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Europa: aumenterà il Pil, ma anche l’inflazione

«Sono sei le ragioni che mi fanno credere che nei prossimi anni vedremo un rialzo dei tassi e un’accelerazione della crescita». Il commento di Robert Lind

Europa: aumenterà il Pil, ma anche l’inflazione

L’inflazione continuerà a salire e, se sì, quanto durerà? È la domanda che ormai domina il mondo finanziario. La corrente maggioritaria sostiene che le pressioni inflazionistiche si esauriranno dopo che le economie avranno superato la ripresa post pandemia, e l’Europa sarà tornata al suo decennale modello di bassa crescita, bassa inflazione e bassi tassi d’interesse. Ma non tutti sono d’accordo. Secondo Robert Lind, economista di Capital Group (nella foto sotto), la pandemia ha prodotto cambiamenti nel comportamento dei consumatori e nel clima politico che, associati alle trasformazioni secolari già in atto, porteranno nei prossimi anni a un probabile aumento dell’inflazione in Europa nell’intervallo compreso tra il 2% e il 3%. «Prevedo», commenta l’economista, «che il Prodotto interno lordo reale dell’Eurozona aumenterà al 5% circa nel 2021 e si attesterà al 4,5% nel 2022, con una crescita dell’economia britannica attorno al 7% nel 2021 e al 5% nel 2022».

E per quanto riguarda i tanto discussi tassi? «I tassi d’interesse potrebbero salire in misura moderata, ma molto dipenderà dalle reazioni della Bce e della Bank of England. La Bce ha mantenuto il tasso sulle operazioni di rifinanziamento principali a zero da marzo 2016 e non sembra propendere per un aumento dei tassi nel prossimo futuro», spiega Lind. «Tuttavia, a settembre ha iniziato a rallentare il ritmo di acquisto di obbligazioni attraverso il suo Programma di acquisto per l’emergenza pandemica (Pepp). Il programma potrebbe giungere a scadenza a marzo 2022. La BoE ha tagliato il tasso bancario di riferimento allo 0,1% a marzo 2020. I mercati stanno scontando un rialzo previsto dei tassi dello 0,25% circa entro la fine dell’anno, con ulteriori rialzi attesi nel corso del 2022».

Secondo Lind, sarebbero sei le ragioni per cui nei prossimi anni l’Europa sarà interessata da un aumento dell’inflazione e da un’accelerazione della crescita: in primo luogo, i cambiamenti strutturali nell’energia che manterranno i prezzi a livelli elevati. «Il settore industriale sta registrando un boom in Germania e Regno Unito, e questo ha fatto aumentare la domanda di energia», commenta. «Al contempo, fattori sia ciclici che strutturali hanno ridotto l’offerta.  Per il gas naturale, l’Europa dipende da Russia e Norvegia, dove si sono verificate importanti interruzioni. Questo è dovuto in parte a scelte politiche e in parte alle infrastrutture, che non sono sufficienti per trasportare il gas nel resto dell'Europa. La disponibilità di gas naturale risulta scarsa anche a causa del fatto che lo scorso inverno è stato piuttosto freddo, e di conseguenza l’Europa non ha accumulato riserve. Questa combinazione di domanda elevata e basse riserve è stata resa ancor più sfavorevole dalla lentezza della transizione verso le energie rinnovabili. L’Europa dipende ancora troppo dai combustibili fossili. Le centrali eoliche e idroelettriche non riescono, per una serie di ragioni, a produrre abbastanza elettricità da soddisfare il fabbisogno di base. L’Europa ha bisogno di raggiungere una capacità di produzione di energie rinnovabili molto più elevata, ma servirà tempo. È dunque probabile che questo problema di approvvigionamento ci accompagnerà anche negli anni a venire. Ritengo che i prezzi attuali potrebbero essere eccessivi. Ma, anche se così fosse, i fondamentali della domanda e dell’offerta indicano che, sei mesi fa, i prezzi dell’energia erano davvero troppo bassi. Considerato che l’energia pesa per il 9% nell’indice dei prezzi al consumo dell’Eurozona, nei prossimi mesi questi rialzi dei prezzi faranno salire i tassi d’inflazione di base».

In secondo luogo, i consumatori sembrano ancora propensi a spendere. «I risparmi delle famiglie sono aumentati sensibilmente, dato che i consumatori sono rimasti confinati in casa per gran parte degli ultimi 18 mesi. Ora questi risparmi stanno tornando in circolazione.  Il tasso di risparmio delle famiglie europee si è aggirato attorno al 12% dal 2008, per poi raddoppiare all’inizio del 2020 con l’ondata di lockdown che ha investito il continente e con il primo intervento di stimolo fiscale da 1,85 miliardi di euro della Banca centrale europea».

Terza ragione: la carenza di manodopera potrebbe continuare. «Alcune economie mostrano segnali sempre più evidenti di carenze di manodopera acute, e questo a sua volta aumenta la probabilità che un rialzo dei tassi d’inflazione di base possa dare impulso alla crescita dei salari», spiega Lind. «I sindacati tedeschi, per esempio, stanno usando toni più risoluti in vista della prossima tornata di trattative sui salari in primavera. Abbiamo già assistito a un’accelerazione significativa della crescita dei salari nel Regno Unito in corrispondenza della riapertura dell’economia».

Quattro: molti settori sono alle prese con strozzature dell’offerta. «Sarebbe bello poter dire che le difficoltà sul fronte dell’offerta sono solo passeggere. Il fatto è che non sappiamo quanto tempo ci vorrà per superarle e, di fatto, molti mercati presentano un problema strutturale molto più profondo. I nostri analisti azionari ci informano che alcuni Paesi asiatici stanno registrando massicce impennate dei contagi da Covid e stanno quindi imponendo la chiusura degli stabilimenti produttivi. Si stanno inoltre verificando forti ritardi nel carico e nello scarico dei mercantili. I colli di bottiglia hanno avuto origine negli Stati Uniti e in Cina, dove un focolaio di Covid scoppiato in uno dei porti più trafficati ha reso necessaria una chiusura di diverse settimane. La disfunzione si sta ora diffondendo a molti altri porti internazionali che stanno contribuendo a smaltire l’eccesso di lavoro. La situazione sta provocando ritardi di svariate settimane nella consegna delle merci per i prodotti finiti, e molti produttori non riescono nemmeno a ricevere i pezzi necessari anche solo per produrre i loro articoli».

Quinta ragione, il ritorno alla scuola Keynesiana, per la quale le politiche fiscali continueranno a fornire sostegno. «A mio avviso», dice l’economista, «siamo prossimi a un cambiamento del regime di politica monetaria che porterà a una totale inversione di tendenza rispetto alla politica dei primi anni ‘80 attuata dalla Thatcher e da Reagan. Sono convinto che il mondo oggi sia molto più pragmatico e simile a quello degli anni ‘60, quando i governi erano molto più inclini a utilizzare la politica fiscale per operare investimenti pubblici».

Infine, sesta e ultima ragione: le banche centrali non vorrebbero aumentare i tassi al momento sbagliato. «Le banche centrali hanno reagito alla crisi da coronavirus premendo a fondo sull’acceleratore e stampando moneta a ritmi mai visti. Ora che l’Europa si trova ad affrontare pressioni inflazionistiche visibili anche in altre regioni del mondo sviluppato, sembra che la Bce stia pensando di rallentare un po’ la corsa e la Bank of England sia pronta a tirare il freno. Ritengo probabile che le due banche centrali introdurranno un inasprimento prima di quanto i mercati prevedano, e che la BoE reagirà più rapidamente rispetto alla Bce. A mio avviso, entrambe decideranno di muoversi con tempestività nella speranza di riuscire a evitare problemi inflazionistici più seri e inasprimenti più aggressivi in seguito, che avrebbero un effetto ancor più penalizzante sulla ripresa. Le banche centrali devono stabilire quanto un rialzo dei prezzi soffocherà la domanda e la crescita, e ritengo che sia proprio questo l’interrogativo per il quale i rispettivi consigli direttivi stanno cercando una risposta. La difficoltà sta nel fatto che i modelli di relazioni tra manodopera, inflazione e prezzi finora conosciuti non sono più validi. Sembra che la Bce stia prestando particolare attenzione a non ripetere gli errori del 2011, quando ha ostacolato la crescita alzando i tassi nel momento sbagliato. Il problema maggiore, secondo la mia opinione, è che la banca potrebbe commettere l’errore opposto. Se la Bce manterrà una politica troppo permissiva troppo a lungo, esiste il rischio che, prima o poi, ci troveremo di fronte a un problema d’inflazione molto più grande di quello che abbiamo ora».

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