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Melman (Edmond de Rothschild), Il rischio inflazionistico del piano Biden

Lo strategist analizza le forze contrastanti nell’attuale contesto di mercato che potrebbero portare a tensioni in materia di inflazione e soprattutto a un’impennata della volatilità

Melman (Edmond de Rothschild), Il rischio inflazionistico del piano Biden

Il piano di rilancio dell’amministrazione Biden, del valore di 1.900 miliardi di dollari, ha fortemente contribuito a far risalire i premi d’inflazione. La sperimentazione in corso di questo piano (criticato da molti economisti) è senza dubbio inedita tenuto conto dell’entità delle somme in gioco, e contiene numerose incognite. “L’amministrazione Biden cerca di sfruttare il proprio capitale politico per imporre altri grandi piani, il primo dei quali è quello sulle infrastrutture, il cui target sarebbe ormai di 3mila miliardi di dollari su un orizzonte di dieci anni”, afferma Benjamin Melman, Global CIO Asset Management di Edmond de Rothschild AM. L’importo totale dei piani di rilancio dell’amministrazione Biden potrebbe quindi avvicinarsi al 25% del Pil Usa su diversi anni, escludendo l’effetto recessivo degli aumenti delle imposte. “E’ una cosa mai vista. E il primo effetto è di stress sull’inflazione”, è il commento di Melman.

Secondo lo strategist, supponendo che gli investitori prendano atto delle possibilità di approvazione di questo piano, ci sarebbero tutti gli elementi propizi per delle aspettative di inflazione volatili: “Proseguimento di un quantitative easing aggressivo e prospettive di un rilancio estremamente forte e duraturo negli Stti Uniti significa che breve termine l’inflazione potrebbe essere più elevata con un’impennata del prezzo del trasporto, e carenza di componenti come semiconduttori e materiali da costruzione”, spiega Melman. Tra gli imprenditori, infatti, oggi si riscontra una maggiore preoccupazione per i costi di produzione, e, come spiega lo strategist, un ritorno della volatilità delle previsioni d’inflazione sarebbe negativo in quanto percepito come il limite dell’esercizio al quale si sta dedicando attualmente la Fed. “Visto il ruolo eccezionale svolto dalla Fed nel rimbalzo dei mercati da un anno questa parte, è importante che essa possa uscire da questa politica monetaria estremamente lassista al suo ritmo, e non accelerando sotto la pressione degli ultimi sviluppi”, dice Melman.

In altre parole, a forzare troppo la reflazione si corre il rischio di far muovere le placche tettoniche del quadro macroeconomico. “Gli investitori integrano sempre più lo scenario perfetto e gli indicatori di posizionamento sui mercati azionari sono ormai elevati, evidenziando una fragilità latente in caso di rischio inatteso”, dice Melman. In un contesto che resta molto chiaramente positivo per gli attivi rischiosi, l’accesso alla volatilità diventa del tutto possibile. “Per questo riduciamo tatticamente il peso delle nostre esposizioni in azioni e sui titoli di Stato, al fine di aumentare la liquidità, così da vedere se e come verrà attuato questo ambiziosissimo piano sulle infrastrutture, e come si assesteranno le stime d’inflazione”, spiega lo strategist. Che conclude: “In un momento in cui il rischio di revisione al rialzo delle previsioni d’inflazione può potenzialmente avere un impatto su tutte le classi di attivi, preferiamo concentrare l’essenziale del rischio sulle azioni e alcune sotto-classi di attivi obbligazionari, e cerchiamo di non avere un’esposizione ad attivi sempre poco remunerativi ma molto esposti a questo rischio”.

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