà di agganciare la Ricostruzione alla ripresa delle imprese; una volontà e capacità di indebitare il Paese in modo controllato e una condivisione con il sistema bancario di linee-guida politico-economiche molto più che amministrative-legali.

Nella specifica impasse del Decreto Liquidità non sembra mancare una questione più profonda: quello del possibile ingresso dello Stato nel capitale delle imprese attraverso nuovi “fondi sovrani” attivati dalla Cassa Depositi e Prestiti.

Il sistema bancario italiano odierno è il risultato di una trentennio di privatizzazioni, internazionalizzazioni, fusioni e acquisizioni. I campioni nazionali (Intesa, UniCredit, Ubi, Banco Bpm) sono tutti public company quotate. Poli di primo livello come Bnp-Bnl o Credit Agricole Cariparma non sono più a controllo italiano.

Un gruppo come Mps è tuttora nazionalizzato dopo il più grave di una serie non piccola di dissesti. Il progetto di aggregazione lanciato da Intesa su Ubi - già prima dell’emergenza-virus - ha segnalato una spinta al riassetto bancassicurativo che la Fase Nuova sembra rendere più pressante ma anche più incerta.  È su questo settore bancario in transizione che il Decreto Liquidità è sembrato in fondo scaricare i nuovi problemi dell’economia reale e della sua governance.

I principali player (privati) dei mercati finanziari globalizzati - di cui Draghi è stato uno dei principali profeti - dovrebbero ora agire come “agenzie di politiche pubbliche”.  È una svolta di cui i mercati hanno per ora assaggiato il taglio dei dividendi bancari ordinato in corsa da governi e authority. Ma mai come oggi anche i “poteri pubblici” appaiono in cerca d’autore: certamente in Europa.  Chi è responsabili di cosa, con quali strumenti a disposizione?

La polemica politico-intellettuale dell’ultimo Draghi in Bce si è non a caso focalizzata sulla pericolosa assenza di una politica fiscale comune. In un mondo che si va ri-nazionalizzando e ri-statalizzando, non è sorprendente che governi e banche fatichino molto a collaborare. Ma non può essere un decreto a sciolgere o tagliare i nodi.

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