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Svegliamo il risparmio aggiungendo garanzie a strumenti come i Pir

La proposta di Riccardo Colombani, segretario generale First-Cisl, sindacato tra i più attivi nel credito e nella finanza

Svegliamo il risparmio aggiungendo garanzie a strumenti come i Pir

Riccardo Colombani Segretario generale First Cisl

Gli eventi degli ultimi anni hanno stravolto il sistema finanziario mondiale. Nessuno avrebbe mai immaginato che i tassi Euribor e Eurirs si sarebbero attestati su valori negativi, o intorno allo zero, su tutte le scadenze fino a cinquant’anni. O che un ammontare enorme di obbligazioni governative e societarie avrebbe presentato rendimenti negativi. John Maynard Keynes sosteneva che un “grande economista deve possedere una rara combinazione di doti  (…) deve essere allo stesso tempo e in qualche misura matematico, storico, politico e filosofo; (…) deve saper studiare il presente alla luce del passato, per gli scopi del futuro”. Per muoverci in questa terra sconosciuta oggi abbiamo bisogno esattamente di questo: economisti in grado di indicare un sentiero che ci conduca fuori da una crisi dalle radici profonde, aggravata dalla pandemia.

Forse sarebbe utile approfondire il dibattito avviato da Larry Summers nel 2013 su stagnazione secolare e tasso di interesse naturale. Per quanto riguarda l’Italia, alcuni dati possono aiutarci a inquadrare la situazione e a comprenderne la gravità. Nel 1990 gli investimenti fissi lordi in rapporto al Pil erano pari al 22,3%; nel 2019 sono precipitati al 18,1%. Ben al di sotto non solo della Germania (23,6%), ma anche dell’area Euro nel suo complesso (21,5%). Rilanciare gli investimenti è quindi un imperativo.

I 209 miliardi di euro del Recovery Fund sono indispensabili, ma non sufficienti. E l’assenza di politiche demografiche complica ulteriormente il quadro. Ma abbiamo un jolly da giocare. La ricchezza netta delle famiglie italiane, a fine 2019, era pari a 8,1 volte il loro reddito disponibile; quella investita in attività finanziarie, sempre in rapporto al reddito, era pari a 3,7 volte, per un ammontare di 4.435 miliardi di euro.

La sfida è spostare una parte di queste risorse verso l’economia reale. Una sfida che può essere vinta anche con l’ausilio degli intermediari finanziari, che dovranno reimpostare il loro business model, puntando sulla consulenza in materia di investimenti su base indipendente.

Questa, in definitiva, era la visione dei padri costituenti, tratteggiata dall’articolo 47 della Carta, secondo cui la Repubblica deve favorire la canalizzazione del risparmio verso investimenti nell’economia reale e nel capitale di rischio delle imprese. A tal fine strumenti innovativi come i Pir e gli Eltif sono senz’altro utili, ma a oggi i loro numeri sono ancora contenuti: secondo Assogestioni stioni a fine giugno il sistema dei 72 Pir contava masse in gestione per circa 17 miliardi di euro. Troppo poco.

Per rivelarsi davvero attrattivi questi strumenti, o altri da definire ad hoc, dovrebbero essere corredati da garanzie statali a protezione del capitale investito, per un periodo predeterminato ed entro limiti e condizioni definiti in modo chiaro e semplice. Il presidente della Consob Paolo Savona ha avanzato una proposta di questo tipo, suggerendo di sperimentarla in un primo tempo sulle medie imprese esportatrici. E’ uno spunto che non andrebbe trascurato. Così come non va trascurato un altro elemento: la consapevolezza dei risparmiatori circa i rischi e le opportunità di investimento.

L’educazione finanziaria non può essere affidata solo al sistema scolastico e al mondo dell’informazione: il processo rischia di essere troppo lungo e frammentato. Di conseguenza anche gli intermediari finanziari sono chiamati a dare il loro determinante contributo. La dichiarazione dell’Ocse del 2005, sulla quale è ricalcata la legge n.15 del 2017, prevede infatti che i “consigli imparziali” siano parte del processo educativo. L’adozione di un modello di consulenza su base indipendente (previsto dal Tuf in recepimento della Mifid II) calerebbe nella prassi questo principio. Una vera rivoluzione, che sposterebbe il baricentro della relazione intermediario – cliente dal prodotto finanziario alla qualità del servizio, facendone il vero terreno di competizione (e di remunerazione) per l’industria finanziaria. A beneficiarne sarebbero sia i risparmiatori che i lavoratori bancari: i primi liberi di valutare i loro investimenti in un rapporto trasparente con la banca; i secondi liberi dalle pressioni commerciali e opportunamente valorizzati professionalmente attraverso un reale percorso di formazione continua.

Il cambiamento, infatti, può nascere solo dalla cooperazione tra tutti gli attori del sistema e da una reciproca assunzione di responsabilità: nessuno ce la fa da solo.

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