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Il nuovo ordine mondiale e l’assetto economico e sociale del futuro

"La Cina stava lentamente ritrovando un equilibrio sociale sostenibile, grazie all’effetto delle riforme economiche di Deng e la conseguente urbanizzazione del paese". Il commento di Alessandro Tentori

 Azioni globali, ecco che succederà nel 2020

"L’avvicendamento alla Casa Bianca fa presagire una riapertura di quei canali diplomatici e commerciali che l’amministrazione di Donald Trump aveva parzialmente inaridito". Il commento di Alessandro Tentori, cio di Axa Im Italia

Leggo diversi commenti – in particolare sulla stampa mainstream Europea – che auspicano un multilateralismo stile Blair & Clinton, una sorta di governance globale a trazione “occidentale”. Se questa visione può rivelarsi corretta nel caso delle relazioni tra Usa e vecchio continente, la situazione potrebbe invece riservare delle sorprese per quanto riguarda l’Asia. 

Il “Consenso di Washington” – termine attribuito negli anni 80 all’economista John Williamson – viene spesso inteso come un manifesto neoliberale di globalizzazione. In verità, il termine originale ha una definizione più stretta, che si sposa perfettamente con gli standard del Fondo Monetario Internazionale del tempo: Politiche di stabilizzazione macroeconomica, di apertura delle economie a scambi commerciali e investimenti, nonché di esaltazione delle forze di mercato.

La narrativa odierna associa spesso e volentieri queste politiche a un periodo di crescita armoniosa, con particolare riferimento all’emergere di una fetta significativa della popolazione mondiale dalla condizione di povertà.

Ma, all’inizio degli anni 90 il mondo era molto diverso da oggi. In particolare, la Cina stava lentamente ritrovando un equilibrio sociale sostenibile, grazie all’effetto delle riforme economiche di Deng e la conseguente urbanizzazione del paese. La Cina di oggi, invece, è un agguerrito concorrente degli Stati Uniti nel campo della tecnologia e si appresta a esserlo anche sui mercati finanziari (valute in particolare). Il mercato delle riserve valutarie è esemplare: Il 63% di tutte le riserve è denominato in dollari, lasciando un 20% all’euro e gli spiccioli a altre valute.

Ovviamente, questa allocazione stride con una realtà economica che vede invece la Cina al primo posto in termini di Pil espresso in potere di acquisto in dollari (19% del Pil mondiale). In questa graduatoria, gli Stati Uniti contribuiscono al Pil mondiale per il 15%. Faccio quindi fatica a pensare che l’amministrazione Biden sia disposta a mettere in gioco il monopolio valutario statunitense senza una adeguata controparte strategica.

Il pensiero va a una controparte commerciale, ma anche qui gli strateghi di Pechino sono stati bravi a sfruttare prima il vuoto lasciato dalla politica di “America First” e poi il periodo di transizione Trump/Biden per firmare il più grande accordo commerciale al mondo (RCEP). 

Il secondo elemento che mi fa pensare a un multilateralismo diverso da quello degli anni 90 è la diseguaglianza. Da un lato è vero che la popolazione mondiale in condizioni di povertà estrema è scesa dal 40% degli anni 80 al 10% del 2018, molto probabilmente grazie alle politiche targate Fmi e alla necessità delle economie avanzate di trovare nuove fonti di manodopera e di materie prime. È però anche vero che il reddito disponibile reale nelle economie avanzate non è cresciuto in maniera omogenea.

Uno studio recente del Peterson Institute (PIIE) evidenzia come negli ultimi 40 anni il top 10% dei redditi abbia goduto di un aumento del 60%, mentre per le famiglie meno abbienti (bottom 10%) l’aumento del potere di acquisto sia stato solo del 20%. Da questo punto di vista, è immaginabile che i governi dei paesi avanzati siano costretti a considerare politiche economiche innovative.

L’obiettivo è quello di trovare una sintesi tra l’apertura internazionale prevista dalla World Trade Organization e il mercantilismo ottocentesco, senza dimenticare il vertiginoso aumento del debito pubblico dovuto alla epidemia da Covid19. Ma forse non c’è il bisogno di innovare, forse basta guardare indietro, agli accordi siglati nel lontano 1944 nelle lussuose sale del Mount Washington Hotel di Bretton Woods.

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