Quantcast

Equity investing

Doorway, la porta d’accesso agli investimenti su Pmi e startup

Nel corso dell’evento online “Diversificare gli investimenti: il ruolo dei real asset”, è emerso il ruolo strategico dei portali online di equity investing nella diversificazione dei portafogli. Mission di Doorway è la selezione delle migliori opportunità di investimento

Grassigli

Antonella Grassigli, Ceo di Doorway

Il ruolo dei portali online di equity investing, che si può rivelare fondamentale nell’affiancare i wealth manager nella diversificazione dei portafogli dei propri clienti, è stato al centro dell’evento online “Diversificare gli investimenti: il ruolo dei real asset”, organizzato da Doorway, in collaborazione con AscofindBarbara Avalle, Coo di Doorway, ha presentato il quadro di riferimento che ha portato l’attenzione degli investitori sulle start up e pmi innovative: «Nell’attuale contesto di tassi negativi, è aumentata la pressione dei clienti che richiedono ai propri consulenti di investimento di individuare asset class alternative. Dall’altra parte c’è una grande attenzione da un punto di vista istituzionale. Mi riferisco in particolar modo al Ministero per lo Sviluppo Economico, che ha affidato a Cassa Diti e Prestiti il compito di sviluppare un ecosistema di venture capital in Italia, ritenendolo strategico nel ruolo di promuovere l’innovazione in Italia, in particolar modo per colmare quel gap di digitalizzazione che ci vede indietro rispetto agli altri paesi europei. Tutto questo ha contribuito ad attrarre l’attenzione sia degli investitori pubblici che di quelli privati sulle start up e Pmi innovative, complice il trattamento fiscale di favore e la creazione di strumenti come i Pir alternativi che consentono di usufruire di un beneficio fiscale anche in caso di minusvalenze».

L’investimento in un’asset class rischiosa e illiquida come le start up e le Pmi innovative richiede però competenze specifiche e un network ben preciso. In questo contesto sono nate, incentivate istituzionalmente da una regolamentazione che ci vede all’avanguardia in Europa, le piattaforme di equity crowdfounding tradizionali, che rispondono, in gran parte, al bisogno di investimento della clientela retail. «Nell’avvicinarsi e nell’investire in un asset class rischiosa e illiquida riteniamo, però, che i bisogni fondamentali dei wealth manager siano molto diversi da quelli di un investitore retail», ha affermato ancora la Avalle. », Per questo nasce Doorway, il cui modello di business è stato pensato per rispondere alle esigenze degli investitori qualificati e professionali, soprattutto in tema di selezione dell’opportunità di investimento, tutela degli investitori di minoranza e trasparenza delle informazioni. « Per quanto riguarda la selezione delle opportunità di investimento abbiamo costruito un percorso di selezione dei progetti delle start up e delle Pmi estremamente rigoroso», prosegue Avalle. «Portiamo in piattaforma solo il 3% di tutti i progetti che ci vengono offerti e sottoposti per essere finanziati in piattaforma. Tutte le startup e Pmi vengono sottoposte non solo a un vaglio interno da parte del team di screening, ma anche a una due diligence legale e fiscale da parte di primarie società internazionali di revisione come Deloitte o KPMG. Inoltre vengono sottoposte a una due diligenze di business volta alla verifica da parte di un esperto del business model, nell’ottica di portare alla platea dei nostri investitori solo opportunità di valore che possano arrivare ad exit importanti».

Pierluigi Saccardi, investitore in startup, fondatore a sua volta di 3 startup innovative e private banker, ha spiegato perché ritiene quello in Pmi e startup un buon investimento: «quando si parla di diversificazione degli investimenti bisogna considerare la profonda correlazione che esiste sui mercati azionari e obbligazionari. Questo non accade con gli investimenti in economia reale, in particolare quelli in startup o PMI innovative che sono decorrelati dai mercati internazionali» ha spiegato Saccardi. «Oggi, in Europa, sui mercati privati o private equity sono investiti 84 miliardi di euro e canalizzare l’enorme liquidità presente sui conti degli italiani avrebbe un impatto enorme in termini di crescita e il segmento su cui Doorway è entrato in modo intelligente è a mio parere molto interessante per i consulenti finanziari come proposta agli investitori con una cultura finanziaria evoluta. Negli ultimi 10 anni, l’extra rendimento di questi mercati è stato un 3% rispetto agli investimenti tradizionali. Se oggi dovessi consigliare a un investitore di diversificare una parte, anche attorno al 20%, del proprio capitale, consiglierei questi strumenti, siano essi su piattaforme di crowdfounding, o regolamentati sui mercati di private equity».

Quello della competenza è un tema toccato da Massimo Scolari, presidente di ASCOFIND. «L’ingresso di questi nuovi strumenti crea la necessità di una crescita culturale in chi consiglia investimenti. Occorre continuare a evolvere le proprie competenze perché si tratta di una professionalità diversa rispetto alla gestione degli investimenti tradizionali. Serve un sistema nuovo che permetta di cogliere le potenzialità presenti nelle aziende innovative, trasferendo valore agli investitori. È un gioco di squadra tra consulenti finanziari, strumenti come il crowdfunding e i fondi alternativi ma anche chi gestisce l’investimento».

Giò Giacobbe, Ceo &Co-Founder Acbc, ha raccontato la sua esperienza con Doorway e analizzato i perduranti punti di debolezza del sistema italiano: «In Italia non è facile raccogliere capitali. Nel 2020 abbiamo raccolto, anche grazie a Doorway, 3,4 milioni di Euro e siamo nella top 5 delle aziende che hanno raccolto di più» ha rimarcato Giacobbe. «Per me è un dato negativo perché significa che culturalmente il supporto al sistema startup, che rappresenta il futuro del Paese, è estremamente limitato. Il tema più delicato per le startup è legato al percorso della startup verso la exit. Gli incentivi fiscali presenti in Italia sono rivolti agli investimenti ma mancano incentivi ad acquistare la startup. Per un investitore evoluto, l’incentivo fiscale del 30 o 50% può essere meno interessante dei multipli che può ottenere con una exit in seguito a una quotazione o alla vendita dell’azienda, come avviene in Francia, Inghilterra o Israele, in cui il network di fondi, venture capital e sistemi di quotazione è più fluido che in Italia. Serve un cambio culturale» sottolinea Giacobbe «sia a livello di investitore che di imprenditore che deve guardare alla propria azienda come a un prodotto da far crescere verso un’uscita. Quando ho deciso di fare l’imprenditore nel 2017 sapevo di avere bisogno di finanza e finanza alternativa, ed ero ben consapevole della necessità di far coesistere il top management con altri soci e sistemi diversi da quelli bancari, ciascuno con le proprie esigenze. Per raccogliere investitori, una startup deve avere un tempo di exit determinato e tale da soddisfare i soci e questo richiede un mindset diverso da quello tipico italiano in cui l’imprenditore crea un‘azienda e la porta avanti per 70 anni. Occorre però considerare che l’uscita dalla startup è complessa e segue 3 percorsi principali: aggregazione, quotazione o vendita a fondo. Ma in Italia questi mercati sono tutti molto ristretti. Per creare multipli serve un sistema che accolga questi multipli».

L’avvocato Luca Lo Po’, head of Financial Services and Capital Markets (Italy) Dwf, ha dedicato il suo intervento al nuovo regolamento europeo, in particolare al nuovo quadro normativo armonizzato che permetterà di superare le diverse barriere per l’esercizio delle attività di crowdfunding e per gli investimenti in crowdfunding. «Oggi la normativa sul crowdfunding ha carattere prettamente nazionale e ogni gestore che vuole estendere la sua attività in un Paese diverso da quello di incorporazione deve farsi autorizzare nei diversi Paesi dove intende avviare l’attività» ha affermato Lo Po’, «dall’altro lato gli investitori scontano la mancanza di un regime normativo, giuridico e regolamentare armonizzato che consenta di beneficiare dello stesso livello di protezione in qualunque giurisdizione. Questo crea diseconomie di scala, costi di compliance e può disincentivare l’investimento. Il nuovo regolamento europeo introduce il concetto del passaporto: il gestore autorizzato dalla propria autorità di vigilanza potrà operare in tutti i Paesi europei».

L’ad di Doorway, Antonella Grassigli, ha concluso l’evento con un intervento di sintesi. «Sono contenta degli interventi, e dell’analisi che ha fatto Giò Giacobbe di Acbc, che è una delle startup che Doorway ha supportato nella raccolta di finanziamenti. Facciamo un lavoro di estrema selezione sulle aziende che portiamo ai nostri investitori, basato su criteri di business, di scalabilità di internazionalizzazione, così da portare agli investitori aziende che abbiano una prospettiva non solo italiana. Anche nella nostra ottica di piattaforma fulcro non è l’investimento ma il disinvestimento, perché nel momento in cui si disinveste si ha la remunerazione per l’investitore: significa che l’azienda è cresciuta di valore e ha creato indotto e ricchezza. In Italia però questo è difficile, perché i player del mercato sono pochi; quindi è necessario che tutte le aziende abbiano un respiro internazionale. Sulla nostra piattaforma proponiamo portafogli di investimento attraverso la presentazione di circa 20 Pmi all’anno: si può scegliere di investire nel fashion, nel digital, nel medicale, ma anche in startup e PMI a vari stadi di sviluppo o in scale up. Una grossa opportunità può essere rappresentata dai Pir alternativi, in cui il 70% del portafoglio può essere costituito da aziende come quelle che portiamo in piattaforma».

L’ad di Doorway ha anche parlato dell’attività di affiancamento all’impresa: «Il nostro modello di business è particolarmente adatto agli investitori professionali perché incorpora strumenti di tutela. L’investimento avviene con la modalità del club deal che non viene portato in azienda attraverso una fiduciaria, bensì consolidato in un veicolo speciale, riducendo la captable e aumentando il peso dei nostri investitori nella governance. Questo ci permette di nominare un champion, un investitore, esperto del settore, che si affianca all’imprenditore e consente di aiutare anche da un punto di vista strategico nelle scelte di exit di crescita. Questo percorso, che per l’Italia è nuovo, ci permette di offrire a investitori e imprenditori un accompagnamento e una trasparenza informativa sia sui numeri dell’azienda ma anche sulle strategie, così da monitorare l’investimento. Un ultimo punto riguarda le aziende sostenibili, di cui si sta parlando molto: oltre a fare una valutazione del modello di business stiamo implementando un processo di screening che valuta e monitora i criteri Esg e di sostenibilità. Parliamo di investimenti di medio e lungo periodo, e proprio nel medio e lungo periodo questi elementi saranno sempre più valorizzati: le exit si faranno sempre più su aziende che hanno criteri di sostenibilità. Acbc, per esempio, che è una delle startup migliori di quest’anno, ha fatto una scelta di sostenibilità. La finanza non può in questo momento storico prescinderne: le nostre scelte sono basate anche su questi temi».

Lascia il tuo commento

Condividi le tue opinioni su Economy

Caratteri rimanenti: 400

I più letti

Articolo successivo