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Per liberare il risparmio ci vuole più cultura finanziaria

Al Salone del Risparmio, il convegno di Investire “Previdenza e risparmio alla prova dei real asset” ha indagato lo stato dell’arte con ospiti d’eccezione. Il dibattito moderato da Federico Visconti, rettore della Liuc, fa emergere l’esigenza di un’adeguata educazione finanziaria per famiglie e imprese per sbloccare la grande liquidità e utilizzare gli strumenti alternativi a quelli bancari

Per liberare il risparmio ci vuole più cultura finanziaria

Un momento del convegno “Previdenza e risparmio alla prova dei real asset” organizzato da Investire al Salone del Risparmio

La crescita del private equity e le difficoltà nel convincere i risparmiatori italiani a investire la liquidità depositata nei conti corrente; l’ottimo livello del risparmio e la mancanza di cultura finanziaria nelle famiglie e nelle imprese; il tessuto di Pmi italiane che chiedono finanziamenti e le dimensioni troppo ridotte dell’offerta finanziaria; l’interesse di fondazioni e casse di previdenza per i real asset e i vincoli legislativi che ne limitano gli spazi di manovra. Aspetti positivi e criticità sono emersi con chiarezza nel corso della conferenza “Previdenza e risparmio alla prova dei real asset”, organizzata da Investire al Salone del Risparmio, il grande evento di Assogestioni tornato in presenza. Dopo l’introduzione del caporedattore di Investire Marco Muffato, la parola è passata a Federico Visconti, rettore della Liuc - Università Cattaneo, che ha condotto il dibattito (complimenti per la verve). A Simone Cremonini, managing partner di Synergo, Visconti ha chiesto cosa sta succedendo nel rapporto tra fondi di private equity e risparmio. «Noi di Synergo inventiamo progetti e poi gestiamo fondi di private equity e venture capital» ha spiegato Cremonini. «Raccogliamo capitali dagli investitori e li investiamo direttamente in economia reale. Nel caso del private equity si tratta di aziende già avviate di media dimensione, in quello del venture capital di startup. Siamo in contatto direttamente con il mondo degli investitori e anche con quello delle aziende. Dal punto di vista della raccolta, i fondi hanno sempre raccolto da fondi istituzionali o professionali che hanno una durata medio lunga, 7/10 anni, illiquidi e con un profilo di rischio più elevato. I fattori macroeconomici attuali con i tassi negativi hanno fatto sì che si sia creata domanda da parte delle aziende per questo tipo di fondi e del risparmiatore per allocare diversamente i propri capitali. Abbiamo adottato anche una raccolta innovativa direttamente dal risparmiatore. Vediamo segnali di ripresa, anche se il venture capital è molto più indietro in Italia rispetto ad altri Paesi».

Federico Ghizzoni, presidente di Rothschild Italia, ha risposto a una domanda di Visconti su cosa sta succedendo al risparmiatore italiano che affronta sfide come quelle descritte da Cremonini. «I risparmi depositati sono aumentati, siamo a oltre 1600 miliardi, soldi a tasso zero che con un rendimento dell’1,5% sarebbero 20 miliardi di ricchezza in più» ha scandito Ghizzoni. «C’è ancora un atteggiamento cauto, di scarsa confidenza verso il futuro; ben vengano dunque aperture come quelle verso il private equity. Inoltre c’è una percezione di arretramento del welfare, l’italiano si sente meno protetto. Siamo un paese che vive di obbligazionario storicamente, e poi ci spostiamo sull’azionario; nel mondo anglosassone è il contrario, il paradigma è opposto. La cosa positiva è che il risparmio c’è. Per quanto riguarda il private equity, è dominante in Italia quello estero. Perché non lo facciamo con il risparmio italiano che investe in aziende italiane? Occorre cultura finanziaria, anche sul fronte degli intermediari finanziari, il coraggio di proporre soluzioni nuove, di spiegare al cliente di cosa sta parlando, di investire sulla cultura finanziaria. Il momento è molto favorevole, se non lo facciamo adesso non lo facciamo più».

A Nico Gronchi, vicepresidente nazionale di Confesercenti, il rettore della Liuc ha chiesto dal punto di vista delle imprese qual è il rapporto con il capitale. «È un rapporto che sta maturando un passo alla volta ma con grande difficoltà, in questo Paese che si basa su 3 pilastri storici: il risparmio che fa gola a molti, come diceva Ghizzoni; un sistema fortemente bancocentrico, si trattava il direttore di banca come una specie di socio occulto salvo accorgersi negli ultimi 20 anni che non era così; e le imprese che si confrontano con un con sistema che si sta terziarizzando» ha detto Gronchi. «Non siamo adeguatamente pronti sul fronte del credito diretto alle imprese: i numeri come sempre sono impietosi. Non lo siamo sul sistema delle garanzie, anche se nel 2020 l’avvento del ruolo del fondo centrale è intervenuto con numeri importanti. Dal 20 marzo 2020 198 miliardi, il 10% del Pil è stato garantito dallo Stato verso le banche nei confronti delle imprese, che hanno chiesto questi soldi non certo per fare investimenti… Non siamo pronti sul piano dell’innovazione. Confesercenti rappresenta al 90% imprese medio piccole e micro, ma abbiamo anche gruppi retail; quel che vediamo è che cambiano le domande di strumenti che ci fanno le imprese; lanceremo momenti di formazione finanziaria. Siamo sicuri che le imprese conoscano la differenza tra private equity e venture capital? Non la conoscono. Dobbiamo ricostruire i fondamentali; traghettare la cultura finanziaria, la conoscenza degli strumenti che ci sono a disposizione: una sfida gigantesca».

Davide Squarzoni, amministratore delegato di Prometeia Advisor Sim, è stato interrogato da Visconti su quel che accade tra gli investitori istituzionali che gestiscono grandi risorse: il nuovo avanza? «Secondo i numeri Aifi usciti qualche giorno fa, nel primo semestre il private equity ha raggiunto il market record di 2,83 miliardi euro, con 21 fondi; il 35% viene da fondi pensione, dal mondo della previdenza» ha precisato Squarzoni. «Noi che ci lavoriamo da 25 anni sappiamo che è un percorso con delle tappe: prima di tutto si tratta di avere a che fare con gli investitori, fondazioni di origine bancaria e casse di previdenza, due terzi sono patrimoni istituzionali, il mondo del welfare integrativo è il primo pilastro delle casse. Non nascono liquidi, nascono con titoli di stato e immobili di edilizia sociale; il processo di riconversione di questi patrimoni è lungo, la normativa non facilita la transizione verso strumenti messi a disposizione dall’industria in linea con le esigenze degli investitori. È un percorso necessariamente lungo che parte dagli obiettivi, finché l’obiettivo è raggiungibile con strumenti di mercato più liquidi e trasparenti, se sei un investitore istituzionale non prendi rischi per avere un rendimento più alto. Di quel che è stato investito in questo semestre, cioè 4,5 miliardi in imprese, 3,4 sono arrivati da operatori stranieri. Come portare il risparmio istituzionale e privato degli italiani alle imprese? La risposta passa dall’intermediazione finanziaria, ma l’offerta è affetta dalla stessa patologia riconosciuta nelle imprese italiane: ancora una volta, piccolo non è bello. Ora non ci sono più scuse però, i numeri ci sono, bisogna creare un’offerta adeguata».

Ad Alfonsino Mei, consigliere nazionale Anasf, il rettore Liuc ha chiesto come si muove il mondo della previdenza. «Purtroppo siamo vincolati come fondazioni e casse di previdenza, deve intervenire la politica, si deve allargare la fascia che si può investire sui private equity» ha sottolineato Mei. «Secondo un recente sondaggio, su 7 fondi importanti nel mondo dal 4% di investimenti del ‘97 si è passati al 30%; noi siamo un po’ indietro. Secondo me all’interno dei portafogli si possono compensare minus e plusvalenze. Bisogna qualificare le persone che siedono nel Cda, sappiamo come venivano scelte, con quali logiche... Inoltre sulla defiscalizzazione, sul credito d’imposta si deve e si può fare molto. Si deve intervenire seriamente anche sulla doppia tassazione, maturato e erogato: è pesantissima. Per aumentare la fascia di investimenti ci vuole un fondo centrale di garanzia per le casse di previdenza, che garantisca gli iscritti. Insomma ci vogliono interventi importanti anche a livello politico».

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