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Generali, blitz degli assediati
Adesso è guerra di posizione

L’affitto-titoli con cui Mediobanca ha rafforzato il suo pacchetto di voti a Trieste è una risposta di mercato alla stretta di Caltagirone e Del Vecchio. La situazione resta aperta e critica. E il mercato continua a capirla ben poco.

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“A la guerre comme a la guerre”, recita il proverbio francese. E il blitz con cui Mediobanca ha ipotecato un 4,4% di azioni e diritti di voto - in più dei suoi consueti - per accrescere il suo peso nell’assemblea degli azionisti delle Generali con lo strumento dell’affitto di azioni, è un atto di difesa militare contro l’assedio, pure militare, che Caltagirone e Del Vecchio hanno posto attorno alla governance della grande compagnia assicurativa triestina per la senile fissazione di doverla cambiare.
In questo senso, diciamolo, è un passo avanti nello scontro aperto dai due imprenditori: appunto, un atto di guerra in risposta ad atti di guerra. Avevamo cominciato gli altri, ma ora è proprio guerra.
Una strana guerra però: sia perché – come Investiremag ha già più volte sottolineato – i motivi dello scontento del padrone della Cementir e di Luxottica contro l’attuale vertice triestino non si sono mai ben capiti, sono scarsamente incardinati in argomenti economico-aziendali, in definitiva poco trasparenti e più simili a dispetti e insofferenze che a tesi razionali. Sia perché i due contestatori hanno, sì, investito molto tanto in Generali quanto nella controllante, Mediobanca, ma non avrebbero per questo la risorsa estrema di scalarsele, magari lanciando un’Opa, come accade in una sana dinamica di mercato. Mediobanca capitalizza 9 miliardi, le Generali 29. Anche per un signore ricchissimo come Del Vecchio e uno certo non indigente come Caltagirone sono costi insostenibili ma soprattutto: acquisire il controllo di aziende sensibili e regolate quali sono – e speriamo restino – le banche e le assicurazioni non è come comprare una gelateria.
E soprattutto la Bce non starebbe a guardare. Se un imprenditore industriale – come sono i due – vuole diventare padrone di un’azienda finanziaria, padrone assoluto, deve ancora superare una trafila autorizzativa irta di sacrosanti ostacoli. Perché? Semplice: gestire male un’azienda finanziaria non significa, come per chi fa occhiali o case, bidonare qualche cliente dell’ultima settimana ma pregiudicare un interesse costituzionale tutelato come quello del risparmio, bruciare risorse altrui oltre che proprie. E quindi, sanamente, le autorità ci vanno caute prima di dare carta bianca a imprenditori industriali che vogliano cambiar mestiere e diventare banchieri o assicuratori…  
E dunque? La pretesa poco motivata dei due di ribaltare il vertice delle Generali, e a questo punto ovviamente della stessa Mediobanca, non ha alcuna automatica possibilità di successo, almeno fin quando i due assedianti e i loro consigliori non saranno riusciti a spiegare, credibilmente, al mercato il perché del loro oltranzismo.
E qui, direbbe Totò, casca l’asino. Per spiegarlo non basta saperlo (ammesso che…) ma devi anche saperlo spiegare: cioè avere pratica di trasparenza e di comunicazione finanziaria, due arti nelle quali dei signori culturalmente autocrati sono poco versati. Il profilo dei due gruppi scalatori non contiene, pur tra tante altre virtù, i caratteri della stabilità e istituzionalità auspicabili nelle proprietà di aziende che per mestiere gestiscono denaro altrui. E dunque gli investitori istituzionali ad oggi non si fidano e non è probabile che inizino a fidarsi domani. Tanto per rimanere nell’ambito delle citazioni francesi: come diceva Napoleone “la più grande immoralità sta nel fare un lavoro che non si conosce”.
Certo, Mediobanca ha dovuto metterci la faccia, con quest’affitto titoli: farlo era necessario anche per lei per conservare credibilità, e quindi sostegno, agli occhi del mercato… E nella guerra di posizione nelle prossime settimane e mesi si vedrà se questa mossa sarà stata sufficiente. Leggeremo che finalmente ciò ha dimostrato come le azioni oggi si contino e non si pesino: ma questa è una cosa ormai acclarata da vent’anni in Italia, vedasi alla voce Telecom (bastava leggere i giornali, ma spesso chi li possiede non li legge). Leggeremo anche che il management fortemente autoreferenziale di Mediobanca e Generali non è ottimale per delle grandi aziende, eppure Wall Street per metà è popolata di grandi aziende performanti dove i board perpetuano se stessi.
E allora? Allora in un mondo finanziario (e non solo) sradicato sia dalle tradizioni che dai principi, con autorità finanziarie brancolanti contro cryptovalute e meme-stocks, dove i mercati polverizzano miti e mitizzano polvere, che qualcuno escogiti strategie inspiegate per ribaltare assetti gestionali discutibilissimi ma incardinati in consolidate prassi di mercato “ci sta”. Ci sta ma in questo caso è davvero un po’ buffo, fa venire in mente una commedia all’italiana, “Cetto Laqualunque a Piazza Affari”. E buffo resterebbe, o resterà, anche se per qualche bizzarra congiunzione astrale sempre possibile queste strategie dovessero prima o poi prevalere.
Quanto ai due management assediati – e questa è l’unica morale positiva di questa favola per bambini anziani – una tale scomoda posizione risulta alla fine un pungolo formidabile per far meglio, il che non guasta mai: le perplessità del mercato sull’offensiva delle pantere grigie non implica né oggi né domani un giuramento di fede e amore eterno verso i capi pro-tempore delle aziende insidiate, due professionisti che non sono né santi né missionari. Semplicemente stanno interpretando fino in fondo e lecitamente il mandato ricevuto dai loro azionisti. Compresi – ironia della sorte – quelli che oggi, dopo averne approvato i piani strategici, li contestano.
 
 

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