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Belt Road Initiative

Salcioli (Assiom Forex), “Oltre al Covid, c'è la mancanza di funding nella decisione di Canberra di abbandonare la Bri”

La maggior parte dei progetti contenuti nell'accordo sono stati finanziati dal governo cinese, mentre quelli che coinvolgevano direttamente l’Australia incoraggiavano in modo generico il commercio e gli investimenti futuri. Ma, per lo strategist, non ci sarà un effetto a catena sulle iniziative di lungo termine tra i due Paesi

Salcioli (Assiom Forex), “Oltre al Covid, c'è la mancanza di funding nella decisione di Canberra di abbandonare la Bri”

Gian Marco Salcioli, strategist Assiom Forex

Le relazioni tra Australia e Cina, già in caduta libera dopo la richiesta di Canberra di avviare una commissione di inchiesta indipendente sulle origini del coronavirus, si sono interrotte il 22 aprile dopo che, a sorpresa, il governo federale australiano ha abolito sia il memorandum di intesa sia l’accordo quadro sulla Belt and Road Initiative (Bri), che è lo strumento strategico di Pechino per far avanzare la sua influenza nel mondo. L’iniziativa – nata nel 2013 e fortemente voluta dal presidente Xi Jinping – ha infatti lo scopo di sviluppare in maniera organica le infrastrutture di trasporto tra terra e mare tra i diversi continenti del pianeta. I numeri dell’accordo sono infatti impressionanti: 179 memorandum di intesa firmati con 125 Paesi, tra cui è compreso lo stato di Victoria, che è il secondo Paese per dimensioni e di gran lunga il più ricco dell'Australia. Ben avviata in Asia e Africa, l’unico Paese europeo che ha aderito alla nuova Via della seta è stata l’Italia ancora nel marzo 2019. “La Nuova via della seta è sempre stata centrale nella volontà di sviluppare i commerci internazionali attraverso il potenziamento delle relazioni cinesi”, commenta Gian Marco Salcioli, strategist Assiom Forex. 

Ma quali sono i motivi della precipitosa retromarcia australiana? Come spiega Salcioli, per capire meglio le ragioni della scelta è necessario fare qualche passo indietro: la maggior parte dei progetti contenuti nell’accordo sono stati oggetto di finanziamento da parte del governo cinese, mentre quelli che coinvolgono direttamente l’Australia tendevano a incoraggiare in modo più generico il commercio e gli investimenti futuri. “Al di là della mancanza di funding in senso stretto, la questione diplomatica ha radici nella tensione creatasi a seguito della richiesta australiana di un’investigazione internazionale sull’origine del Covid-19 e di eventuali responsabilità dirette cinesi”, spiega Sancioli.

In seguito alla frattura, proprio i dati delle esportazioni australiane in Cina hanno mostrato un crollo di ben il 62% per un valore quasi irrisorio di 775 milioni di dollari australiani (circa 500 milioni di euro). Come spiega Sancioli, alla base di questa caduta ci sono le recenti tariffe imposte al vino australiano (che rappresenta il 30% del mercato cinese) che vanno dal 116 al 218% del prezzo. Ma anche altri beni hanno subìto altri rallentamenti, come il legname, il carbone e la carne. “A completare il quadro le dichiarazioni del Ministro degli esteri australiano, Marise Payne, secondo la quale di mille accordi firmati all’interno del Bri solo quattro sarebbero stati cancellati: due diretti con la Cina e altri due che comprendono India e Siria”, spiega Sancioli. Che aggiunge: “In tutti e quattro ci sarebbe stata la firma del governo di Vittoria e forse anche la spiegazione dell’uscita dalla Bri”. “Nonostante l’episodio è difficile pensare a un effetto a catena che metta a repentaglio i progetti di investimento a lungo termine, che prevedono un importo di 150-200 miliardi di dollari in media all'anno”, conclude lo strategist.

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