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La Florida dichiara guerra ai giganti del web

Multe salate per il de-platforming o altre forme di censura di personaggi pubblici e obbligo di notifica degli algoritmi utilizzati con possibilità per l’utente di disattivarli. Così lo stato Usa mette un freno allo strapotere di Big Tech. E, secondo Cattapan (Consultique Sfc), la nuova legge è un freno all'impressionante crescita registrata dai social negli ultimi anni in regime di deregulation

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La legge approvata la scorsa settimana dalla Camera dei rappresentanti della Florida per impedire il de-platforming di figure pubbliche e politiche sembra dare credito a chi era convinto che il 2021 sarebbe stato l’anno della regolamentazione per i giganti del web, già da mesi sotto osservazione degli organismi antitrust europeo (con due proposte di legge presentate nel 2020 in materia di responsabilità delle piattaforme e concorrenza) e americano, che ha avviato numerosi procedimenti contro Google e Facebook per accertare posizioni di monopolio nel mercato della pubblicità online e in quello dei social network.

La legge della Florida – che deve a breve passare al vaglio del Senato - sembra andare oltre il tema della concentrazione e dei monopoli e potrebbe aprire la strada ad analoghe iniziative in altri stati, anche fuori dagli Usa. Secondo il legislatore della Florida infatti, nel caso in cui una piattaforma social con un fatturato di almeno 100 milioni di dollari e con oltre 100 milioni di utenti mensili (come Facebook e Twitter) blocchi l’account di persone note per il loro impegno politico, dovrà pagare una penale fino a 250,000 dollari al giorno. Se il fatto che ha ispirato il legislatore della Florida è stato senza dubbio il banning di Twitter, Fb e altri social a Donald Trump ancora presidente, questa nuova legge tutela ogni cittadino della Florida che frequenta i social network, poiché prevede che le piattaforme debbano rendere noti i propri standard, compreso le regole usate per censurare, chiudere, oppure applicare il cosiddetto shadow ban, ovvero la pratica di rendere invisibili i contenuti pubblicati da un soggetto non gradito ad altri utenti. Oltre a renderle note, il social media non può cambiare le regole con una frequenza superiore a 30 giorni, così come ogni tipo di censura dovrà essere notificata all’utente. Ma c’è di più. Ogni anno la piattaforma dovrà notificare agli utenti quali algoritmi sono in uso e consentire all’utente di disattivarli immediatamente.

Per i giganti del web questa legge equivale a un terremoto sui gradi alti della scala Richter, soprattutto per quanto concerne l’esposizione degli algoritmi, in quanto mete a nudo la linea editoriale non solo dei social media, ma anche di motori di ricerca come Google, sempre più attivi nello scrolling, ovvero lo scorrimento del flusso di informazioni determinato dall’algoritmo di personalizzazione. Il sisma potrebbe essere anche economico, poiché i giganti del web traggono enormi profitti dall’attività di advertising, dove la targetizzazione di chi legge è un elemento fondamentale. “Nelle società tecnologicamente avanzate, l’informazione è un bene che va tutelato attraverso un accesso libero e non filtrato a monte per non rischiare di avere una modulated democracy’”, è il commento di Andrea Cattapan, analista di Consultique Scf. Che aggiunge: “Ritengo quindi che la norma si inserisca in quel filone che punta a regolamentare il funzionamento dei social media, ma, in definitiva, anche a definire il loro ruolo all’interno degli Stati, democratici e non. I social media infatti sono ormai troppo impattanti, troppo capaci di creare consensus, e di dirottarlo in modo più o meno chiaro verso specifici interessi”. In ogni caso, secondo lo strategist, sulla base di una prima lettura, la norma ha un senso generale e diretto a tutelare la libertà di espressione specie in ambito politico e nei periodi in cui è attiva una campagna elettorale. “Non solo questa norma, ma tutte quelle che riguarderanno i social media, è probabile diventino parte delle legislazioni nazionali nei prossimi anni, come forma di tutela del pluralismo e della trasparenza, visto che anche in tema di ‘algoritmi’ (con cui si classificano le notizie) le questioni sono spinose”.

Ma quale sarà l’impatto concreto di queste misure improntate a un maggiore equilibrio tra utente e industria del web? Difficile – secondo Cattapan – valutare l’entità dell’impatto di un possibile intervento regolatorio, essendo la materia nuova e tutta da esplorare. “Tra le big del settore, comunque, quelle più esposte mi sembrano Facebook e Twitter, anche se credo che possano essere sufficientemente flessibili per affrontare una modifica delle regole del gioco che provenga dai regolatori”, dice Cattapan. “E’ possibile - aggiunge lo strategist - che finiranno per adattarsi al nuovo contesto, e che si andrà a configurare un ambiente più sano dove operare, anche in tema di privacy". Quanto alle ricadute economiche, "Un impatto sulla marginalità è comunque da mettere in conto, ma più che altro come rallentamento del trend di crescita molto forte che hanno avuto in questi anni di pressoché totale deregulation”, conclude Cattapan.

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