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Perché l’Agricole nel Creval
è un bene per l’economia italiana

Il compratore è uno dei gruppi creditizi più importanti e solidi del mondo e in Italia ha dato già ampiamente prova di un approccio non speculativo e attento al territorio ed all’economia reale. Paradossalmente è una banca di assetto cooperativo, com’era anche il Creval, di quel genere di banche cioè che la riforma Renzi ha voluto eliminare.

Giampiero Maioli

Ci sono padroni stranieri come la General Electric, che ha comprato il Nuovo Pignone e l’ha fatto fiorire come mai prima; o come l’Electrolux che salvò la Zanussi e la rilanciò; o ancora come il Credit Agricole che per vent’anni sostenne da socio leale e composto la difesa di un grande progetto bancario indipendente come Banca Intesa da parte del suo fondatore Giovanni Bazoli e poi rilanciò una sua presenza autonoma in Italia continuando a promuovere la crescita organica della banca che acquistò, Cariparma.
E ci sono anche padroni stranieri predatori come la Whirpool che gioca a rimpiattino con gli stessi impegni che prende, o la Arcelor Mittal che resta opaca nel suo ruolo all’Ilva  come la Thyssen che risparmia sulla manutenzione e determina le condizioni per un incidente che fa strage di sette operai. Ma non è stato anche per un consapevole taglio dei costi di manutenzione che Autostrade per l’Italia ha reso possibile la strage del Morandi? Lo stabiliranno – tra vent’anni, magari – i giudici, però è certo che di questi deliberati e dissimulati risparmi parlavano al telefono i dirigenti di quell’azienda, pur italianissima, secondo le carte dell’istruttoria.
Dunque non esistono padroni stranieri cattivi e padroni italiani buoni. Esistono padroni buoni e padroni cattivi, sotto ogni bandiera.
Ed ecco perché c’è da felicitarsi per la mossa del Credit Agricole che ha lanciato ieri la sua Opa sul Creval. Il Credit Agricole, prima banca europea, batte bandiera francese ma ha ampiamente dimostrato negli ultimi trent’anni in Italia di avere a cuore anche il nostro tricolore. Ha sempre rispettato la crescita autonoma della banca di Parma che ha acquisito uscendo da Intesa, ha sempre coordinato le strategie con la casa madre senza prevaricare, è stata un buon padrone. Esistono – va ribadito - padroni che investono e fanno crescere e padroni che tosano e lasciano deperire. L’Agricole è di quelli che investono e fanno crescere. Non altrettanto si può dire per altre banche straniere venute in Italia.
E c’è da aggiungere che la partenza del Creval dai lidi proprietari nazionali verso il gruppo francese è l’effetto naturale, anzi forse voluto, della demenziale riforma delle popolari imposta dal governo Renzi. Col paradosso – però giovevole - che a raccogliere il testimone di una banca che la comunità locale non ha saputo mantenere cooperativa è una grandissima banca cooperativa, perché tale è l’Agricole, una grandissima banca cooperativa efficiente, com’è possibilissimo gestire una cooperativa se non se ne tradisce lo spirito, la vocazione e le regole di condotta.
Sappiamo come andò, ma vale ricordarlo affinchè un po’ di anatema della storia non risparmi l’ artefice. Matteo Renzi, nella fase dilagante fino all’autolesionismo del suo ego, tentò di disfare scientificamente alcuni sistemi di “corpi intermedi” italiani che disturbavano la sua smania di presidenzialismo incontrastato: le camere di commercio e, appunto, le popolari e le banche di credito cooperativo. Colpevolmente, la Banca d’Italia si accodò. Venne fatto passare un messaggio non solo semplicistico ma sbagliato, che cioè la governance “per teste” delle banche coop fosse la causa dei dissesti bancari. E si volle disfarsene.  
I fatti dimostrano che era vero il contrario. A fronte di ignobili e reiterate ruberie commesse in molte popolari – la Vicentina, la Veneto Banca, Banca Etruria e più di recente Banca popolare di Bari – altrettante e anche più gravi ed economicamente nocive frodi e distrazioni di beni sono accadute in banche di credito ordinario, prime fra tutte il Monte dei Paschi di Siena, Carige ma anche Banca Marche o Tercas.
Inevitabilmente, disancorato per la riforma Renzi il controllo delle ex banche cooperative dai gruppi sociali di territorio ai quali faceva capo, si sono affermati in esse nocciolini di controllo di tipo istituzionale (per lo più fondi stranieri) che sono venditori per natura, e non certo gestori attenti o capitali “pazienti”, di lungo corso. Inevitabile quindi che questi istituti finiscano prede del risiko bancario.
E ben venga, benissimo venga un compratore industriale serio e di lungo periodo come l’Agricole, che non appartiene al solito trenino dei grandi fondi internazionali, che è radicato in un Paese dell’eurozona per molti versi affine all’Italia e che ha dato ampia prova nel nostro mercato di un approccio serio e responsabile, orientato allo sviluppo.
Poi, certo: nessuno è perfetto ed anche sulla mossa dell’Agricole – sotto la sapiente regia del suo autorevole country manager italiano, Giampiero Maioli – occorre che il sistema vigili (anche se il sistema non c’è: e questo è un altro discorso). Ma, come ha ben detto il segretario generale della First-Cisl Riccardo Colombani – l’operazione “sembra andare nella direzione giusta avendo come obiettivo quello di costruire una realtà fortemente radicata sul territorio. Si tratta di due banche complementari come presenza nelle diverse aree del Paese”. Ecco: oltre che una multinazionale del credito, il sistema Agricole ha dimostrato finora, non solo in Italia, di sapere essere anche un colosso pluriterritoriale, capace cioè di coniugare la forza delle dimensioni e l’efficienza dell’economia di scala con l’attenzione e la flessibilità dell’impresa di territorio. In bocca al lupo.
 

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