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Swisscanto, Il vero impatto sul clima proviene dalle emissioni Scope 3

La produzione indiretta di gas serra dovuta alla catena di approvvigionamento e ai clienti è tre volte superiore a quella generata dai processi di produzione o dall’utilizzo di materie prime delle aziende

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Le aziende stanno presentando rendiconti sulle proprie emissioni di gas serra e stanno adattando i processi di produzione e di lavoro a questo scopo. Questi cambiamenti, secondo Silke Humbert, Head Product Specialists di Swisscanto Invest, non saranno sufficienti per raggiungere obiettivi soddisfacenti. Una delle ragioni principali di questo prevedibile fallimento è la scarsa considerazione della variabile Scope 3. Ma di che cosa si tratta? L'indicatore Scope 3 nasce su iniziativa del GHG Protocol allo scopo di misurare le emissioni indirette di gas serra dovute alla catena di approvvigionamento di una società e ai clienti. Questo indicatore si aggiunge Scope 1, cioè i gas serra prodotti direttamente durante il processo di produzione di una società, e Scope 2, cioè i gas serra prodotti dall'energia acquistata. Ma l'aspetto importante è che le emissioni della categoria Scope 3 sono quasi tre volte superiori a quelle delle categorie Scope 1 e Scope 2 considerate complessivamente. "Una registrazione più ampia delle emissioni di Scope 3 sarebbe importante, poiché questa categoria di emissioni comprende la maggior parte delle emissioni di gas serra", conferma Humbert.

Per fare qualche esempio, in Apple più di tre quarti delle emissioni della categoria Scope 3 provengono dalla produzione di prodotti nella catena di approvvigionamento. Anche per società energetiche come Shell o BP, più di tre quarti delle emissioni rientrano nella categoria Scope 3. In questo caso non provengono dalla catena di approvvigionamento, ma dall'utilizzo delle materie prime da parte dell’utilizzatore finale. “È certamente lodevole che le società organizzino i propri processi produttivi in ​​modo da ridurre le emissioni nelle categorie Scope 1 e 2. Ma questo, da solo, non sarà sufficiente per raggiungere l'obiettivo climatico dell'Accordo di Parigi. Perché il vero impatto sul clima proviene dalle emissioni di Scope 3”, spiega Humbert. Che aggiunge: “Un’implementazione coerente dello Scope 3, con una registrazione dettagliata delle emissioni di gas serra nelle catene di approvvigionamento, rappresenta ovviamente un carico di lavoro considerevole per le aziende. Ma può servire come leva essenziale, tra le altre, per definire nuovi parametri di riferimento ai sensi degli obiettivi dell'Accordo di Parigi”.

Oggi società come Apple e Microsoft si stanno concentrando anche sulle emissioni generate nelle catene di approvvigionamento e dall'uso finale. L'esempio di Apple, secondo Humbert, mostra però che vi è ancora molto da fare. In Apple, solo l'1% dell'impronta di CO2 proviene dalle emissioni Scope 1 e 2, il resto proviene dallo Scope 3 (catena di approvvigionamento 76%, uso finale 14%, trasporto 5%, varie 5%). Quindi, se Apple è seriamente intenzionata a fare qualcosa per il clima, deve tenere sotto controllo la propria catena di approvvigionamento. "È quindi chiaro che gli investitori che considerano solo le società con dati Scope 1 e Scope 2, attualmente bassi, quando selezionano le aziende ecologiche, non stanno necessariamente beneficiando dei pionieri della decarbonizzazione", conclude Humbert.  

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