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Nasce con Stellantis la post-Fiat
con pochissima Italia nel dna

Nasce con Stellantis la post-Fiatcon pochissima Italia nel dna

Geniale e anaffettivo: John Elkann, nipote dell’Avvocato Agnelli, ha condotto alle nozze con Psa una ex-Fiat rivalutatasi di cinque volte da quando lui ne è diventato presidente, cioè in dieci anni, pur senza aver guadagnato posizioni di merito industriale sul mercato mondiale, anzi. Dunque, stratega geniale. E gli va riconosciuto nel giorno in cui assume la presidenza di Stellantis, nome – per una volta efficace – dell’aggregazione che nasce tra Fca e Psa, insomma tra Fiat e Peugeot, mantenendo un punticino percentuale di quote azionarie in più (14,4%) rispetto alla somma delle due quote dei due soci francesi, la famiglis Peugeot e lo Stato francese.
Per questo geniale, John Elkan. Ma anche anaffettivo: certo, perché non è mai stato imprenditore nel senso in cui lo sono ancora oggi i campioni dell’innovazione estrema – da Jeff Bezos a Elon Musk – perché dell’imprenditore, fondatore e non, gli manca appunto la passione per un prodotto, o per una mission, o per un’azienda. Da oculatissimo e anche un po’ rapace gestore del proprio patrimonio, lo ha però massimizzato. Chapeau. Ed ha neutralizzato il fattore zavorra di avere radici in un Paese, l’Italia, che da una parte ha foraggiato per anni la Fiat sul fronte della lubrificazione sociale dell’occupazione spesso ipertrofica del gruppo, ma dall’altro ne ha anche sabotato in molti modi la crescita, sia nell’auto che nelle diversificazioni, a causa di quella profonda cultura anti-impresa di matrice cattocomunista che si è sposata giovane con lo statalismo ed ha generato mostri.
Però: anche la famiglia Agnelli, è inelegante ricordarlo, ci ha messo del suo. Sia dirottando all’estero ingenti capitali – come i veleni tra parenti emersi per la natura pubblica di certi contenzioni si sono incaricati di far sapere; sia per l’incolpevole danno di un destino perennemente incrociato col lutto, che ha tolto dal campo di gioco l’unico attor giovane, Giovanni Alberto Agnelli, che stava dimostrando capacità e visione per rilevare ben prima la guida strategica del gruppo dal padre e dallo zio, e poi ha stroncato la vita di un grande manager, Sergio Marchionne, che aveva ancora molto da dare e da dire al futuro del gruppo.
Difficile calcolare, prevedendoli, gli impatti che Stellantis avrà sul sistema Paese italiano. Le cinque fabbriche attive del gruppo sul nostro territorio – con 55 mila addetti sui 400 mila totali nel mondo - partono con alcuni evidenti svantaggi competitivi che l’anaffettivo geniale, col suo eterno enigmatico sorrisetto da Giocondo del business, difficilmente avrà voglia e potere di bilanciare per compiacere il Quirinale o Palazzo Chigi.
E d’altra parte sia sul piano societario che fiscale gli interessi e la tasca delle holding della famiglia Agnelli con l’erario pubblico italiano hanno rotto i ponti da tempo.
Quindi è un’illusione ottica che la partita Stellantis sia cruciale per il nostro Paese sul piano materiale. La partita è già persa in partenza. La narrazione del momento decanta l’ingresso dei sindacati nel consiglio d’amministrazione. Prassi consolidata e irrilevante in molte nazioni culturalmente un po’ più emancipate della nostra dai vecchi tabù post-comunisti. E comunque: nel cda entrano tutti i sindacati, non solo quelli italiani.
 
In fatto di produzione e mercato auto siamo capitombolati al sesto posto in Europa, alle spalle – perfino – della Slovacchia, e con una produzione di auto calata del 41% nel corso del decennio 2010-2019. In questo di geniale sembra esserci poco, e invece c’è tanto, se si pensa all’aumento di valore del gruppo nel frattempo, esito che qualifica appunto Elkann per quel finanziere non-industriale che è.
Il treno dell’auto è passato, per l’Italia. Difendiamo il difendibile – i 55 mila lavoratori e le 5500 aziende dell’indotto – cercando, ma è velleitario anche il solo parlarne, di attutire i fattori-campo che scoraggiano i sani di mente dall’investire sotto l’egida dei Dpcm e delle magistrature paralizzanti che infestano il nostro Paese. E concentriamoci sulle industrie che possono ancora essere difese, dall’alimentare all’automazione, dall’arredamento al tessile. Industrie più leggere ma altrettanto labour-intensive, almeno fino alla prossima robotizzazione. Quanto a Elkann, si merita gli auguri: in un virtuale campionato per il potere reale sul futuro di Stellantis, di questo colosso mondiale dell’auto – il quarto per dimensioni - capace di misurarsi quasi alla pari con tedeschi, americani, cinesi e giapponesi, più che entusiasmare il possibile successo del franco-americano John Elkann divertirebbe l’insuccesso, per sua mano, della grandeur francese, già oggi alle corde per aver dovuto affidare a lui, cosmopolita americano, e al portoghese Tavares le due poltrone di vertice di un loro storico gruppo industriale. Ma tranquillizziamoci: non sono questi giochetti da cronisti ammuffiti ad interessare a Elkann. Quel che più gli interessa, ed ha ragione, è solo la crescita di valore della quota azionaria della sua famiglia.
 

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