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Fugnoli (Kairos): “L’uscita dal tunnel dell’austerity è la grande novità del Pnrr”

Secondo lo strategist, l'aiuto europeo è molto inferiore ai 200 miliardi di cui si parla. Ma il superamento della linea dell'austerità porterà l’Italia a un aumento del Pil del 3% alla fine del Piano quadriennale, e a una diminuzione del rapporto debito/Pil rispetto al decennio precedente

Fugnoli (Kairos Partner), “Borse alle stelle? Forse sono le obbligazioni a essere troppo care”

Alessandro Fugnoli, strategist di Kairos Partners

Il Piano Nazionale di Ripresa e Resilienza (Pnrr) rappresenta un passaggio storico per l’Italia, quello che va dalle politiche di austerity, che sono partite a metà degli anni Ottanta, a politiche più espansive di stampo keynesiano, che prevedono un piano di interventi pubblici dello Stato. Per la maggior parte degli strategist il Pnrr apre la strada a nuovo Rinascimento italiano. Ma quale direzione prenderà questa rinascita? Per cominciare va ricordato che stiamo parlando di 220 miliardi di euro, cioè l’11% del Pil italiano, distribuiti nei prossimi quattro anni, e suddivisi a grandi linee in due direzioni: la transizione energetica e la digitalizzazione. Il restante 50% è diretto verso l’educazione, l’istruzione e, in quota minore, sanità.

Come spiega Alessandro Fugnoli, strategist di Kairos, di questi 220 miliardi, 30 miliardi li mette l'Italia come investimenti aggiuntivi rispetto ai programmi che aveva in precedenza, mentre 190 miliardi sono messi a disposizione dall'Europa. “Due cose mi preme considerare: la prima è che l'Europa non ci sta regalando dei soldi”, dice Fugnoli. Che spiega: “Di questi 190 miliardi, che sono i famosi 209 miliardi di cui abbiamo parlato tutto lo scorso anno – e che non sono una cifra rigida, perché verrà rivista periodicamente in base all'andamento dell’occupazione, dell’epidemia e di altri parametri - 120 miliardi sono rappresentati da una linea di credito per l'Italia, che si è riservata la possibilità di non utilizzare nei prossimi anni qualora l'indebitamento diretto sul mercato attraverso i Btp risultasse particolarmente conveniente”. I restanti 70 miliardi - spiega ancora lo strategist - ci vengono dati sotto forma di un sussidio, “però anche in questo caso non si tratta di un regalo puro e semplice, perché l'Italia è un contributore netto dell'Unione, cioè versa più soldi di quelli che riceve. Quindi, così come la Thatcher a suo tempo negoziò con l'Unione la restituzione di quanto il Regno Unito aveva versato in più, così sarà anche per l'Italia, che in pratica riceverà indietro la quota versata in disavanzo dall'Unione”.

Se alla fine l'aiuto europeo risulta molto inferiore ai 200 miliardi di cui si parla, Fugnoli sottolinea come l’aspetto più importante sia legato al totale cambiamento di approccio dell’Europa nei confronti dell'Italia, “perché si passa dalla linea di austerità mantenuta per tutto il decennio scorso, a causa della quale il bilancio pubblico ha sacrificato gli investimenti per ottenere una diminuzione del disavanzo, a una linea che oggi permette all'Italia di indebitarsi per fare investimenti pubblici”. Questo cambio di passo porterà a un aumento del Pil del 3% alla fine dell'intera operazione. “Potrà sembrare poco – dice Fugnoli - ma questo risultato è importante anche per la dinamica del rapporto tra debito e Pil: infatti le proiezioni del governo italiano danno un rapporto debito/Pil in diminuzione. In altre parole, nonostante il forte indebitamento aggiuntivo, la maggiore crescita permette di migliorare questo rapporto, cioè esattamente il contrario di quello che avvenne nel decennio passato, quando l'austerità, colpendo il Pil, ha fatto sì che il rapporto debito/Pil aumentasse nonostante l’austerità”. Insomma, questa volta investiremo di più riuscendo al contempo a ridurre il rapporto debito/Pil intorno al 155% alla fine del ciclo. Intanto le stime prevedono che l'Italia crescerà quest'anno del 4% circa, nel 2022 forse un po' di più, e negli ultimi due anni del Piano la crescita sarà del 2%, che è molto superiore alla media del decennio scorso. “Si tratta di un contesto di crescita a cui non siamo più abituati”, conclude Fugnoli.

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