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Criptovalute

Investi un dollaro in Bitcoin? Devi anche accantonarne uno

Il Comitato di Basilea propone super accantonamenti per le banche che investono in criptovalute. Criteri meno stringenti per le stablecoin

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Il Comitato di Basilea propone un giro di vite significativo sulle esposizioni delle banche verso criptoasset come i Bitcoin. È quanto si legge sul Sole 24 Ore. Tanto da suggerire una ponderazione del rischio-monstre (dunque accantonamenti patrimoniali) pari al 1250 per cento del valore maggiore tra le esposizioni attraverso posizioni nette lunghe e le esposizioni nette corte, ovvero quelle gestite attraverso investimenti indiretti (fondi e Etf) e contratti derivati. Un’esposizione di 100 dollari richiederebbe accantonamenti per un valore almeno equivalente, e non per una quota parte come previsto per altri asset. 

Chi investe 100 euro ne deve mettere da parte altrettanti

La proposta è inserita in un documento di consultazione pubblicato ieri e sul quale i soggetti interessati si devono esprimere entro il prossimo 10 settembre. Il documento mira a introdurre requisiti prudenziali per le banche che investono o hanno esposizioni sui criptoasset. Questi ultimi sono distinti in due categorie. Quelli che rispondono a una serie di criteri di classificazione proposti e che in sostanza sono “stablecoins”, rappresentazioni digitali di asset tradizionali che utilizzano token oppure che hanno meccanismi di stabilizzazione delle oscillazioni del valore del prezzo. Per questi si ritiene possa essere applicato il framework già previsto dall’ultimo accordo di Basilea IV, salvo alcuni aggiustamenti qualora le regole esistenti non siano in grado di catturare i rischi legati a questi strumenti. La seconda categoria di criptoasset è quella che non è riconducibile alla classificazione prevista per il primo gruppo - in essa rientrano i Bitcoin - e quindi si ritiene necessario dare vita a un nuovo trattamento prudenziale mirato, per quanto al momento snello e passibile di essere ulteriormente modificato in base alle evoluzioni di queste criptovalute.

Consultazione al via, repliche entro il 10 settembre

Nel caso degli asset del primo gruppo si propone in ogni caso di valutare misure di Pillar 1, dunque accantonamenti patrimoniali ulteriori a seconda dei rischi impliciti oppure limitazioni nell’utilizzo dei modelli interni per calcolare la ponderazione dei rischi nel bilancio delle banche. La formula introdotta per i Bitcoin e simili è, invece, molto più tranchant e punta di fatto a ridurre a zero l’impatto del rischio preso dall’istituto di credito attraverso un accantonamento della stessa misura dell’esposizione. Questo, però, potrebbe anche essere superiore. «In teoria le posizioni corte e altri tipi di esposizioni possono portare a perdite illimitate e in alcune circostanza la formula potrebbe richiedere capitale insufficiente a coprire potenziali perdite future. Le banche avranno la responsabilità di dimostrare la consistenza di questi rischi durante la fase di supervisione dei criptoasset e se questi rischi sono stati sottostimati» si legge nel documento. In quel caso i supervisori possono richiedere ulteriori accantonamenti come misure di Pillar 1. Queste valute, poi, avranno limitazioni nell’uso come collateral.

Stretta anche per gli “stablecoin”

Tra le condizioni indicate per gli asset del gruppo 1, il documento fissa anche condizioni perchè un investimento in una criptovaluta basata su meccanismi di stabilizzazione sia considerata affidabile. Questi sistemi devono consentire alle banche di poter monitorare quotidianamente la differenza tra il valore del criptoasset e dell’asset tradizionale sottostante. E questa differenza non deve superare i 10 punti base del valore dell'asset tradizionale più di tre volte in un anno.

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