L’inflazione invisibile annidata
nei colossi hi-tech come Tesla

Guarda caso, dopo l’annuncio dell’imminente lancio della superbatteria da un milione di miglia, Elon Musk annuncia lo spitting delle azioni Tesla, mossa funzionale a piazzarne altre sui mercati per continuare a finanziare il suo sogno, che con un rapporto prezzo/utili di 800 potrebbe presto diventare l’incubo di molti.

Il lamento elettrico di Tesla alla Borsa di New York

Guardiamo il film a ritroso. Elon Musk, geniale inventore di soluzioni in parte straordinarie e in parte fasulle, convinto sostenitore del fatto che le Piramidi siano state costruite dagli alieni, ha annunciato qualche giorno fa un balzo in avanti dei suoi utili in Tesla e di aver messo a punto una batteria per auto elettriche capace di funzionare “per un milione di miglia”.
Risultato: il titolo Tesla, che dodici mesi fa valeva 235 dollari e l’11 agosto 1374, il 12 è balzato del 13% a quota 1554. La capitalizzazione del gruppo è di 289 miliardi, pari a quella di Toyota, Wolkswagen e General Motors messe insieme.
Come si chiama una cosa del genere?
Si chiama “inflazione”: cioè la denominazione monetaria iperbolicamente gonfiata di valori reali largamente meno preziosi. Il “main stream” dell’analisi economico-finanziaria mondiale bestemmierebbe in chiesa piuttosto che dirla così, ma è evidentissimo che i prezzi folli di alcuni tech-giant alla Borsa americana sono uno dei modi in cui l’inflazione si esprime oggi, concentrandosi sul listino azionario piuttosto che su pane, latte e consumi, pur essendo ufficialmente sparita dalle cronache economiche mondiale a dispetto di quella fonte inesauribile di irrigazione monetaria dei mercati che sono diventate le banche centrali.
Però attenzione: l’iperbole è diffusa ma molto diversa. Marcata per alcuni colossi ben redditizi, come Apple o Google o Microsoft. Totalmente folle per Tesla.
Il rapporto prezzo-utili di Tesla, ai valori di ieri, è di 800. Cioè 40 volte quello “sano” di un mercato azionario razionale, che è 20. Oppure 25 volte quello già “drogato” di Microsoft o di Alphabet, la holding di Google. Basta ragionarci un attimo per prendere atto che quelli di tesla sono valori totalmente strampalati. Figli di un’idolatria moda deleteria e suicida.
Tesla ricava i 4 quinti dei suoi recenti e magri utili non dalla vendita dei suoi prodotti ma dalla vendita dei “certificati verdi” che le altre case automobiistiche americane devono acquistare da lei per ottemperare alle leggi federali che penalizzano chi fabbrica auto inquinanti e privilegia la fabbricazione di auto elettriche. Quindi i big tradizionali, che non possono – pronti, via! – rottamare gli impianti che alimentato la filiera dell’auto termina per riconvertirli all’elettrico, sono costretti a svenarsi per far ingrassare Tesla. Musk lucra su una legge dello Stato. Un’inventore parastatale.
Nella sua storia imprenditoriale, Musk ha sempre sfruttato il rialzo borsistico dei titoli delle sue società per finanziarne i piani di crescita: niente di male, a patto che la crescita poi ci sia, e sia reale.
Lo sarà per Tesla? E quanto può durare questo giochetto? Ben poco: anno dopo anno, anzi ormai mese dopo mese, la qualità e quantità di offerta dell’auto elettrica di altre marche sta raggiungendo quella di Tesla, tanto che in Europa il modello elettrico più venduto è già oggi Renault.
Inoltre, la tecnologia dell’auto elettrica di Tesla non è così esclusiva ed esaltante come il miliardario vuol far credere, si vedrà adesso questa nuova superbatteria come sarà, ma di sicuro chi sul settore lavora e investe e studia da anni – dalla Nissan alla Mitsubishi alla Toyota – ha nei cassetti prodotti altrettanto brillanti e maturi pronti ad essere immessi sul mercato. Magari li “vende” peggio; ma questo si chiama esseri seri, e non pagliacci.
Musk è un pubblicitario straordinario, ma val la pena riguardarsi la sua carriera per ridimensionarlo. Anche la sua profittevole impresa spaziale è stata strafinanziata dai proventi delle sue performance borsistiche per poi arrivare a fare qualcosa di assai simili a quel che i russi fanno da vent’anni per lo stesso committente, la Nasa…portare in orbita satelliti (lo fa anche l’italianissima Avio) o astronauti…
Dove Musk eccelle è nel farsi prendere sul serio dai mercati.
Riprova ne sia quel che Musk ha annunciato subito dopo l’annuncio degli utili della superbatteria: un superplitting delle azioni, per le quali ogni attuale titolo Tesla verrà tagliato in 5 pezzi, perché abbassando il prezzo della singola azione si rende più accessibile l’investimento anche al signor Smith; tradotto: si amplia la platea degli ingenui da sedurre, trasposizione politicamente corretta di un’altra metafora, “polli da spennare”.
Che già abbandonano: il mese scorso, quasi 40.000 trader che utilizzano l'applicazione di investimento di Robinhood – la più usata e “di moda” tra le piattaforme per il trading on-line fai-da-te in America - hanno acquistato azioni Tesla, in un arco di possibilità di appena quattro ore.
Anche Apple un mese fa ha annunciato un frazionamento azionario "quattro per uno", forse in parte perché sperava che il prezzo delle sue azioni sarebbe salito se gli investitori avessero potuto acquistare più facilmente. Da allora - e anche prima che lo split avvenisse - il titolo Apple è infatti sempre e ulteriormente salito. Ma il rapporto prezzo-utili di Apple è 34, non 800.
 
 
 

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