Le start-up nell’era del virus
possono rivelarsi solidissime

Quelle più mature, cosiddette scaleup, con fatturati già milionari e un’organizzazione paragonabile su scala a quella delle società quotate o delle migliori Pmi, hanno mediamente affrontato la crisi con una struttura economica e finanziaria più solida che gli ha consentito di assorbire la mutazione del mercato di riferimento

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La pandemia ha rallentato alcuni settori dell’economia e ne ha immobilizzato altri, con effetti sia sulle aziende tradizionali che sulle startup; queste ultime stanno reagendo rapidamente all’emergenza con azioni di contenimento dei costi, rallentando gli investimenti e, in casi estremi, modificando radicalmente il modello operativo, il target di clientela e le caratteristiche del prodotto.
La violenza dell’impatto della pandemia sulle startup è in linea di massima inversamente proporzionale al loro grado di maturità: massimo per quelle acerbe, minimo per quelle mature. Le prime, cosiddette early stage, pre-seed o seed, che tipicamente sono ancora carenti sulla maturità del prodotto, la struttura del team e la validazione del modello di business, hanno sperimentato enormi difficoltà nel fund raising, e senza la cassa necessaria hanno spesso dovuto tirare i remi in barca. Quelle più mature, cosiddette scaleup, con fatturati già milionari e un’organizzazione paragonabile su scala a quella delle società quotate o delle migliori Pmi, hanno mediamente affrontato la crisi con una struttura economica e finanziaria più solida che gli ha consentito di assorbire la mutazione del mercato di riferimento: tale dinamica in alcuni casi ha avuto un effetto particolarmente aggressivo (ad es. travel e fashion), ma in altri le ha addirittura premiate (deep tech, e-commerce).
 
La pandemia ha dimostrato che il grado di rischio delle scaleup è molto più vicino a quello delle Pmi e delle grandi corporate, che a quello delle startup early stage. Gli investimenti in scaleup aiutano giovani Pmi innovative a crescere e affermarsi sul mercato, diventando le aziende di successo del futuro. Generano cultura d’impresa e coltivano la classe imprenditoriale dei prossimi anni. Rinforzo e ricambio, a mio avviso, assolutamente necessario e opportuno nel nostro Paese.
 
Il venture capital (Vc) giocherà nei prossimi anni un ruolo sempre più decisivo finanziando startup, scaleup e Pmi innovative e affiancandole anche nell’evoluzione manageriale.
 
L’industria italiana del Vc vanta eccellenze e track record in linea con la media europea, ma è piccola nel numero di operatori e nella loro taglia media. Per adeguarla alla dimensione relativa della nostra economia rispetto ai leader d’Europa, è fondamentale l’aumento del numero degli operatori e il rafforzamento dimensionale di quelli già attivi. Un ruolo di primo piano è giocato in questo da Cdp Venture Capital Sgr, grazie al lavoro dei diversi team operativi composti da validi e competenti professionisti. Oggi più che mai sarebbe auspicabile che anche gli investitori istituzionali (fondi pensione, casse di previdenza, fondazioni bancarie, banche, compagnie di assicurazione, grandi imprese, family office) aumentassero gli impieghi in quella parte dell’economia reale, in particolare nella componente “tecnologica e innovativa”, per il tramite di operatori regolamentati, allocando una parte del loro patrimonio con continuità nell’asset class del Vc. Il Governo potrebbe varare incentivi fiscali per gli investimenti degli istituzionali nell’economia reale, in linea con quanto ha già fatto per i privati con il credito di imposta, ma con effetti di gran lunga più immediati e significativi, proprio per l’entità dei patrimoni di questi investitori.
 
Il Vc ha bisogno di capitali pazienti e di operatori con capacità ed esperienza, ma ha anche la necessità di remunerare gli investitori e di massimizzare la rotazione del portafoglio. Gli investimenti devono produrre exit in un tempo compatibile con la generazione di rendimenti coerenti con il grado di rischio dell’asset class. Tale esigenza è conforme con quella delle grandi imprese, pubbliche o private, che per rafforzarsi devono rivedere i propri modelli di business e accelerare la crescita anche attraverso acquisizioni di startup innovative e tecnologiche. Per questo è vitale che si favorisca il “dialogo” tra grandi corporate, operatori di Vc e imprese innovative, sia per internalizzare e mantenere in Italia l’innovazione sia per creare un florido mercato delle exit. Alcune recenti operazioni di M&A su scaleup italiane hanno dimostrato come l’innovazione può aiutare l’industria a stare al passo (tra le varie, ricordo Milkman/Poste Italiane e Tannico/Campari).
 
È evidente che le aziende per rafforzarsi devono rivedere i propri modelli di business e accelerare la crescita anche attraverso fusioni e acquisizioni, coinvolgendo soprattutto startup e Pmi innovative e tecnologiche.
 
Sempre in tema di supporto alle startup, in questi ultimi giorni abbiamo letto due buone notizie: il Ministro dello Sviluppo Economico Stefano Patuanelli, facendo seguito a quanto previsto dal Decreto Rilancio, ha dato avvio sia alla Fondazione Enea Tech, che gestirà il fondo pubblico dedicato al trasferimento tecnologico con dotazione iniziale di € 500 mln, sia al Fondo di co-investimento per il sostegno e rafforzamento delle startup e Pmi innovative che sarà gestito da Cdp Venture Capital Sgr e avrà una dimensione di € 200 mln. Riguardo Enea Tech, auspico che la gran parte delle risorse siano investite in fondi chiusi dedicati al tech transfer, alla stregua di quanto fatto negli scorsi anni da Cdp e FEI con il programma ITAtech.
 
Lo scenario dei prossimi mesi cambierà per gli operatori di Vc in Italia, per effetto sia della ripresa post-Covid, che sembra essere più complessa del previsto, sia delle iniziative ricordate. Per esempio, in merito all’attività di Vertis svolta nei primi 8 mesi del 2020, nonostante l’impatto negativo del lockdown e i timori legati agli scenari macro-economici, i team dei fondi in gestione hanno continuato a supportare le aziende in portafoglio e proseguito con le attività di analisi e selezione delle opportunità nelle quali investire, portando avanti negoziazioni e due diligence. La crisi ha rallentato gli investimenti delle grandi imprese e quindi le exit,allungando la durata media dell’holding period dei portafogli dei fondi.
 
In questi ultimi mesi siamo stati inoltre particolarmente vicini alle imprese finanziate, cercando di venire incontro alle loro esigenze e fornendo, ove necessario, il nostro aiuto nella pianificazione delle scelte e nell’individuazione delle priorità. Circa le scaleup partecipate, abbiamo visto founder consapevoli, attenti e pronti a ridefinire velocemente il modello di business dell’azienda.
 
Il target del nostro prossimo fondo di Vc, denominato “Vertis Venture 5 Scaleup” (VV5), che verrà lanciato nelle prossime settimane, sono le imprese operanti nei settori delle tecnologie industriali e digitali, che conseguono un fatturato di almeno € 3 mln, in continua crescita negli ultimi 3 esercizi. Il profilo di rischio di VV5 sarà più vicino a quello di un fondo di private equity che a quello di un fondo di seed o pre seed. Tale istituendo fondo diverrà operativo nei primi mesi del 2021 e realizzerà investimenti c.d. series A e series B, cioè round indicativamente compresi tra € 4 e 7 mln, con la possibilità di aumentare la dimensione dell’investimento attraverso il coinvolgimento di altri investitori, finanziari e industriali. Da primari investitori istituzionali abbiamo già un hard commitment per circa € 40 mln e un soft commitment per altri € 20 mln, mentre la raccolta obiettivo del fondo VV5 è fissata a € 100 mln. Il fondo sosterrà le migliori pratiche in tema di Investimenti Sostenibili e Responsabili (SRI). Nelle scelte di investimento del fondo VV5 concentreremo i nostri sforzi sui temi ambientali, sociali e di governance (ESG), stimolando le aziende target ad adattare le proprie strategie aziendali per migliorare le proprie prestazioni. Riteniamo che comportamenti più sostenibili, oltre ad avere effetti positivi sul benessere della collettività e dell’ambiente, migliorino anche il profilo di rischio/rendimento dei nostri investimenti.
 
Vertis è una società di gestione del risparmio indipendente, con sedi operative a Napoli e Milano, che opera attraverso sei fondi chiusi assumendo partecipazioni in progetti di ricerca, spin-off universitari, startup, scaleup e Pmi. La Sgr applica rigidi principi di etica professionale e rispetto della compliance in ogni processo decisionale e operativo. I componenti dei team dei fondi gestiti da Vertis vantano un’esperienza cumulata maggiore di 200 anni nella finanza, consulenza, ricerca scientifica e in posizioni dirigenziali di grandi imprese.
 
*Fondatore e AD di Vertis Sgr
 

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