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Compagnie di navigazione

Tirrenia all'ultimo giro di boa
uno scandalo che deve finire

L'ex compagnia di navigazione di Stato finita nel gruppo Moby annuncia la fine dei servizi per la Sardegna dal 1° dicembre. Una pressione in più, tra le tante, sul governo per continuare a godere di una qualche forma di assistenza economica, dopo anni di bengodi e dissipazioni. Mentre la formula spagnola adottata anche in Italia permetterebbe di salvare l'occupazione e ottimizzare l'efficienza del servizio stesso.

Tirrenia-Moby, un buco da 105 milioni in sei mesi

Il copione Tirrenia era già scritto da anni e si sta fatalmente compiendo. Anni di una gestione dissennata e dissipatrice, debiti verso lo Stato mai onorati, altri debiti verso gli obbligazionisti, altri debiti ancora verso le banche, e alla fine l’insolvenza e il pianto greco: è la storia della gestione di Tirrenia fatta nel gruppo Moby della famiglia Onorato. Una gestione priva di bussola, che oggi porta quegli armatori – diciamo così – a porre il governo davanti a un ultimatum: stop ai traghetti da e per la Sardegna a partire dal primo dicembre, per l’impossibilità di mantenere attive le tratte col traffico crollato per il Covid.
Pretesti. Covid o non Covid, la Tirrenia è un cadavere navigante da anni. Il mercato lo sa, la politica lo sa. Ma finge di non saperlo perché la semina di relazioni irrigate negli anni da Onorato ancora fruttifica. Fino a quando?
Secondo voci speriamo esagerate perfino l’attuale governo starebbe ancora premendo sulla commissione europea per implorare lo sblocco dei finanziamenti pubblici alla Tirrenia sui quali Onorato contava quando rilevò da solo la compagnia, facendo quel passo clamorosamente più lungo della sua gamba che lo ha condotto dove fatalmente non poteva che condurlo. Appunto l’insolvenza.
La minaccia di questo pianto greco su Tirrenia è evidente: niente tratte, niente lavoro. E una bomba sociale come questa il governo proprio non la vorrebbe. Ma basterebbe che s’informasse, il governo. Non c’è un rischio sociale, su Tirrenia. Fermando le carrette del mare della ex compagnia pubblica, non si estinguerebbe la possibilità di reimpiegare gli equipaggi dopo aver riattato le navi come la Moby non hai ben fatto, ripristinando il lavoro di una buona parte, se non di tutti, dei marittimi. Basterebbe affidare la gestione a mani più competenti. Anche commissariali…
E occorrerebbe ridisegnare i principi stessi della balorda convenzione all’origine del pasticcio. La Spagna fa scuola. Sotto Madrid, la continuità territoriale viene garantita agli isolani della Baleari non finanziando questo o quell’armatore bensì rimborsando una porzione significativa del prezzo dei viaggi direttamente agli aventi diritto con un semplicissimo sistema di voucher. Direttamente a loro, passeggeri o trasportatori che siano, e indipendentemente dalla compagnia di navigazione che scelgono per viaggiare. Questo sì che è un criterio equilibrato, che non fa favoritismi tra vettori e soddisfa le necessità della cittadinanza. E lì, pronto da copiare, il sistema spagnolo. Basterebbe che in Italia un governo lo capisse. Un “voucher Sardegna” spendibile a bordo di tutti i vettori impegnati sulle tratte critiche. Ma per anni Onorato ha fatto qualsiasi cosa affinchè ciò non accadesse.
Il paradosso dei paradossi però è ancora un altro. A guardare i conti dei concorrenti di Tirrenia sulle tratte in questione, conti floridi (Covid a parte) si capisce che non c’è un “fallimento di mercato”, su quelle rotte. Cioè: si può perfettamente gestire un’attività di impresa profittevole, magari non in misura pingue ma comunque bastevole, sulle rotte tra il continente e la Sardegna. Basta saper fare il proprio mestiere, e non dover condurre navi obsolete che consumano uno sproposito, oltretutto inquinando oltre misura, come Onorato però ben sapeva che fossero quando le acquistò, con uno degli azzardi morali che l’hanno portato alla rovina.
La continuità territoriale verrebbe garantita con il voucher. Peraltro: una cosa è assicurare i collegamenti per le isole minori – come le Tremiti, per esempio – anche quando i movimenti turistici sono al minimo, un’altra cosa è tutelare le isole maggiori, che di regola non ricevono questi sussidi: per esempio non li riceve la Sicilia, né Creta. Il business spontaneo attorno alle tratte per la Sardegna sarebbe sufficiente a far vivere di puri prezzi di mercato tutto l’anno le compagnie ben gestite, insomma; ma se proprio si vuole assicurare la continuità territoriale a prezzi vantaggiosi, c’è la soluzione spagnola che taglia la testa al toro, è il caso di dire, è mette tutti d’accordo. Tutti quelli bravi, naturalmente.
Del resto, la situazione aziendale di Tirrenia è palesemente irrecuperabile. La società fallita ha 800 milioni di debiti e un patrimonio che largheggiando si può valutare in 300 milioni: posizione finanziaria netta, meno mezzo miliardo. Prima del Covid perdeva circa 5 milioni al mese, col Covid si vedrà a che totale sarà arrivata, probabilmente il doppio.
Certo: la politica non pensa ad altro che agli esuberi, che paventa come il demonio. Ma il mercato – se riavesse sulle tratte tra Sardegna e continente lo spazio libero e competitivo che gli è stato in questi anni sottratto per compiacere Onorato – riassorbirebbe rapidamente gli esuberi, con le navi che potrebbero essere messe all’asta. Oltretutto, sulle rotte in questione possono essere impiegati solo marinai italiani, e questo agevolerebbe il loro rempiego nel giro di due o tre mesi se non di settimane.
Rimettere in gioco la flotta a condizioni di mercato rappresenterebbe un sostegno alla domanda e un risparmio di soldi pubblici, che con la soluzione spagnola sicuramente verrebbero in parte salvati dalla dissipazione di cui sono stati fatti finora oggetto. Fino a quando il governo insisterà ad ignorare l’evidenza?

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