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Scenari | Axa Investment Managers

CoP26: nove motivi per cui non può fallire

«Esiste una strada possibile per garantire un futuro più prospero e sostenibile, ma per non perdere la rotta è necessario che governi e investitori agiscano con più coraggio». Il commento di Chris Iggo

Cop26: nove motivi per cui non può fallire

200 esperti per il sesto rapporto sul clima dell'Intergovernmental panel on climate change (Ipcc), l’analisi che mette in guardia sulla velocità e sulla misura del riscaldamento globale, e sui suoi effetti. La conclusione – prevedibile – a cui è giunto lo studio è che il cambiamento climatico è stato inequivocabilmente provocato dall'uomo, e che il processo di riscaldamento globale è già molto più avanzato di quanto si pensasse.

Alla CoP26, il rapporto dell’Ipcc ha fatto da sfondo. L’obiettivo di contenere il riscaldamento globale entro +2°C, (idealmente +1,5°C), stabilito con l’accordo di Parigi, è secondo gli esperti  ancora raggiungibile, anche se per poco. «Dobbiamo intensificare e accelerare i nostri sforzi per contrastare il cambiamento climatico», commenta Chris Iggo, cio core investments di Axa Investment Managers. «Dobbiamo tagliare drasticamente le emissioni di gas serra e convertire la produzione di energia globale dai combustibili fossili ad alternative rinnovabili e più green. Non farlo equivale a mettere a rischio l'economia globale e la nostra prosperità futura». 

Secondo Iggo, sono nove le ragioni per cui è essenziale che la CoP26 segni una svolta decisiva nella lotta al cambiamento climatico. La prima è la concentrazione di biossido di carbonio, che nel 2020 ha superato del 149% i livelli preindustriali, ovvero da quando il pianeta ha iniziato a utilizzare massicciamente i combustibili fossili. «A quanto emerso», spiega l’esperto, «nel 2020 la concentrazione dei principali gas serra – metano e protossido di azoto, oltre alla CO2 – è cresciuta a ritmo più rapido della media dei dieci anni precedenti, tendenza proseguita anche nel 2021».

La seconda è il progressivo anticipo dell’Earth Overshoot Day, ovvero il giorno in cui la domanda annua di risorse naturali per consumo umano supera la capacità di rigenerazione del pianeta nei 12 mesi considerati. A parte il 2020, a fronte del rapido aggravarsi della crisi climatica, tale data cade sempre prima – quest'anno è stata giovedì 29 luglio. Da quel punto in poi, la terra essenzialmente procede in deficit, consumando più risorse naturali di quelle che riesce a generare.

Terza ragione per cui è essenziale una buona riuscita della CoP26, è l’insufficienza dell’impegno nella transizione energetica. «L’Agenzia Internazionale per l’Energia ha lanciato un appello ad accelerare il processo, prevedendo che, nell'attuale scenario, il riscaldamento potrebbe raggiungere la soglia di +2,1°C entro il 2100. In base all'ultimo World Energy Outlook, gli impegni sin qui dichiarati sarebbero sufficienti a realizzare solo il 20% dei tagli alle emissioni necessari prima del 2030 per assicurare la possibilità di azzeramento delle emissioni nette entro il 2050», prosegue Iggo.

Quarto motivo, la lentezza dei diversi settori: «Un nuovo studio di Systems Change Lab –  del World Resources Institute –  ha evidenziato come, di circa 40 diversi settori, tra i quali l'energia, l’industria pesante, l’agricoltura, i trasporti, la finanza e la tecnologia, nessuno si sta muovendo a velocità sufficiente per evitare un innalzamento termico di 1,5°C oltre i livelli preindustriali», spiega l’esperto.

C’è poi da considerare l'impatto del cambiamento climatico sul Pil globale: il Network for greening the financial system (Ngfs), costituito da alcune banche centrali e autorità di supervisione, stima che il raggiungimento dell’obiettivo net zero potrebbe comportare una riduzione del Pil globale di circa il 2% tra il 2050 e il 2100. Il network prevede però anche che una "transizione ritardata", con un inizio posticipato, potrebbe avere conseguenze molto più severe - riducendo il PIL del 5% circa entro il 2050, per poi risalire intorno al 2,5% entro il 2100.

«Se non porremo freno al cambiamento climatico», nota Iggo, «stando alle previsioni del Ngfs le perdite potrebbero superare il 6% del Pil globale entro il 2050 mentre, secondo l’Ocse, entro il 2100 le perdite complessive ammonterebbero al 10%-12% del Pil. L’attuale worst-case scenario del Fondo monetario internazionale ipotizza una perdita di produttività intorno al 25%».

Inoltre, solo il 2% dei 16.000 miliardi di dollari di spesa pubblica globale a sostegno dell’economia durante la pandemia è stato destinato alla transizione alle energie pulite. Secondo l’Aie, questa percentuale è “nettamente inferiore a quanto necessario per realizzare gli obiettivi climatici internazionali”. «L’Aie si aspetta che, nel quadro degli attuali piani di spesa dei governi per la ripresa, nel 2023 le emissioni di biossido di carbonio toccheranno livelli record. L’Agenzia raccomanda pertanto di destinare globalmente mille miliardi di dollari a misure per l’energia pulita. Per recuperare il ritardo e realizzare l’obiettivo net zero, a detta dell’Aie, nel prossimo decennio sarebbero necessari 4.000 miliardi di dollari di investimenti l’anno», spiega l’esperto.

La Princeton University stima che gli Stati Uniti, per tenere fede all’obiettivo di azzeramento delle emissioni nette entro il 2050, dovrebbero investire 2.500 miliardi di dollari (pari all’11% del Pil) di qui al 2030. La Commissione europea prevede che saranno necessari ben 3.500 miliardi di dollari (pari al 25% del Pil) nei prossimi dieci anni, mentre la Tsinghua University ipotizza per il piano cinese un costo di 138.000 miliardi di renmimbi (circa 21.600 miliardi di dollari), che rappresenterebbe il 122% del Pil nei prossimi quarant’anni.

I ricercatori hanno suggerito che il costo effettivo della crisi climatica potrebbe essere molto più alto delle attese. Gli esperti dell’Università di Cambridge, dell’University College London e dell’Imperial College London l’hanno quantificato in 3.000 dollari per tonnellata di carbonio emessa, più o meno l’equivalente di un volo di andata e ritorno tra Londra e New York. Secondo gli autori, la ricerca rispecchierebbe la “crescente evidenza” che l’impatto economico di incendi, alluvioni, siccità e altri effetti della crisi climatica non è transitorio come si sarebbe potuto pensare. Gli attuali sistemi di determinazione del prezzo del carbonio negli Stati Uniti e in Europa lo fissano sotto i 100 dollari per tonnellata.

«Considerando lo stato delle cose, la maggior parte delle società a livello mondiale non è ancora allineata con l’Accordo di Parigi. Per avere una chance di contenere l’innalzamento termico mondiale, gli investitori devono mobilitare il mondo finanziario affinché dia supporto alla transizione verso l’obiettivo net zero», conclude Iggo. «Investire nelle nuove tecnologie e nei leader della transizione, e spingere con più decisione le società in cui si investe a centrare gli obiettivi climatici, sono tutti elementi centrali dell’attività d’investimento in ottica net zero carbon. Esiste una strada possibile per garantire un futuro più prospero e sostenibile, ma per non perdere la rotta è necessario che governi e investitori agiscano con più coraggio».

 

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