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Fugnoli (Kairos Partner), “Quello verso la minimum tax è un percorso lungo e incerto”

Secondo lo strategist, sono tanti gli scogli da superare prima di varare una tassa unica globale che sostituisca le digital tax nazionali. Il primo è il Congresso Usa, dove i repubblicani si oppongono a un innalzamento delle imposte. Ma, se andasse in porto, le multinazionali dovrebbero espandere i margini e i ricavi per mantenere il recente ritmo di crescita

Verso un accordo bipartisan per contenere i Big Tech

Lo scorso weekend i leader del G-7 hanno trovato un accordo sulla riforma del sistema fiscale globale, ponendo le basi per l’imposizione di un'aliquota minima per le aziende del 15% in ogni Paese in cui operano. Tra gli obiettivi, ovviamente, la lotta all'evasione da parte delle "multinazionali più grandi e redditizie". Il G-20, che include Paesi emergenti come Cina, India, Messico, Brasile e Russia, dovrebbe vagliare questa proposta nel prossimo vertice di luglio a Venezia e, nelle attese, l'Ocse potrebbe finalizzare l'accordo entro la fine dell'anno. Tutti i leader del G-7 hanno posto grande enfasi (forse eccessiva) sull’accordo. L'amministrazione americana, tra le più entusiaste, ha stimato che un sistema fiscale minimo globale porterebbe agli Stati Uniti 500 miliardi di dollari di entrate aggiuntive nel prossimo decennio. E la Francia stima già di poter incassare 5 miliardi di euro. Nessuno ha ancora fatto i conti di quanto potrebbe entrare nelle casse del fisco italiano, ma è certo che la posizione non potrebbe che migliorare.

Secondo Alessandro Fugnoli, strategist di Kairos Partners, la minimum tax è anche la risposta alle varie “digital tax” varate nel 2020 da diversi Paesi in ordine sparso sulle imprese del settore tech, che in generale pagano tasse molto basse e i cui profitti spesso finiscono nei paradisi fiscali. Pochi però hanno considerato che la volontà di superare gli ambiti nazionali sul capitolo tasse e di "globalizzare" anche la fiscalità, si scontra contro uno scoglio insidioso, che è proprio quello del Congresso Usa, primo sponsor della minimum tax. “Tutti questi discorsi sulla minimum tax sono una tappa nell’iter che è ancora molto lungo, perché oltre al G10 e al G20, c’è da superare l’esame del Congresso degli Usa, dove i repubblicani si oppongono a un innalzamento di tasse”, conferma Fugnoli. “In ogni caso – aggiunge lo strategist – Con questo accordo gli americani hanno evitato che l’Ue prendesse iniziative, magari anche più drastiche”.

Se è quasi certo che ci saranno molte opposizioni, e a tutti i livelli, più difficile è capire quali sarebbero le conseguenze per i bilanci delle multinazionali con il varo di questa tassa ecumenica. Interessante a questo riguardo la considerazione di Fugnoli: le aziende pagano tasse ai governi, ma le aziende appartengono agli azionisti, che sono anche i fondi di investimento e i fondi pensione. “E' giusto che le aziende paghino una tassa, ma è pur sempre una tassa che ricade sul consumatore, anche italiano, quando utilizza la tecnologia”. Secondo Norman Villamin, CIO Wealth Management di UBP, dopo il calo delle aliquote fiscali effettive sulle imprese Usa (dal 31% al 13% attuale) dall'inizio del secolo, se passasse la minimum tax le aziende dovrebbero fare sempre più affidamento sull'espansione dei margini e sulla crescita dei ricavi, anche solo per mantenere il recente ritmo di crescita dei profitti. “Le azioni delle multinazionali saliranno un po’ più lentamente”, prevede Fugnoli. Che conclude: “In ogni caso, quello verso la minimum tax è un iter lungo e incerto, anche se i governi hanno maggioranze parlamentari e partono con un vento favorevole”.

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