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Scenari | Capital Group

Nuova linfa per i titoli green grazie alla Triade verde

«È ora di smettere di pensare alle utility come a investimenti statici e datati che non possono produrre una crescita a doppia cifra». Il commento di Bobby Chada

Nuova linfa per i titoli green grazie alla Triade verde

Non è un bel periodo per i titoli green, che dopo tre anni di ottime performance si ritrovano, nel 2021, ad affrontare un rallentamento del mercato. L’enorme flusso di liquidità negli investimenti ecologici degli ultimi anni ha alimentato il timore di una bolla verde, e le preoccupazioni degli investitori per l’aumento dei rendimenti obbligazionari e dell’inflazione hanno spinto al ribasso il settore dei servizi di pubblica utilità. Ciononostante, dovrebbe esserci speranza: la transizione mondiale verso un'economia a basso tenore di carbonio sta acquisendo sempre più slancio, e il futuro dell’energia rinnovabile continua a dimostrarsi promettente. «A nostro avviso», commenta BobbyChada, investment analyst di Capital Group (nella foto sotto), «le grandi aziende europee attive nel settore dell’energia pulita vantano fondamentali solidi. Inoltre, ci sono tre importanti venti di coda secolari che noi definiamo ‘Triade verde’: calo dei costi dell’energia rinnovabile, nuove politiche per l’energia e stimolo economico».

I costi dell’energia verde si abbassano quindi, ma perché? La ragione è da ricercare nelle tecnologie per la produzione di rinnovabile, che diventano sempre più economiche. Il costo per costruire un megawatt di generazione di energia pulita, che si tratti di eolico onshore, eolico offshore o fotovoltaico solare, sta calando, e pare che continuerà a farlo. «Ogni anno», spiega Chada, «il costo medio di produzione scende di una percentuale compresa tra il 10% e il 15%, e lo stesso discorso vale per i costi della capacità di accumulo in batterie o dell’idrogeno verde. Non abbiamo ancora notato alcun rallentamento significativo nel ritmo della riduzione dei costi, e con lo sviluppo delle nuove tecnologie e la crescita delle aziende attive nelle rinnovabili, i costi dovrebbero calare ulteriormente. Prendiamo ad esempio l’eolico offshore. I macchinari sono sempre più grandi, le tecnologie per installare e costruire le turbine stanno cambiando rapidamente e la filiera è in costante evoluzione».

In particolare, un settore che sarà importante tenere d’occhio, è quello dell’idrogeno verde, considerato da molti esperti la chiave per la decarbonizzazione di settori come l’acciaio e le spedizioni. L’idrogeno è ancora costoso da produrre senza l’impiego di combustibili fossili, ma sembra che questa sarà la prossima innovazione tecnologica della transizione energetica. «Analizzando i miglioramenti che si prospettano in relazione al costo della tecnologia utilizzata per creare l’idrogeno verde», continua Chada, «oltre all’andamento tendenziale dei costi dell’energia pulita, prevedo un calo significativo: dovrebbe infatti scendere di tre quarti nei prossimi 5-10 anni, con un andamento molto simile a quello che nell’ultimo decennio ha caratterizzato il fotovoltaico e l’eolico onshore». C’è tuttavia il rischio che le Big oil possano accedere al settore dell’energia pulita e minacciare la dominanza degli attuali colossi delle rinnovabili, tra cui Edp, Enel, Engie, Iberdrola e Orsted. Rischio che però, secondo Chada, sarebbe trascurabile: «Ritengo che il mercato stia crescendo a un ritmo sufficiente da lasciare spazio per tutti. E se da un lato aziende petrolifere come Bp e Shell hanno iniziato a fare capolino nelle rinnovabili nell’ambito dei loro piani per lo zero netto, sarà difficile eguagliare le competenze, la portata e le pipeline esistenti dei colossi delle rinnovabili».

Secondo punto della ‘Triade verde’ sono le nuove politiche per l’energia, che vari Paesi del mondo stanno attuando per ridurre le proprie emissioni di gas serra. Fino ad oggi, dall’entrata in vigore dell’Accordo di Parigi dell’Onu nel 2015, sono stati fatti scarsi progressi nella decarbonizzazione dell’economia globale. Tuttavia, negli ultimi mesi sembra che il mondo stia spingendo sull’acceleratore, con Usa e Cina – notoriamente indietro sul tema climatico – impegnate in un cambiamento di rotta verso la transizione energetica (rimane da vedere come manterranno questi impegni, ma la direzione è piuttosto chiara).

«Ad agosto, il Gruppo intergovernativo sul cambiamento climatico ha pubblicato un documento importante in cui dichiarava che il riscaldamento globale raggiungerà la soglia di 1,5 gradi Celsius entro il 2040, anche in uno scenario ideale in cui il mondo agirà velocemente per ridurre le emissioni di gas serra», spiega Chada. «Il Segretario generale dell’Onu, António Gutteres, ha definito questo report “un codice rosso per l’umanità”, e quanto rilevato alza l’asticella per il summit sul clima dell’Onu di novembre a Glasgow, noto come Cop26, durante il quale i governi dovrebbero annunciare piani più ambiziosi per incentivare l’energia pulita».

Anche l’Agenzia internazionale per l'energia (Iea), che ha sempre sottostimato la crescita delle rinnovabili, sembra oggi aver realizzato la portata degli sforzi necessari per scongiurare un disastro climatico. All’inizio dell’anno poi, ha pubblicato un report che mette in luce la necessità di incrementare gli investimenti nelle rinnovabili di tre volte entro il 2030.

L’Unione Europea invece, già leader globale nell’energia pulita con una penetrazione delle rinnovabili pari al 20% circa, è destinata a una crescita elevata. L’Ue ha pianificato di trarre metà della sua energia dalle rinnovabili entro il 2030, e il tanto atteso quadro di riferimento ‘Green Deal’ dovrebbe fornire un’ulteriore spinta, considerando che il blocco intende ridurre le emissioni di gas serra raggiungendo lo zero netto entro il 2050. Il Green Deal dell’Ue richiederà enormi investimenti (7.000 miliardi di euro entro il 2050) che saranno tratti da un mix di investimenti privati, prestiti pubblici e finanziamenti sovvenzionati. «Quasi metà dell’investimento», continua Chada, «dovrebbe confluire nelle rinnovabili, nelle reti elettriche, nella capacità di accumulo delle batterie e in attività analoghe, tutti settori in cui le utility dovrebbero investire ampiamente. E questo, per le utility, significa crescita, e alimenta l’attrattiva del settore rispetto al passato».

Il terzo e ultimo fattore della Triade – lo stimolo economico – è strettamente collegato al secondo, e viene dalla scelta dei governi di tutto il mondo di spingere l’energia pulita all’interno dei propri piani economici post pandemia. In molti Paesi infatti, e in particolare in Europa, gran parte dei finanziamenti messi a disposizione per la pandemia richiedeva un impiego orientato a ridurre le emissioni di carbonio. La Commissione Europea intende offrire finanziamenti ampliati dalla Banca europea per gli investimenti (Bei) per sostenere ulteriormente i progetti legati alle rinnovabili vicini al completamento finanziario. Sempre la Bei si è poi impegnata a interrompere i finanziamenti ai progetti che prevedono l’uso di combustibile fossile, gas naturale compreso. «Ci aspettiamo», commenta Chada, «che le utility europee già ampiamente attive nel settore delle rinnovabili continuino ad espandersi. Aziende come Enel, Endesa, Iberdrola, Edp, Orsted ed Engie vantano solidi team dedicati allo sviluppo dell’energia pulita, la capacità di incrementare i loro progetti in costruzione e le pipeline più consolidate per i nuovi progetti di sviluppo».

Ma esiste un potenziale globale anche al di fuori dell’Europa. La Iea stima che gli investimenti nell’energia pulita (nelle rinnovabili, nelle reti e in altri settori) potrebbero raggiungere i 5.000 miliardi di dollari l’anno entro il 2030, rispetto ai 2.000 miliardi attuali. Sempre la Iea, calcola congiuntamente al Fondo Monetario Internazionale che questo investimento potrebbe incrementare di quasi 0,5 punti percentuali l’anno la crescita del Pil annuale globale. Questo potrebbe creare circa 10 milioni di nuovi posti di lavoro netti ogni dieci anni, oltre a posti di lavoro aggiuntivi in ambito costruttivo. Anche la Banca asiatica d’investimento per le infrastrutture (Aiib), ritiene che le infrastrutture verdi siano un tema chiave per la ripresa post pandemia dell’Asia.

Per quanto riguarda gli Usa invece, il presidente Joe Biden ha elaborato un piano per l’energia ambizioso e dettagliato. Pur essendo molto più ridotto del cosiddetto Green New Deal proposto dall’ala progressista del Partito democratico, rappresenta un enorme cambiamento rispetto alle politiche attuate dall’ex presidente Donald Trump. Ad agosto, Biden ha firmato un ordine esecutivo che mira a incrementare le vendite di veicoli elettrici, e ha inoltre promesso di sostenere una legge che potrebbe incentivare ampi investimenti governativi con l’obiettivo di portare avanti l’impegno per la transizione degli Usa verso lo zero netto entro il 2050.

«In definitiva», conclude Chada, «anche senza finanziamenti governativi, pochi fattori potrebbero far deragliare la rivoluzione dell’energia pulita. Le rinnovabili godono di una posizione privilegiata sul fronte economico, trainata da un calo dei costi destinato a proseguire. Il settore non necessita di sussidi, nemmeno in un contesto di prezzi dell’energia ridotti. Lo slancio atto alla decarbonizzazione dell’economia mondiale è potente e sufficientemente durevole da trainare un cambiamento epocale. Questo significa che è ora di smettere di pensare alle utility come a investimenti statici e datati che non possono produrre una crescita a doppia cifra. Queste aziende non sono più bond proxy a crescita zero, e a nostro avviso sono destinate a produrre risultati di investimento molto solidi».

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