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Rischi &Rendimenti: come investire in Venture Capital

Perché una platea sempre più ampia di investitori professionali ed esperti si sta avvicinando a questa tipologia di investimento caratterizzata da livelli di rischio elevati e ritorni potenziali a doppia cifra

Rischi &Rendimenti: come investire in Venture Capital

La consapevolezza dei benefici che può portare all’economia, favorendone l’innovazione e l’occupazione, ha spinto i policy maker di tutto il mondo ad assumere decisioni a sostegno del Venture Capital. Nel nostro Paese il decreto Rilancio ha introdotto alcune misure per rifinanziare gli strumenti di incentivazione agli investimenti – come i 200 milioni destinati al Fondo di sostegno al venture capital – e nuovi strumenti a supporto delle startup – quali l’istituzione del Fondo per il trasferimento tecnologico e del First playable fund e l’estensione dell’accesso alle risorse del fondo centrale di garanzia per le Pmi anche alle startup.


In Italia un potenziale ancora da sfruttare

Il mercato italiano del Venture Capital soffre tuttavia di un forte ritardo rispetto agli altri Paesi, evidenziato da volumi di investimento ancora limitati, dalla scarsità di operatori strutturati e da un basso livello di coinvolgimento degli operatori internazionali.

Il gap è ancora più ampio rispetto ai Paesi in cui il Venture Capital è la forma dominante di finanziamento in capitale di rischio nel comparto innovativo e tecnologico, come negli Usa dove la percentuale di posti di lavoro in aziende sostenute da VC (solo considerando le aziende ad azionariato diffuso) corrisponde al 24% e sale addirittura al 68% nella Bay Area. Nell’Ue la percentuale scende invece al 1.8%, in UK allo 0.8%, in Germania allo 0.3% e in Francia allo 0.1%. In Italia è perfino inferiore allo 0.01 per cento.

Esiste pertanto un potenziale ancora inesplorato che potrebbe favorire l’innovazione e la creazione di posti di lavoro. Recentemente alcuni importanti passi sono stati fatti per sostenere l’ecosistema tech italiano, tra cui il CDP Venture Capital e il Fondo Nazionale per l’Innovazione, Enea Tech per il trasferimento tecnologico (nonostante gli alti e bassi), e il fondo Recovery, a disposizione delle aziende tech italiane.

Nel contempo, una platea sempre più ampia di investitori professionali ed esperti, dal retail al family office, si sta avvicinando al Venture Capital sull’onda della crescita dei ritorni e di una normativa fiscale che incentiva fortemente questa tipologia di investimento (Decreto ministero dello Sviluppo economico del 28 dicembre 2020 Modalità di attuazione degli incentivi fiscali in regime de minimis all’investimento in start-up innovative e in Pmi innovative, ndr). Questa concentrazione di condizioni favorevoli potrebbe sostenere l’incremento degli investimenti in start up italiane sulla scia di quello già registrato nel primo semestre 2021 dall’ AIFI – Associazione Italiana Private Equity, Venture Capital e Private Debt: sono stati censiti 399 milioni investiti in startup, quasi il doppio di quanto registrato nel 2020 e per il 2021 ci si attende un nuovo record con il superamento del miliardo.


Come selezionare le opportunità limitando il rischio

Quali sono le prospettive di sviluppo del Venture Capital in Italia e perché la sua popolarità sta crescendo molto tra gli investitori? L’abbiamo chiesto ad Antonella Grassigli, recente vincitrice del titolo di Business Angel dell’anno, co-founder e ceo di Doorway.

«Se da un lato le prospettive di rendimento, non correlato al ciclo economico, e i benefici fiscali si confermano allettanti», spiega Grassigli, «dall’altro, la rischiosità di questa asset class rende il Venture Capital un tema da maneggiare con cura data anche la sua natura di investimento tipicamente illiquido. Per questo motivo, abbiamo messo la riduzione del rischio al centro della nostra filosofia di selezione degli investimenti da proporre».

Oggi esiste un’offerta abbastanza ampia di piattaforme online a disposizione di chi intende investire in start up e Pmi innovative. Doorway ha scelto di focalizzarsi sul target Hnwi e degli investitori qualificati e professionali. Qual è il vostro modello operativo?

«La nostra mission è quella di far incontrare investitori e aziende innovative ad elevata scalabilità in modo tale da fornire un ritorno finanziario», racconta Grassigli. «La fase di selezione dei progetti è cruciale e guarda non solo alle caratteristiche dell’azienda, ma, soprattutto, al potenziale di exit. Il processo è basato su una due diligence approfondita, affidata a professionisti interni ed esterni,che valuta i rischi e i potenziali benefici e definisce una valutazione pre-money equilibrata. Inoltre, il nostro approccio phygital: prevede numerose opportunità di incontro diretto tra investitori e founder. Nel giro di breve, inoltre, andremo ad offrire agli investitori anche la possibilità di costruire in autonomia un Pir alternativo grazie alla partnership con una primaria società fiduciaria italiana che si collegherà direttamente alla nostra piattaforma. In questo modo chi intende investire nell’economia reale può trarre vantaggio da un regime fiscale agevolato, che si estende anche alle eventuali minusvalenze, e dal nostro approccio alla selezione delle opportunità esistenti».

Doorway è anche stata la prima piattaforma a integrare in modo sistematico i criteri Esg nel processo di selezione delle società. Che cosa significa questo per l’investitore?

«Gli aspetti di sostenibilità orientano sempre più le scelte di investimento dei fondi di VC e diventano un fattore discriminante delle possibilità di exit. In linea con il nostro status di società “Benefit”, approcciamo la selezione guardando alla loro capacità di creazione di valore in senso ampio», prosegue la ceo e co-founder di Doorway. «Se al centro c’è il ritorno sull’investimento, l’aspetto di sostenibilità può contribuire a potenziarlo. Partendo dal framework “La buona impresa” di PwC e Fondazione Buon Lavoro, abbiamo creato un modello proprietario di valutazione qualitativa che segmenta le aziende in quattro categorie in base all’approccio Esg. Nella selezione vengono così privilegiate quelle ad elevato potenziale di exit che creano un impatto positivo in termini Esg e, generalmente, solo il 2-3% di quelle valutate viene portato in fundraising».

Maggiore trasparenza e partecipazione all’investimento

Quando si investe in una startup è importante anche guardare alla possibilità di influire sulla governance, ma raramente questo si rivela nel concreto fattibile. A quali condizioni è possibile incrementare la trasparenza per l’investitore?

«Quando abbiamo pensato al nostro modello operativo, ci è sembrato naturale operare una sintesi tra l’esperienza dei soci fondatori, tutti Business Angel abituati ad apportare capitali e competenze, l’approccio dei fondi di Venture Capital, teso anche ad avere presenza nella governance, e le aspettative del nostro target di investitori esperti. Da qui è nato un modello che riunisce gli investitori in un Club Deal e raccoglie i capitali all’interno di una società veicolo dedicata. Questo permette di aumentare la massa critica e aver maggior peso nel Cda dell’azienda», racconta Grassigli. «Questa caratteristica ha un riflesso concreto sulla tutela degli investitori in quanto viene negoziato un contratto che regola i rapporti tra il veicolo e la startup anche in termini di diritti patrimoniali e gestionali. Alla guida del veicolo, scegliamo un “champion investor”, ovvero un investitore esperto del settore in cui la società opera, in grado di partecipare ai momenti decisionali più importanti nella vita dell’azienda e mantenere un flusso costante di informazioni verso gli altri soci».

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