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Inflazione: esiste anche quella climatica?

«Esiste una quantità limitata di risorse che possiamo consumare senza erodere la biocapacità terrestre. Oltre tale livello, i consumatori dovrebbero pagare, come accade in qualsiasi altro mercato». Il commento di Silvia Merler e Gabriele Foà

Inflazione: esiste anche quella climatica?

Niente da fare: ogni anno superiamo con la nostra domanda di risorse la biocapacità annua della Terra. E ogni anno “festeggiamo” il ‘Giorno del superamento terrestre’. Nel 2021 questa data è caduta il 29 luglio: sette mesi ci sono bastati per far sì che il nostro impatto ecologico superasse l’intera capacità di rigenerazione del nostro Pianeta in un anno. In sostanza, ci servirebbero due pianeti per soddisfare la sola domanda di risorse del 2021.

L’ultimo anno in cui abbiamo consumato meno di quanto la terra potesse sostenere è stato il 1970. Da allora, l’umanità sta incorrendo in un crescente deficit. Se volessimo abbattere il debito accumulato col nostro pianeta, servirebbero 14.5 anni senza inquinamento. La teoria economica ci dice che deficit persistenti dovrebbero causare inflazione, ma il nostro deficit planetario non si è riflesso in prezzi più alti. Non abbiamo ancora dovuto pagarlo, ma presto dovremo cominciare a farlo.

Come sarà l’inflazione climatica, dunque? Come sarebbero stati influenzati i prezzi dal deficit di biocapacità, se il bene che stiamo sovra-consumando, la CO2, non fosse stata prezzata a zero? Silvia Merler, head of Algebris Esg committee e Gabriele Foà, co-portfolio manager Algebris Global credit opportunities fund, commentano: «Intuitivamente, esiste una quantità limitata di risorse che possiamo consumare senza erodere la biocapacità terrestre. Oltre tale livello, i consumatori dovrebbero pagare, come accade in qualsiasi altro mercato. I policymaker e le imprese globali stanno già facendo passi in questa direzione, tramite tasse sulle emissioni e politiche di inquinamento net zero. La domanda quindi è: quanto peserà la CO2 sulle spese dei consumatori, mentre continua questo processo di internalizzazione dell’inquinamento?».

Secondo le stime dei due esperti, i consumatori avrebbero dovuto sostenere un costo significativo nel corso degli ultimi 50 anni – nell’ordine di un 1% annuo in media del consumo pro capite delle famiglie nell’Ue – se avessero dovuto pagare per il crescente deficit di CO2. Se tale effetto fosse stato incorporato nei prezzi, l’indice dei prezzi al consumo Ue (Cpi) sarebbe stato del 50% circa più alto di quanto stimato. 

«Il framework dei Planetary boundaries (Pb) offre un metodo di analisi semplice, definendo un ‘safe operating space’ globale per l’attività umana, al di fuori del quale il rischio di un cambiamento ambientale irreversibile cresce. Nel caso della CO2, il planetary boundary è un budget limitato del totale delle emissioni di gas serra (Ghg) tollerabili. Il budget rimasto è all’incirca di 550Gt CO2 per rimanere al di sotto degli 1.5°C di riscaldamento globale, o 1000 Gt CO2 per tenersi sotto i 2°C. Per l’Ue, il budget è 40 – 70 Gt CO2», aggiungono.

Nel 1970 – l’ultimo anno in cui il carbon budget è stato in pareggio – le nostre emissioni di Ghg sono state 14 Gt CO2, lo stesso livello che dovremmo raggiungere entro il 2050 per mantenere l’incremento della temperatura entro gli 1.8°C. Se ogni emissione in eccesso di tale livello sostenibile fosse stata prezzata a 60 EUR/tCO2, assumendo un pass-through completo ai prezzi dei prodotti, il costo annuale da pagare per il crescente deficit di emissioni sarebbe stato circa lo 0.4% dei consumi per capita delle famiglie nella media Ocse. «Per il consumatore Ue medio», continuano Merler e Foà, «questo costo sarebbe stato più che doppio (~1%). In mancanza di cambiamenti nei comportamenti delle persone (quindi assumendo che il pricing delle emissioni non avesse ridotto i consumi) il costo sarebbe cresciuto del 0.7% per i consumi medi Ocse e dell’1.7% per il consumatore Ue medio. Il costo da pagare per le emissioni sarebbe quindi cresciuto più velocemente che la spesa per i consumi, che è circa raddoppiata negli ultimi 50 anni. Se assumiamo un prezzo più elevato per i prodotti più inquinanti, invece che un prezzo uniforme di 60 euro, l’effetto in proporzione della spesa per consumi sarebbe maggiore».

Un altro metodo per ottenere un risultato analogo consiste nel calcolare lo “shadow price” del consumo non sostenibile. Un prezzo che costituito da tre componenti: scarsità, rischio e policy.

«Negli ultimi 50 anni abbiamo consumato senza considerare il costo dello sfruttamento delle risorse scarse. L’Onu si aspetta che l’estrazione di risorse scarse cresca a 190 miliardi di tonnellate entro il 2060. Per rimanere in uno scenario sostenibile, tale quantità deve essere ridotta del 25%. Con un elasticità di prezzo di circa 0.35, raggiungere un tale calo richiederebbe prezzi più alti del 70-75% nel lungo periodo. Ciò implicherebbe che i prezzi per il consumatore medio europeo dovrebbero crescere dello 0.9% per anno», commentano.

Un altro costo nascosto del nostro deficit di biocapacità è il crescente rischio fisico, derivante da fenomeni climatici estremi più frequenti e disastri naturali (come le recenti inondazioni in Germania o gli incendi in California). Il rischio fisco può impattare sui prezzi attraverso premi di assicurazione più alti, mentre interruzioni nelle catene del valore potrebbero diventare più frequenti per via dei danni al capitale fisico. «Come abbiamo visto nel caso del Covid-19», continuano, «questi shock dal lato dell’offerta tendono ad essere inflativi. Guardando avanti, potremmo doverne affrontare sempre di più e sempre più gravi. Complessivamente, le stime della Bce indicano un impatto del crescente rischio fisico sull’inflazione in un range tra lo 0.05% e lo 0.5% annuo, a seconda di come sarà gestita la transizione, se in modo ordinato o meno».

Nuove politiche per l’internalizzazione delle esternalità che non venivano finora prezzate, stanno venendo via via introdotte, settando piani di riduzione delle emissioni e ambiziosi obiettivi di inquinamento netto zero. Nel breve periodo, le emissioni diventeranno perciò più costose. «Per garantire il raggiungimento del target di emissioni Ghg per il 2030, la Commissione europea intende accelerare la graduale riduzione della quantità di emissioni consentite nel suo Emission trading system (Ets). Assumendo un prezzo per le emissioni tra i 30 e i 60 Eur/tCO2, pagare per l’eccesso di emissioni compatibile con un riscaldamento di 1.5°C aggiungerebbe un ulteriore 0.16%-0.32% ai prezzi in Europa», dicono gli esperti.

Allo stesso tempo poi, il picchi del costo dell’energia che stiamo osservando nel 2021 potrebbero diventare più frequenti. Le energie rinnovabili sono volatili – come l’eolico e le siccità che interferiscono con l’output dell’idroelettrico hanno mostrato di recente – e gas naturale e carbone compongono ancora il 40% delle fonti energetiche in Europa. La domanda di gas nautrale dovrà crescere se più paesi emergenti inizieranno la transizione dal carbone e, con l’energia nucleare considerata un taboo in molti paesi, ciò potrebbe portare a più frequenti picchi nei prezzi dell’energia. «Anche se non abbiamo cercato di stimare la volatilità dei prezzi connessa alla transizione», commentano Merler e Foà, «vale la pena notare che ci vorrà del tempo per modificare il mix energetico e dovremo attenderci un impatto crescente delle fluttuazioni di domanda e offerta nelle variazioni dei prezzi dell’energia rispetto al passato».

Le banche centrali hanno faticato per anni a raggiungere il loro target di inflazione del 2%. «I nostri risultati», concludono i due esperti, «suggeriscono che includere nel paniere dei prezzi al consumo il costo delle emissioni avrebbe fatto da solo metà del lavoro. L’inflazione da emissioni avrebbe pesato più del contributo dell’inflazione dell’energia in Europa negli ultimi 20 anni, considerato che la differenza tra inflazione totale ed inflazione core è stata in media del 0.75%. Mentre l’economia globale avanza verso una nuova fase di inflazione più elevata, le policies per internalizzare gradualmente le esternalità che non abbiamo pagato finora implicano una nuova causa di inflazione che le banche centrali devono riconoscere: l’inflazione climatica. Milton Friedman notoriamente disse che l’inflazione è un fenomeno monetario. La transizione verde ci potrebbe mostrare che l’inflazione sta diventando un fenomeno fisico che ne causerà uno monetario».

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