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L'intervento

La Borsa Usa ignora la rivolta
Trump è out e non fa più paura

La Borsa Usa ignora la rivoltaTrump è out e non fa più paura

“Wall Street su livelli record ignora il terremoto politico”, titola opportunamente Il Sole 24 Ore. Ma collocando la rilevantissima notizia in un taglio a tre colonne.
In realtà l’olimpica indifferenza con cui la Borsa americana ha reagito al più clamoroso tumulto di piazza mai accaduto negli Stati Uniti dai primi dell’Ottocento – quando ad attaccare il Campidoglio furono gli inglesi – induce a trarre una conclusione: che la politica conta sempre meno e che il potere vero è altrove. E ancora: che i media c’imbroccano sempre meno nell’analizzare i fenomeni.
Innanzitutto: se è vero che le Borse puntano sempre sulla stabilità, allora la vittoria elettorale democratica in Georgia che ha dato a Joe Biden il controllo di entrambi i rami del parlamento vale mille volte di più dei colpi di coda di Trump nell’ultima settimana del suo controverso quadriennio.
Poi: l’impressione è che non un misterioso “Mister X”, un “Grande Vecchio”, ma tutti i principali attori del mercato, spontaneamente allineati nella difesa degli interessi comuni, usino e gettino la politica a loro piacimento. Finora Trump è stato utile, adesso intralcia. Che vada a farsi friggere.
La caduta rovinosa del miliardario biondo non deve far dimenticare la relazione organica che la finanza americana ha intrattenuto con lui, sintonicamente con il flusso di affinità intercorso tra Trump e Netanyahu, il presidente israeliano, e gli ambienti finanziari più sensibili agli interessi di Tel Aviv e, insieme, più forti a Wall Street.
In altre parole: per tre anni e mezzo dei suoi quattro alla Casa Bianca, Donald Trump ha fatto un gran comodo a Wall Street. Adesso che gira su se stesso come un mortaretto bruciato, può tranquillamente essere cestinato, e il moscissimo Biden, che promette decisioni democratiche forti come una tazzina di orzo rispetto a un caffè espresso, è per la Borsa migliore garanzia. Nessuna svolta egualitaria, una riforma fiscale molto prudente che non disturberà gli interessi della finanza più di tanto, ma anche e soprattutto garantisce che la politica di sostegno all’economia post-Covid sarà estremamente spinta e martellante: che è tutto ciò che interessa Wall Street.
E ancora: quel che è cambiato nel corso dell’ultimo biennio è l’approccio al tema dell’ecologia. Mentre due anni fa la sollecitudine verso l’impatto ambientale dell’attività economica era molto scarsa, nell’estate del 2019 l’American Roundtable, cioè l’associazione che rappresenta le prime 200 corporation americane, annunciò urbi et orbi di voler anteporre l’interesse ecologico al profitto.
Ora, è bene guardarsi sempre dal rischio che un gesto caritatevole sia in realtà carità pelosa: ed è questo il caso. L’attenzione dei businessman americani per l’ambiente, salva la buona fede di parecchi tra essi, è però nell’insieme soltanto un nuovo modello di business. Punta, cioè, ad attrarre soldi pubblici attorno a una nuova narrazione della crescita, quella dello sviluppo sostenibile, che è tale non perché gli investitori rinuncino a un solo centesimo dei loro profitti, checchè ne dicano, ma perché le promesse di eco-sostenibilità garatiscono un afflusso di fondi pubblici senza precedenti. Sia chiaro: ben venga! Come diceva Mao, non è importante che il atto sia bianco o nero, l’importante è che prenda i topi, e quindi poiché l’ambiente va finalmente tutelato, ben venga anche la carità pelosa dell’alta finanza.
All’indomani della presa di posizione dell’American Roundtable, l’arrivo della pandemia è sembrata una ratifica universale quasi esoterica della fondatezza di quell’annuncio.
Per quanto il nesso tra inquinamento e pandemie sia tutt’altro che dimostrato, è evidente che se le forze della natura dimostrano al mondo di essere spaventosamente potenti, tutto ciò che sembra andare nella direzione di contenerle e prevenirne lo scatenarsi, piace.
In questo senso un presidente democratico e ambientalista è quel che ci vuole. E per quanto moscio, Biden è in questo senso molto più affidabile di crazy-horse Trump.
E infine: senza nulla togliere alle responsabilità criminali dei capipopolo trumpiani e delle varie balordissime sette che li esprimono, e tanto meno alla narcisismo delirante del loro capo biondo che li ha aizzati, tra qualche migliaio di scalmanati che vestiti da Carnevale violano il Campidoglio solo a causa della monumentale inefficienza delle forze dell’ordine e il rischio di un colpo di Stato, c’è una piccola differenza: che si chiama esercito.
Il Pentagono, almeno a quel che si sa finora, non è mai stato neanche lambito dalla tentazione di abboccare all’esca di Trump sulla narrazione delle elezioni truccate, per quanto è nell’ordine naturale delle cose che qualche broglio ci sia stato.  E se non si muove l’esercito, non sarà certo un deficiente con l’elmo cornuto a mettere a rischio la democrazia del mondo.
 Questo è quel che vede, ed esprime, Wall Street. Ma se tutti ne prendessero atto, domani i media “main stream” di che parlerebbero?
 
 

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