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Stansbury (Lgim), “Caso Shell: una sentenza non migliora l'ambiente, ma apre un varco a nuovi attori”

Il mercato è rimasto indifferente al dispositivo di un tribunale olandese che condanna Royal Dutch Shell a limitare i volumi di CO2 emessi nell’atmosfera fino a ridurli del 45% entro il 2030. Secondo lo strategist, perseguire politiche ambientali per via giudiziaria rischia di scaricare i costi della transizione energetica sui più poveri attraverso un aumento dei prezzi

Quando chiedemmo a Shell di allinearsi all'Accordo di Parigi

 Il 1996 è stato un anno spartiacque per l’industria del tabacco, quando Grady Carter, ex controllore aeroportuale e fumatore per oltre 43 anni, si ammalò di cancro ai polmoni e vinse la prima causa individuale intentata contro un grande produttore di tabacco. Il giorno della sentenza, il prezzo di questa commodity crollò drammaticamente – cedendo il 10% in un giorno – bruciando miliardi di dollari investiti nel settore. Analogamente il 2021 potrebbe essere un anno da ricordare per l’industria petrolifera. Il 26 maggio, un tribunale olandese ha infatti stabilito che Royal Dutch Shell deve, “limitare i volumi aggregati di CO2 emessa nell’atmosfera (Scope 1,2 e 3), così che nel 2030 i suddetti volumi si saranno ridotti del 45% rispetto ai livelli del 2019”. Tuttavia, come sottolinea Nick Stansbury, Head of Climate Solutions di LGIM, a differenza di quanto si è verificato nell’industria del tabacco, il prezzo delle azioni della Shell non ha subìto significativi spostamenti. “Eppure, questa sentenza è stata alquanto inaspettata e sembra impossibile che il mercato avesse già scontato con sufficiente anticipo questa eventualità”, è il commento di Stansbury.

Questa circostanza, secondo lo strategist, suggerisce due punti di vista alternativi: o il mercato ritiene che quanto previsto dalla sentenza si realizzerà (il che è assolutamente possibile), oppure ritiene che le ripercussioni del disposto del giudice saranno minime. “Prima di dare un giudizio, è bene mettere in risalto alcune affermazioni importanti contenute nella sentenza – spiega Stansbury - La prima riguarda la domanda e l’offerta, con il tribunale che sembra accettare quella che è stata solo una tesi di minoranza, sia nella letteratura accademica che sui mercati finanziari, ovvero che una compagnia che riduce unilateralmente l’offerta di petrolio ne cambierà anche il quantitativo consumato a livello globale”. E’ infatti accertato che costringere una compagnia a smettere di produrre greggio – senza modificarne la domanda o senza cambiare l’intera policy ambientale – crea semplicemente un’occasione per un’altra società di colmare il vuoto e produrre greggio al posto della prima. “Il tribunale, tuttavia, ha rigettato questa tesi e questo potrebbe portare a sviluppi importanti in futuro”, dice Stansbury. La seconda affermazione contenuta nella sentenza riguarda il fatto che Shell può essere considerata responsabile per i danni provocati dal consumo dei suoi prodotti anche al di fuori dei Paesi Bassi. “La questione davvero significativa è che il giudice ha accettato questa tesi nonostante un determinato impatto ambientale non possa essere direttamente attribuito a un barile di petrolio prodotto da Shell”, spiega Stansbury. E poiché tra il 2018 e il 2020 il numero di processi su questioni ambientali è più che raddoppiato, se entrambi i punti visti citati saranno accettati anche da altre giurisdizioni le conseguenze potrebbero essere significative. “Per queste ragioni, il fatto che il mercato abbia considerato la sentenza su Shell come un “non-evento” è decisamente sorprendente”, afferma Stansbury.

Ma quali sono le ripercussioni che la sentenza avrà direttamente sull’ambiente? “A nostro avviso, queste non saranno necessariamente a favore per l’ambiente. Piuttosto riteniamo necessario che tutto il settore petrolifero si allinei agli Accordi di Parigi, ma questo lo si può ottenere solo passo dopo passo, attraverso modifiche della policy, cambiamenti sul lato della domanda e un rinnovamento del sistema energetico a livello globale - dice Stansbury - Obbligare un’impresa a fare tutto questo attraverso una sentenza giuridica - sempre che questa diventi effettiva - porterà solo a un aumento dei prezzi e a mancati incassi”. Pertanto, secondo lo strategist, i tribunali non costituiscono la via migliore per superare la crisi climatica: al contrario, perseguire le politiche ambientali in questo modo rischia di scaricare i costi della transizione energetica sulle spalle dei più poveri attraverso un aumento dei prezzi. “Sarebbe più opportuno perseguire una transizione giusta ed equa, che suddivide i costi in base a chi ha maggiori possibilità di sostenerli”, dice Stansbury. Che conclude: “Tutto ciò assegna un ruolo ancora più importante alla prossima conferenza sul clima COP26 e alla necessità che i governi facciano di più sul piano ambientale. Ma attendere un cambiamento di policy non mette in salvo il settore petrolifero, che, a nostro avviso, deve rispondere alla crescente pressione non solo nei tribunali, ma da ogni angolo della società”, conclude Stansbury.

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