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Tronci (Alvarium IM), "“L'accordo Rcep favorisce una forte regionalizzazione, che si identifica con una China First”

L’intesa commerciale tra 15 Paesi asiatici, della durata di dieci anni, determina un’area di libero scambio pari al 30% dell'economia globale e coinvolge 2,2 miliardi di persone. E’ prevista la certificazione sui prodotti in circolazione sulla falsariga del certificato europeo

Tronci (Alvarium IM), "La regola aurea 40/60 non vale più. Largo ad azioni e investimenti illiquidi”

Roberto Tronci, Partner Avisory Alvarium Investment Managers

La pandemia e la guerra dei dazi tra Cina e Stati Uniti hanno accelerato la conclusione di un negoziato durato otto anni. E così il 15 novembre, su impulso della Cina, dieci Paesi membri dell’ASEAN - oltre a Cina, Giappone, Corea del Sud, Australia e Nuova Zelanda - hanno firmato la Regional Comprehensive Economic Partnership (RCEP), un accordo commerciale che punta a creare un'area di libero scambio di merci e prodotti, dalla quale l’India si è per il momento tirata indietro. Al netto dell’India, quindi, il RCEP copre ancora il 30% dell'economia globale e coinvolge 2,2 miliardi di persone. Sebbene non si conoscano i dettagli (solo il programma tariffario per il Giappone riempie oltre 1.300 pagine), l’accordo favorisce gli scambi fra i Paesi coinvolti, in quanto riduce gradualmente i dazi su molti prodotti, anche se non arriva a un’integrazione delle economie dei Paesi membri su modello dell’Unione europea. Ma quali sono gli elementi strategici dell'accordo? “Due punti del trattato colpiscono: il primo è la durata molto lunga, pari a dieci anni – spiega Roberto Tronci, Partner Avisory Alvarium Investment Managers (Suisse) – Il secondo è la certificazione per i prodotti in circolazione all’interno dell’area, un capitolo dell’accordo che semplifica molto il trading tra i vari Stati sulla falsariga del nostro certificato europeo”.

A livello geopolitico l’elemento chiave è la composizione del partenariato. “E’ significativo che ci sia un accordo che lega per la prima volta nella storia Cina, Corea e Giappone, che rappresentano il nord del continente asiatico – dice Tronci – Gli stati del sud asiatico, già legati da accordi bilaterali e che rappresentano la parte meno qualitativa dal punto di vista della tecnologia e della capacità industriale, resteranno la fucina dell’area per le lavorazioni a basso costo”. In ogni caso l’estensione dell’influenza cinese nell’area Asia-Pacifico è innegabile, così come il miglioramento – dal punto di vista industriale - dei rapporti con il Giappone che, insieme alla Corea del Sud, rappresentano il massimo della qualità tecnologica asiatica. Ma la distensione commerciale resta sullo sfondo. “L'accordo favorisce una forte regionalizzazione dell’area, che si identifica con una China First che si contrappone al tema America First - dice Tronci - E probabilmente determinerà anche una maggiore pressione su Taiwan”. L’accordo non rappresenta quindi un refreshing della globalizzzione, o una fase due di quest'ultima, bensì un rafforzamento del principio di regionalizzazione sulla falsariga dell’Unione europea e del blocco Usa, Messico e Canada. “Ma sarà più grande in termini demografici, di Pil e di crescita”, conclude Tronci.

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