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Conoscenza e diffusione dei prodotti Esg, non ci siamo ancora

I dati della ricerca evidenziano una divergenza tra il percepito dei consulenti finanziari e il dichiarato dei loro clienti. Ma quello che emerge davvero è che la diffusione di prodotti sostenibili in Italia è soltanto all'inizio

Societe Generale presenta i primi certificati con benchmark Esg

Il 40% dei clienti si dice sensibile al tema degli impatti ambientali e sociali nelle proprie scelte finanziarie e di investimento, anche se solo il 19% dichiara di possedere prodotti finanziari sostenibili e solo il 13% si ritiene ben informato (a fronte di un 26% che si riconosce una conoscenza di base).

 Questo è uno dei dati contenuti nella ricerca presentata il 14 dicembre scorso da Consob, Bologna Business School - Università Alma Mater Studiorum e Università degli Studi Roma Tre

Lo studio, curato da Nadia Linciano (in foto) e Paola Soccorso dell'ufficio studi economici dell'autorità di vigilanza, Joe Capobianco della Bbs e Massimo Caratelli di Roma Tre, mette in luce la strada in salita che la sosteniblità sta ancora affrontando nelle scelte dei risparmiatori italiani.

Lo fa attraverso lo sguardo dei consulenti finanziari e attraverso quello dei consulenti. I primi, si legge nel rapporto, "nel complesso sembrano sopravvalutare lievemente la quota di investitori informati". Maggiore è consapevolezza delle percezioni dei propri clienti in merito alle caratteristiche dei prodotti sostenibili, "identificate più frequentemente nel pieno rispetto delle istanze Esg e nel differimento dei rendimenti nel lungo termine, seguite da costi elevati e da rendimenti inferiori a quelli di opzioni alternative. 

La ricerca sottolinea, quindi, una distanza tra il percepito del consulente e il dichiarato del cliente rispetto all’importanza assegnata agli aspetti finanziari (rendimento, rischio e costi) e all’impatto Esg di un investimento. Il 28% degli investitori assegna priorità assoluta ai profili finanziari (financial investor) mentre, all’altro estremo, il 12% segnala come prioritaria la performance Esg (impact investor). Per un terzo degli intervistati l’aspetto finanziario prevale purché ciò non vada a discapito della sostenibilità. Il restante 27% attribuisce primaria importanza ai profili Esg, purché non venga pregiudicata la performance finanziaria.

Nel percepito dei consulenti, invece, prevale l’opinione che l’attenzione dei clienti si concentri più spesso di quanto dichiarato sulle performance finanziarie sia quale unico obiettivo (37% dei casi) sia come obiettivo vincolato alla sostenibilità (31%). Tale valutazione riflette in parte le posizioni personali sul tema, poiché i professionisti danno priorità soprattutto alle performance finanziarie, indicate in via assoluta nel 42% dei casi e in via relativa nel 31% dei casi, mentre solo il 28% guarda alla sostenibilità come a un obiettivo esclusivo (12%) o vincolato (16%).

La proattività del consulente finanziario nel proporre investimenti sostenibili registra una certa divergenza di vedute: la maggioranza dei clienti afferma di non aver mai ricevuto una proposta (34%) o di averla ricevuta a seguito della propria manifestazione di interesse (17%) o su iniziativa del consulente (49%). Viceversa, solo il 10% dei consulenti asserisce di non aver mai raccomandato investimenti responsabili, mentre il 54% afferma di averlo fatto di propria iniziativa (Fig. 4.1).

Le opinioni dei consulenti in merito al fabbisogno informativo e alla rilevazione delle prefenze Esg del cliente forniscono una prima evidenza sul ruolo che i professionisti si ricono- scono nell’ambito della considerazione della sostenibilità da parte degli investitori retail.

Per quanto riguarda il primo aspetto, i professionisti, pur riconoscendo l’interesse della maggior parte degli investitori a ricevere informazioni in merito ai prodotti finanziari responsabili, tendono tuttavia a sopravvalutarne le aspettative nei confronti delle istituzioni pubbliche (indicate tra i canali informativi preferiti dal 41% dei clienti a fronte del 72% dei consulenti) e a sottovalutare soprattutto il ruolo assegnato al consulente (78% dei clienti a fronte del 64% dei consulenti).

Un maggior allineamento si rileva, invece, rispetto alla tipologia di informazioni ritenute utili: i consulenti, infatti, percepiscono correttamente l’esigenza manifestata dai clienti di disporre di un indicatore sintetico o una certificazione (ecolabel) dell’investimento responsabile, nonché di elementi di comparazione con altri investimenti simili (in termini di rischio-rendimento-costi) e di dettagli sulle caratteristiche Esg dell’investimento.

Per quanto riguarda il secondo aspetto, ossia il valore della rilevazione delle preferenze Esg degli investitori raccomandata dalle linee guida Esma sulla valutazione di adeguatezza, le opinioni dei consulenti non sono ancora nette. Mentre nel complesso il 47% ne coglie le potenzialità su vari piani (quale fattore competitivo nel 21% dei casi, occasione di dialogo nel 17% dei casi e occasione di sensibilizzazione ai temi Esg nel 9% dei casi), il restante 53% si distribuisce tra coloro che ritengono prematuro esprimere un giudizio (35%), coloro che la reputano un adempimento burocratico (6%) e coloro che preferiscono non rispondere (12%; Fig. 4.5).

È significativo il disallineamento tra le dichiarazioni dei due gruppi di intervistati in merito alla frequenza con cui il professionista rileva le preferenze in materia di sostenibilità: nel complesso dichiara di farlo (sia pure in modo più o meno frequente) il 75% dei consulenti, mentre il 39% dei clienti è di avviso contrario e il 32% non ricorda.

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