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Maleki (Edmond de Rothschild): “La guerra del gas è il tallone di Achille dell’Europa”

La mancata ricostituzione delle scorte e la decisione di abbandonare i contratti di fornitura a lungo termine per passare al mercato spot hanno aumentato la tanto temuta dipendenza dal gas russo. L’Italia mostra una maggiore resilienza grazie alle scorte. Intanto, complice la speculazione, non si vede una normalizzazione dei prezzi

Maleki (Edmond de Rothschild): “La guerra del gas è il tallone di Achille dell’Europa”

Manuel Maleki, economista degli Stati Uniti e delle materie prime di Edmond de Rothschild


Il giorno del solstizio di inverno il prezzo del gas sui mercati europei ha toccato il record storico sfondando il tetto dei 2mila dollari al metro cubo. Proprio ieri infatti il colosso russo Gazprom ha bloccato il traffico di gas verso la Germania dopo una costante riduzione delle forniture iniziata sabato scorso. E mentre gli esperti prevedono che questo inverno sarà “il primo gelido inverno di una lunga serie futura”, l’Europa appare molto vulnerabile e con pochi strumenti per assicurare la ripresa economica che tutti si attendono. Troppi i nodi da sciogliere prima di frenare la corsa del gas: alle tensioni tra Mosca e Bruxelles sul nuovo gasdotto North Stream 2 - la cui entrata in funzione viene rinviata dall’Europa per ragioni burocratiche – si aggiunge lo scontro politico con la Bielorussia e tantissima speculazione.
Ma come si è giunti a questo punto? Come spiega a Investire Manuel Maleki, economista degli Stati Uniti e delle materie prime di Edmond de Rothschild, l'Europa nel corso dell’anno non ha ricostituito le sue scorte su base storica e non ha individuato nuovi fornitori trovandosi così in una situazione di carenza e nel paradosso di cadere nella tento temuta dipendenza dal gas russo. “Per la precisione alla fine dell'inverno scorso, nel marzo del 2021, i livelli di scorte di gas naturale in Europa non si discostavano dalla media storica – spiega Maleki - Le difficoltà sono diventate evidenti durante l’estate, quando la velocità di rifornimento si è rivelata insufficiente e i livelli di stock si sono allontanati da quella che era la media storica”. Questa lentezza nel rifornimento, spiega lo strategist, era legata all'aumento della domanda da parte dei Paesi asiatici che avevano iniziato a offrire prezzi più alti.

Un altro elemento di tensione sui prezzi deriva dalla scelta dei Paesi europei di passare dalla formula dei contratti di fornitura di gas a lungo termine tra Paesi fornitori (principalmente la Russia) e Paesi acquirenti a una formula legata agli acquisti di gas sul mercato spot. “In questo modo accade che i Paesi produttori onorano in primo luogo i propri contratti a lungo termine, così che quando la produzione di gas si rivela insufficiente, sono i Paesi europei a essere serviti per ultimi”, spiega Maleki. A questo scenario si aggiunga che la Russia non ha potuto fornire ufficialmente tanto gas come negli anni precedenti per ragioni di natura tecnica. “Tuttavia, sono diversi gli analisti che sospettano che la Russia stia ricorrendo al gas naturale come a una vera e propria arma di carattere geopolitico nei confronti del Vecchio Continente”, è il commento dello strategist.

Ma è il North Stream 2 il nodo più intricato dell’intera vicenda. La certificazione del gasdotto è stata messa in stand-by il 16 novembre per una ragione tecnica: il regolatore tedesco ha richiesto a Gazprom di stabilire una base legale in Germania. La ripresa del processo in corso dipenderà dalla velocità con cui Gazprom sarà in grado di rendere operativo questo trasferimento richiesto. “Da un punto di vista puramente tecnico e di approvvigionamento energetico, giungere alla finalizzazione del North Stream II rientra negli interessi del Vecchio Continente”, spiega Maleki. Che però aggiunge: “Ma adottando una prospettiva di natura geopolitica, la questione è più complessa, perché porta a un aumento della dipendenza dalla Russia. Tuttavia, per il momento, non c'è davvero obiettivamente nessun Paese che possa fornire così tanto gas e di così buona qualità”.

E l’Italia? E’ sensibile come il resto d’Europa al gas russo? Certamente lo è (a seconda degli anni, una quota che varia tra il 45 e il 50% del gas consumato in Italia proviene dalla Russia, circa il 30% dall'Algeria, il 10% dalla Libia, il 5% dai Paesi Bassi e il 5% dalla Norvegia), ma a fine novembre il livello delle scorte italiane ha raggiunto l'83,9% della capacità totale di stoccaggio del Paese. “Ciò significa che ci siamo sì attestati su livelli importanti, anche se leggermente inferiori a quelli registrati negli anni precedenti”.
Quando le variabili geo politiche in campo sono numerose non è facile fare previsioni. Ma il consensus è che il prezzo del gas europeo rimarrà bollente fino a fine anno. E questo è vero per una serie di ragioni. “In primo luogo perché siamo entrati nella stagione più fredda dell'anno, caratterizzata da un consumo di gas più alto. E non è possibile recuperare gli arretrati accumulati durante l'anno in termini di scorte”, dice Maleki. Che aggiunge: “Un altro motivo è legato alla domanda globale che continua a essere sostenuta, in particolar modo in Asia, laddove i Paesi continuano ad accumulare gas naturale”. “Infine non dobbiamo dimenticare che i vincoli di approvvigionamento non sono venuti meno, in particolare dalla Russia, che non ha offerto le quantità abituali di gas naturale”, conclude lo strategist.
 
 

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