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Grass (Swisscanto), “Niente panico: è solo un po’ di inflazione”

Gli ultimi dati provenienti dagli Stati Uniti sono ben al di sopra delle attese. Sebbene alcuni sviluppi stiano effettivamente portando a un aumento dei prezzi, lo strategist ritiene che la curva dell'inflazione potrebbe non essere così ripida come previsto, almeno nei prossimi tre anni

Grass (Swisscanto), “Niente panico: è solo un po’ di inflazione”

Nicola Grass, Senior Portfolio Manager Multi-Asset di Swisscanto Invest

Gli Stati Uniti hanno superato le aspettative di inflazione con un incremento del 5% su base annua contro il 4,7% previsto, mentre il tasso base è ora al 3,8%, livello toccato l’ultima volta nel lontano 1992. Va notato, tuttavia, che - nonostante l'enorme copertura mediatica - la reazione dei mercati finanziari è rimasta relativamente moderata, e ciò dimostra che una parte dell'inflazione è già incorporata nei prezzi. “Inoltre, il tasso di inflazione core ha superato di poco il trend pre-pandemia solo il mese scorso e vi ritornerà gradualmente. Non c'è quindi alcun motivo per farsi prendere dal panico”, afferma Nicola Grass, Senior Portfolio Manager Multi-Asset di Swisscanto Invest.  

Attualmente, secondo lo strategist, il grande interrogativo è se i dati sull'inflazione più elevata negli Stati Uniti siano effettivamente temporanei, come la Fed continua a ripetere, e se siano solo il semplice recupero del calo dello 0,1% legato alla pandemia nel maggio 2020. Per rispondere, Grass ha preso in considerazione diversi fattori. Il primo è legato all'approvvigionamento, con i prezzi dei trasporti letteralmente esplosi e quelli dei veicoli usati in forte crescita a causa della carenza di semiconduttori e del conseguente calo della produzione di automobili. “Questa situazione è temporanea e si normalizzerà nel corso dell'anno. Il ritorno alla normalità è però più difficile del previsto”, dice Grass.  

Il secondo fattore sono i salari, con le aziende del segmento basso (come McDonalds, FedEx e Dominos) che stanno avendo difficoltà a coprire i posti vacanti nonostante l’elevata disoccupazione e che sono costrette a pagare salari più alti. Anche questo, secondo lo strategist, è un fattore temporaneo. “Ciò è dovuto principalmente agli elevati sussidi governativi (da 300 dollari a settimana oltre all'indennità di disoccupazione) che saranno aboliti il ​​prossimo settembre”, dice Grass. C’è poi il fattore legato all’aumento delle materie prime che continuerà nel medio termine, visto il passaggio alle energie rinnovabili. "Nel breve periodo, i prezzi hanno già raggiunto un livello molto elevato (+50% per l'indice Bloomberg commodities da maggio 2020, con prezzi spot vicini ai massimi storici, ndr), quindi non ci aspettiamo ulteriori pressioni sull’inflazione. Possiamo infatti osservare i primi segnali di allentamento, per esempio nel prezzo del legno già corretto del 45 per cento", afferma Grass. Non ultimo, o strategist prende in considerazione il fattore economia. La forte ripresa economica negli Stati Uniti ha sollevato timori di surriscaldamento, ma il picco sembra essere raggiunto. Gli indicatori anticipatori come il Purchasing Managers Index (Pmi) negli Stati Uniti o l'aumento del credito in Cina stanno infatti già mostrando un'inversione di tendenza. "In passato, l'aumento del credito si è dimostrato un indicatore affidabile dei prezzi al consumo negli Stati Uniti, che sono fortemente influenzati dai prezzi alla produzione in Cina", è il commento di Grass.  

In seguito a questa analisi Grass ritiene che l’inflazione statunitense abbia raggiunto il picco e che diminuirà nei prossimi mesi, scendendo al di sotto del 3% a fine 2022. Inoltre, la pressione inflazionistica nel resto del mondo è appena percettibile (Eurozona 2%, Cina 1,3%), anche se aumenterà con un leggero ritardo. Tradotto in scelte di portafoglio, questo significa che, date le comunque le elevate aspettative di inflazione negli Usa nei prossimi cinque anni (tutte le proiezioni a cinque anni implicano tassi di inflazione superiori al 2,5%), le obbligazioni statunitensi protette dall'inflazione sono ora troppo costose, soprattutto nel breve termine. “Preferiamo quindi le scadenze più lunghe, a 7-10 anni, e abbiamo rafforzato in parte le nostre posizioni in obbligazioni nominali”, spiega Grass. Che conclude: “Nel medio termine, siamo meno fiduciosi sulla pressione sui prezzi, perché, dopo diversi decenni, fattori strutturali come la globalizzazione e i cambiamenti demografici stanno tornando ad avere un effetto inflazionistico. La curva dell'inflazione di pareggio dovrebbe quindi diventare più ripida”.  

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