Mediobanca, non serve un paladino
e se servisse non sarebbe Del Vecchio

Non c’è molto da dire, almeno per ora, sulla scelta del patron di Luxottica di salire al 20% di Mediobanca. Lo fa per guadagnarci, e ci riuscirà. Grandi moventi strategici non se ne vedono: potrebbero essercene mille, ma è difficile immaginarli fiorire nelle sue mani…

Mediobanca, da Bce ok a Del VecchioLa sua Delfin può salire fino al 20%

Leonardo Del Vecchio.

E mo’? Cioè: ora che la Bce ha autorizzato Leonardo Del Vecchio a salire al 20% di Mediobanca, e che quindi Del Vecchio lo farà, che se ne farà di questo 20%?
Per carità, lo sappiamo: è una domanda inelegante e impicciona. Sono soldi suoi. E la risposta di prammatica è: crede nell’azienda, è certo che si apprezzerà ancora e quindi fa un investimento finanziario, come del resto ha dichiarato. Certo, tanti soldi: circa 600 milioni da spendere. Prosit. Ma… la forma è sostanza, in certe cose.
Del Vecchio all’inizio della sua scalata disse che Mediobanca non era gestita bene. Poi ha corretto il tiro e ha detto che la gestione gli piace e che lui non intende interferire. Forse è anche grazie a questo impegno di astensione da qualunque pretesa gestionale che la Bce ha detto sì alla sua richiesta di crescita nel capitale dell’istituto che fu di Enrico Cuccia.
Il commento potrebbe finire qui. In fondo, Del Vecchio dovrebbe ben sapere sia di non essere un banchiere – di occhiali saprà tutto, ma di business bancario? - sia di aver compiuto 85 anni, e di non avere una filiera familiare attenta e attiva nel business, per cui non è appropriato parlare di dinastia imprenditoriale, nel suo caso, e di linea successoria delineata non solo negli interessi ma anche negli affari. Il che vale per Luxottica – che fondendosi con Essilor ha posto evidenti premesse di diventare francese quando tra cent’anni l’imprenditore passerà a miglior vita - sia per tutte le altre attività della holding Delfin.
E dunque? Dunque resta una constatazione ovvia ma non per questo meno triste. La constatazione del fatto che un’azienda finanziaria ben gestita, redditizia come Mediobanca, pur sempre capace di costituire un presidio italiano nella proprietà della nostra unica vera multinazionale finanziaria, le Assicurazioni Generali, non abbia mai potuto contare su un azionariato convincente.
Già: si è passati dai “debitori di riferimento” del salotto buono di Cuccia che servivano per bilanciare le banche dell’Iri – gente come Agnelli ma anche come Ligresti, per capirci - ad un fritto misto di soci stranieri e italiani a vario titolo poco interessati alla Mediobanca come azienda; ed oggi c’è un patto che lega poco più del 12% del capitale - e quindi tutela l’azienda da eventuali scalate ostili quanto una mascherina di garza può difendere una persona dal Covid. Come dire, niente si solido. Però basta: non è più epoca di scalare le banche. Ci sono poteri di tutela nelle mani dei governi che nessuno aggirerebbe facilmente. Vedasi alla voce Mediaset…
E adesso ti spunta un cavaliere bianco, anche se all’orizzonte non c’è nessun nemico, e che ti fa? Prima critica l’attuale gestione; poi fa retromarcia ma intanto compra a man salva titoli senza preavvisare; poi chiede di salire al 20% ma dicendo che non gli interessa gestire… Contento lui… Certamente ci guadagnerà. Basta che non si interdisca, per farlo, a disturbare il manovratore. Le banche – se non hanno la ventura di avere alle spalle un imprenditore creditizio vero e bravo (sono pochi gli esempi: Sella, Maramotti e spiccoli) - vanno gestite dal management nel rispetto della normativa e nella stabilità del controllo “public”. Il resto è folclore.
 
 

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