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Sapelli: “Vi spiego perché la Brexit
rimette al suo posto la storia”

Il 14 dicembre Giulio Sapelli, economista e storico, firma prestigiosa di Investire, ha scritto la sua rubrica mensile “Il sismografo” per il numero dicembre-gennaio del mensile, in edicola dal 21 dicembre, e l’ha dedicata alla Brexit. Tratteggiando le ragioni profonde della rottura tra Gran Bretagna e Unione Europea. Rileggere oggi quest’articolo, alla luce dell’accordo raggiunto il 24 dicembre, è illuminante.

Sapelli: “Vi spiego perché la Brexitrimette al suo posto la storia”

La Brexit che sta consumandosi in queste settimane è stata un’incidente politico. Ma oggi, compiendosi, rimette al suo posto la storia. Cerchiamo di capire perché. Cameron e il partito conservatore sfoderarono il referendum sull’Europa convinti di vincerlo facilmente ed invece scoprirono che la maggioranza del Paese era anti-europeista. La destra nostalgica nazionalista prevalse, appoggiata da una parte del Labour, nonostante gli scozzesi spingessero invece per la permanenza in Europa per negoziare, in cambio, un maggior grado di autonomia da Londra. E del resto un’Ue che continua a non avere una costituzione comune aiuta l’emersione degli indipendentismi da parte di nazionalità incluse in Stati che non riconoscono.
 In questo ultimo scorcio di trattative inoltre si conferma la grettezza di un’Unione Europea che favoleggia con i suoi eurocrati che Londra subirà una diaspora di multinazionali in seguito alla Brexit o che blocca le richieste inglesi sulla libertà di manovra negli aiuti di Stato che, con il suo neoconservatorismo tories alla Bismark, Johnson (nella foto) si è rimesso a erogare all’industria in una sociale.
Dunque a oggi la trattativa sulla Brexit a questo si è ridotta: a un litigio sugli aiuti di Stato e sulla pesca. Pur sapendo, l’Europa, che uscendo dall’Unione la Gran Bretagna recupererà la sua piena autonomia. Certo: gli aiuti di Stato sono sempre stati causa di rottura di molti accordi commerciali, ma proprio per questo nel mondo non si fanno più accordi di quella natura. Per esempio i Paesi in via di sviluppo protestano duramente contro la politica agricola europea, che è tutta assistenziale…ma nessuno a Bruxelles si sogna, per le loro proteste, di interrompere la Pac. Il vero tema aperto è dunque quello delle future relazioni commerciali tra Londra e l’Ue. Londra sa di star semplicemente esercitando il suo diritto a uscire dall’Unione, sancito all’atto della sua adesione.
Ma questa circostanza può capirla solo chi ricordi anche le modalità dell’adesione britannica. Un’adesione a dir poco sui generis. Fino al 1976 la Gran Bretagna era al centro dell’Efta, un accordo commerciale che riguardava tutti i Paesi del Commonwealt, il Portogallo e altri sei stati. Nel ’76 però scoppiò la crisi dei missili strategici. La Nato cioè si rese conto che l’Urss aveva raggiunto una netta superiorità sui missili a medio raggio. I francesi non vollero saperne di installare basi missilistiche a medio raggio sul territorio dell’Unione e quindi l’allora Cancelliere tedesco Helmut Schmidt ruppe gli indugi e fece arrivare i nuovi missili sul suo territorio. Fu allora però che gli Usa – circostanza ormai accertata – iniziarono a far pressioni su Londra perché condividesse il suo potenziale nucleare con quello francese.
Dunque perché io dico che con la Brexit la storia torna al suo posto? Perché la prima se non l’unica ragione per la quale gli inglesi aderirono all’Unione europea fu militare e figlia dell’anglosfera, cioè di quei rapporti internazionali Londra-Washington, pur difficili e complicati, che si erano creati nel tempo ed erano venuti fuori con tutta la sua centralità nella crisi di Suez. Quando Nasser nazionalizzò il canale di Suez, inglesi, francesi e israeliani schierarono i parà e dichiararono guerra all’Egitto, ma gli americani difesero il Cairo, raggiungendo il doppio scopo di distaccare Nasser e la Siria dall’Urss e insediarsi ancor più stabilmente nel Mediterraneo, dove già erano di stanza a Napoli e in Grecia, dopo avervi sostituito gli inglesi, inefficaci alleati del governo legittimo di Atene nella guerra civile contro i comunisti greci insorti con l’appoggio di Tito.
Dunque il rapporto degli inglesi con l’Europa transitò attaverso il loro rapporto con gli Usa. Entrarono solo perché c’era ancora il pericolo russo e Berlino era ancora divisa in due. Ma da quando l’Urss è cessata, era quasi naturale che la Gran Bretagna tornasse sui suoi passi, tornando a essere una potenza essenzialmente marittima, che - non a caso - all’epoca della Thatcher, decise ancora di mandare le navi da guerra alla Falckland, mentre nella crisi libica la portaerei francese De Gaulle non è riuscira a stare più di una settimana in zona d’operazioni.
Del resto oggi l’Europa ha rinunciato a essere una potenza marittima, come dimostra il non essere intervenire nel Mediterraneo ad arginare la Turchia, per volere dei tedeschi che in quanto filo-cinesi sono anche filo-turchi.
Inoltre oggi tra Londra e l’Unione europea c’è anche una spaccatura sulla politica economica e monetaria, perché la Banca centrale inglese non ha mai aderito alla teoria secondo cui è giusto che le banche creino moneta attraverso i derivati, come ben chiarisce l’ex governatore Mervyn King nel suo saggio “La fine dell’alchimia”, e biasima la teoria secondo cui grazie alla Bce si sarebbe caduti in una deflazione secolare. Una cosa che ad americani, canadesi e australiani non è mai andata giù…
Infine: tanto Londra quanto Bruxelles soffrono oggi di un’acuta crisi di leadership. Johnson oscilla e non governa nè il Parlamento né il suo partito…E l’Unione, che dovrebbe aiutare la Gran Bretagna a rimettersi in pista, di fatto l’ostacola, facendo il gioco dei tories più duramente ostili all’Europa.

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