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Schroders, “Stimoli monetari e fiscali faranno crescere l’inflazione”

Le misure fiscali prese dai governi per fronteggiare la crisi sono dirette ai consumatori e non al sistema finanziario, e ciò potrebbe far aumentare l’inflazione nel mondo sviluppato, soprattutto se ci sarà un’ampia crescita delle spese nei prossimi anni

 L'inflazione è manna per gli obbligazionari

La combinazione di stimoli monetari e fiscali potrebbe creare inflazione. E’ questa l’opinione di Schroders contenuta in un report redatto da Ugo Montrucchio, gestore multi-asset, secondo il quale le misure fiscali introdotte in questi mesi, sono dirette ai consumatori e non al sistema finanziario, e ciò potrebbe far salire l’inflazione nel mondo sviluppato, soprattutto se vedremo un’ampia crescita delle spese nei prossimi anni. Tuttavia è troppo presto per poterlo dire con certezza. Come spiega lo strategist, prima del Covid era opinione diffusa che ci trovassimo in una fase di stagnazione secolare: in altre parole, bassa crescita e bassa inflazione, con i cambiamenti demografici e la rivoluzione tecnologica che hanno strutturalmente contribuito a una crescita limitata. “Queste forze certamente persistono, ma combinate con gli stimoli fiscali implicano rischi di inflazione più bilanciati”, dice Montrucchio

In ogni caso negli ultimi dieci anni la liquidità è stata il principale driver dei rendimenti. Come spiega Montrucchio, prima della crisi finanziaria il bilancio della Fed era abbastanza stabile, ma dal 2008 la banca centrale ha iniziato a iniettare liquidità nel sistema finanziario per ricostruire i bilanci delle banche, alimentando i mercati finanziari ma non l’economia reale. “Questa volta, con la politica monetaria accomodante nella maggior parte del mondo, il compito di sostenere le economie in difficoltà è passato alla politica fiscale. E probabilmente nei prossimi cinque anni vedremo consolidarsi questa transizione dall’espansione monetaria al supporto fiscale”, afferma Montrucchio.

Quanto ai mercati alimentati da tutta questa liquidità, sembrano mandare chiari segni di surriscaldamento. “Non è chiaro se gli sviluppi tecnologici e i quantitative easing abbiano spinto i mercati verso una bolla - dice Montrucchio – Tuttavia, credo che potremmo trovarci in una bolla, ma limitata a certe aree dei titoli tech Usa, che hanno beneficiato di enormi investimenti, ma vengono scambiati su livelli eccessivi e insostenibili”. In definitiva, secondo lo strategist, il rischio-bolla non riguarderebbe le large-cap tech del gruppo FAAANM (Facebook, Apple, Alphabet, Amazon, Netflix e Microsoft), bensì un gruppo di “secondo livello”, i cui titoli mostrano valutazioni elevate e le cui proiezioni sugli utili sono troppo ambiziose.

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