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Cinque banche centrali e cinque titoli: a chi guardare

La crescita dei bilanci tra le Big Five continua ad essere notevole, mentre Apple, Microsoft, Google, Amazon e Tesla rappresentano circa il 25% della capitalizzazione di mercato dello S&P 500». Il commento di Peter De Coensel

Cinque banche centrali e cinque titoli: a chi guardare

Nelle ultime settimane, la maggior parte delle banche centrali dei paesi sviluppati si è allontanata dalle posizioni ultra-accomodanti dovute all’emergenza in materia monetaria. E, con sorpresa di molti, quasi tutti i mercati obbligazionari si sono ripresi. I timori del tapering iniziano a sbiadire sullo sfondo. Sommando i bilanci delle maggiori banche centrali (Fed, Bce, BoJ, PboC e BoE) arriviamo a poco più di 32 trilioni di dollari. Se espressa in percentuale di Pil globale, tale cifra terminerà il 2021 intorno ai 95 trilioni di dollari circa.

La crescita dei bilanci tra le Big Five, continua dunque ad essere notevole. «Non è il flusso di acquisti attivi di asset a tenere a bada i tassi a lungo termine, ma la combinazione tra lo stock accumulato e il suo reinvestimento nel tempo, che mantiene i livelli di finanziamento ancorati all'estremità più lunga delle curve di rendimento», commenta Peter De Coensel, ceo di Dpam. «La quasi certezza che il Qe andrà e verrà, mette le banche centrali in una posizione di vantaggio informativo cruciale rispetto agli investitori obbligazionari privati. Il Giappone è al primo posto con il 133% per il bilancio della BoJ come percentuale del Pil nominale. La zona euro è al secondo posto con il 64%. Le banche centrali di Stati Uniti, Cina e Regno Unito si fermano a circa il 33% del Pil. L'ancoraggio a lungo termine degli Stati Uniti e del Regno Unito è in realtà meno evidente che in Giappone e nell'Eurozona. Il conto capitale cinese è ancora strettamente controllato dalla PboC e altrettanto chiuso. La PboC detta i livelli della valuta e dei tassi. Quindi, anche se dovessimo trovarci di fronte ad un breve episodio di crescente volatilità dei tassi, la struttura di bilancio sarà in grado di contenere saldamente la volatilità a lungo termine. Questa realtà potrebbe essenzialmente impedire un vero mercato al ribasso nel reddito fisso». 

Parallelamente alla crescita dei bilanci delle banche centrali, si è vista una simile inflazione nei principali indici azionari. «Spesso leggiamo che entrambi si sono alimentati a vicenda e si sono mossi in sincronia», continua De Coensel, «ma noi di Dpam crediamo che questa sarebbe una spiegazione troppo semplicistica. Il modello delle aziende di successo è cambiato negli ultimi 10 anni. Esse hanno caratteristiche simili in quanto prosperano e operano come ecosistemi digitali che fanno incontrare acquirenti e venditori. Questa tipologia di aziende e di modelli di business, che si contraddistinguono per bassi costi marginali e beneficiano degli effetti della rete, si stanno diversificando sempre più. White label come Upwork, servizi di reclutamento online, business model basati sul cosiddetto freemium come LinkedIn, l'approccio private label di Amazon, la monetizzazione delle Api, l'emergere di modelli basati su token come Open Bazaar o la finanza integrata come Ant... la lista cresce sempre di più e anche la loro presenza nei diversi settori è destinata ad aumentare. Questo fenomeno ha avuto un profondo impatto sull'indice S&P 500».

Ad oggi, cinque titoli (Apple, Microsoft, Google, Amazon e Tesla) rappresentano circa il 25% della capitalizzazione di mercato dello S&P 500. Tesla ha superato Facebook nelle ultime settimane.  «Ovviamente», spiega l’esperto, «se consideriamo i modelli di business basati su piattaforme come un settore a sé stante, ci stiamo troviamo di fronte ad un nuovo universo di investimenti pubblici. Infatti, la composizione degli indici sta mutando rapidamente e questo influenza anche il loro profilo in termini di rischio-rendimento. Adottare modelli di valutazione del XX secolo per gli indici azionari del XXI secolo potrebbe essere una scorciatoia per una realtà in costante cambiamento. Per questo, sono necessari maggiori sforzi per comprendere meglio gli attuali eventi di mercato e le loro valutazioni».

Per quanto riguarda i tassi, i tassi governativi decennali più alti espressi in dollari provengono dalla Turchia al 6,30%, dal Brasile al 4,52%, dal Messico al 3,00%, dalla Cina al 2,88% e dalla Russia al 2,66%. «In effetti, è sorprendente che la Turchia benefici di livelli di finanziamento esterni decisamente attraenti, data la dubbia posizione della sua banca centrale», commenta Dean. «La gestione del bilancio statale e una modesta tendenza al deficit delle partite correnti tengono sotto controllo il rischio di credito. Le obbligazioni brasiliane a 10 anni in dollari sono finite sotto pressione a seguito di una riunione della Fed a fine settembre, nonché di un aumento del rischio della politica fiscale. Messico, Cina e Russia si sono consolidati al 3,00% o appena sotto». Escludendo la Turchia e l'Argentina, i tassi a 10 anni dei membri del G20 oscillano in un range del 5%, da -0,30% a 4,5%. Nel complesso, la convergenza ha prevalso sugli episodi di divergenza. Il più delle volte, lo stress da divergenza è durato poco e ha attirato una base di investitori istituzionali alla ricerca di rendimento. «Vi sono pochi indizi che un imminente orientamento meno accomodante della politica monetaria dei mercati sviluppati possa interrompere la tendenza di convergenza», dice l’esperto.

La convergenza dei fondamentali economici e dei mercati finanziari potrebbe non arrivare domani. La rivoluzione dei modelli di business del XXI secolo si sta verificando proprio mentre la mano visibile delle autorità pubbliche cerca di promuovere la crescita inclusiva e la giustizia sociale. Inoltre, il sommarsi delle sfide del cambiamento climatico, che richiedono una risposta urgente, spaventa la leadership politica. Molti impegni sono presi grazie al G20 e alla CoP26. Tuttavia, tali impegni si presentano con un pessimo curriculum. «Le cinque grandi banche centrali che rappresentano il 60% delle emissioni globali di gas serra, Cina, Stati Uniti, India, Russia e Giappone, si sono impegnate ma in maniera piuttosto limitata», conclude Dean. «Tutto ciò comporta una maggiore, e non minore, divergenza tra la realtà economica e gli indicatori dei mercati finanziari in tutte le classi di attivi».

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