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Noi, italiani illusi dalla moneta

Il termine venne coniato da Irving Fisher negli anni ’20, e fu reso molto popolare dalla superstar degli economisti: John Maynard Keynes. Ma di cosa si tratta? Il commento di Alessandro Tentori

Noi, italiani illusi dalla moneta

Non è un segreto che tra Italia e Stati Uniti ci sia di mezzo un oceano, tanto in senso geografico quanto in senso culturale. Ma se per molti campi non abbiamo nulla da invidiare alla controparte americana, forse per quello economico sarebbe il caso di rivedere le nostre posizioni. L’americano medio investe, l’italiano medio risparmia. O meglio, deposita pensando di risparmiare: mettendo da parte un certo quantitativo di denaro, è convinto che questo si conserverà nel tempo, ignorando l’effetto dell’inflazione. È caduto nell’illusione monetaria: ragionando in termini nominali, non ha tenuto conto del valore reale dei soldi. Ed ecco che poco importerà se a distanza di un anno con quei 100 euro potrà acquistare meno beni e servizi di quelli che era in grado di acquistare l’anno prima: l’italiano dormirà sonni tranquilli vedendo quel cento intatto. «L’illusione monetaria non è un fenomeno nuovo», commenta Alessandro Tentori, Cio Axa Im Italia (nella foto sotto). «In sostanza è un ‘bias cognitivo’ – come direbbe Daniel Kahnemann, premio Nobel del 2002 – un errore di percezione, una singolarità che non può esistere nell’universo razionale dominato dall’homo economicus».

Un bias che regala al sistema bancario italiano delle passività sotto forma di depositi di circa 1260 miliardi di euro. «Nonostante il tasso di rifinanziamento della Bce sia a 0% da più di cinque anni», nota Tentori, «le famiglie italiane hanno comunque depositato 265 miliardi di euro sui conti correnti durante questo periodo. Nel contempo, l’indice armonizzato dei prezzi al consumo è aumentato dell’8.5%, bruciando così 23 miliardi di potere d’acquisto». Si potrebbe forse obiettare che si tratta di una scelta consapevole dei risparmiatori, un premio di liquidità che le famiglie sono disposte a pagare. Perché non provare allora a fare un esperimento di economia comportamentale? «Poniamo», dice Tentori, «che cinque anni orsono le banche italiane avessero imposto un tasso di interesse negativo dell’1.65% annuo, cioè un costo complessivo corrispondente all’inflazione registrata in questo periodo (i.e. 8.5%). La domanda è la seguente: Le famiglie italiane sarebbero state indifferenti ai seguenti scenari: a) inflazione all’8.5% e costo depositi a 0%, oppure b) inflazione a 0% e costo depositi a 8.5%? Ecco, io non ne sono sicuro. Non sono sicuro che avrebbero tollerato la vista di 100 euro sul conto corrente scendere a 98.3 dopo un anno. Stiamo comunque parlando di un periodo di inflazione contenuta. Potrebbe non essere sempre così. Ecco quindi che il premio di liquidità potrebbe diventare troppo oneroso, potrebbe erodere eccessivamente il potere di acquisto dei nostri risparmi».

Quindi? Quali alternative? Secondo Tentori le alternative ci sono, e vanno cercate sui mercati finanziari (l’immobiliare non sarebbe paragonabile a causa della sua modesta liquidità). Ma cambiare la propensione al rischio della popolazione di un intero Paese non è proprio un gioco da ragazzi. Ne sa qualcosa Mario Draghi, che durante la sua esperienza alla Bce ci aveva provato eccome. «Fu un esperimento chiamato "portfolio rebalancing", che purtroppo non sortì l’effetto sperato, come si evince dai dati sui depositi bancari nell’Eurosistema», commenta Tentori. E conclude: «Rimane il paradosso dell’illusione monetaria, almeno fino a che l’inflazione e i nostri risparmi non ci scappino di mano».

 

 

 

 

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