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Tassi, La Fed fa da battistrada

Secondo J.P. Morgan, sulla scia dei segnali di probabili rialzi dei tassi che giungono dalla Federal Reserve, molti Paesi potrebbero avviare, anche in chiave tattica, una politica di inasprimento monetario. Unione europea inclusa

Jerome Powell, governatore della Federal Reserve

Jerome Powell, governatore della Federal Reserve

Nella riunione tenuta la scorsa settimana dal Federal Open Market Committee (FOMC), non solo si è preso atto che quest’anno il sostegno fiscale ha mandato a monte le consuete dinamiche disinflazionistiche che seguono una recessione, ma anche che i possibili scenari inflazionistici sono molteplici e variegati. Come spiega il team Global Fixed Income, Currency and Commodities Group di J.P. Morgan Asset Management, l'ultimo comunicato della Federal Reserve – che evidenzia come la maggior parte dei membri del FOMC preveda un aumento dei tassi entro il 2023 – ha di fatto istituito una nuova funzione di reazione, dove la revisione al rialzo delle previsioni sui tassi, in risposta a una maggiore inflazione, potrebbe innescare un ulteriore aumento dei rendimenti sulle scadenze a breve termine qualora l’inflazione continuasse a sorprendere al rialzo.

“I segnali più espliciti inviati dalla Federal Reserve per confermare che attuerà misure di inasprimento monetario per contrastare un aumento dell’inflazione, hanno ridotto la capacità del mercato di sfuggire alla realtà ricorrendo alla narrativa della reflazione come è accaduto all’inizio di quest’anno”, scrivono gli analisti di JP Morgan. Se guardiamo al di fuori degli Stati Uniti, altre Banche centrali dovranno tener conto dell’orientamento della Fed non fosse altro che per le dinamiche valutarie in gioco. “Di conseguenza, il mercato può scontare più facilmente rialzi dei tassi nelle economie sviluppate che possono generare inflazione, quali Regno Unito, Canada e Australia”, spiegano gli analisti. Che aggiungono: “Quanto all’inflazione strutturalmente bassa del Giappone, indica che lì i tassi potrebbero restare immutati. L’Eurozona, invece, si trova in una zona intermedia, con prospettive inflazionistiche che non giustificano un riorientamento duraturo verso un ciclo restrittivo, ma con la possibilità che il mercato possa scontare in chiave tattica una politica di inasprimento monetario da parte della Bce probabilmente verso la fine dell’estate”.

Quel che pare chiaro è che la retorica della Fed potrebbe dettare il passo di misure monetarie restrittive in gran parte del mondo. Quanto alle valutazioni, prima della riunione del FOMC il rendimento dei Treasury decennali era dell’1,48%, ma tutta la settimana successiva alla riunione è stata caratterizzata da molta volatilità dei prezzi, con tassi compresi tra un massimo iniziale dell’1,58% e un minimo dell’1,36 per cento. “Dal 21 giugno, tuttavia, i rendimenti si sono stabilizzati intorno all’1,47%, un segnale che il mercato si è autocorretto e che la notizia è stata scontata dagli operatori”, è scritto nel report. Alla luce della ripresa economica in atto, i tassi potrebbero ulteriormente salire nei prossimi mesi, anche se un eventuale aumento dovrà essere probabilmente trainato da maggiori rendimenti reali (una componente dei rendimenti nominali) anziché dai tassi di pareggio (l’altra componente che riflette le aspettative d’inflazione). “Il tasso di inflazione implicito per i titoli decennali statunitensi è aumentato costantemente nell’ultimo anno, dall’1,36% al 2,56% a maggio, scendendo però al 2,32% nelle ultime settimane, con minori possibilità di risalita in virtù dell'ultimo comunicato della Fed”, spiegano gli analisti. Che concludono: “Pertanto, saranno necessari rendimenti reali più alti per far salire i tassi, il che potrebbe incidere sui mercati del rischio in caso di un brusco riprezzamento”.

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