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Quella ingiusta “shitstorm” contro Unicredit per i Bitcoin

Una tempesta di critiche su Twitter per un banale malinteso. Unicredit non investe nè in proprio nè per i suoi clienti in criptovalute, come nessuna grande banca fa. Ma il cosiddetto "popolo della Rete", che in piccola parte coincide con quello dei Bitcoin & C., s'è infuriato. Nessun danno sostanziale, solo polverone. Ma resta gravissima la responsabilità delle autorità di controllo che non regolano un settore ormai enorme e molto, troppo pericoloso per restare senza norme.

Unicredit, la notizia dell'accordo sulla sanzione fa bene al titolo

La torre di Unicredit a piazza Gaile Aulenti, Milano

Una shitstorm contro Unicredit, che non se la merita. Una shitstorm mossa da una media folla di patiti delle criptovalute perché Unicredit ha detto quel che doveva dire. Che cioè lei non investe in criptovalute, “né direttamente né per conto dei propri clienti”. Chiaro, limpido, dovuto. E allora?
Spieghiamoci, andando per gradi.
Premessa: le banche centrali e le autorità finanziarie occidentali sono adeguate a vivere nell’epoca (o quantomeno nella parentesi temporale) delle criptovalute come l’uomo di Neanderhtal sarebbe adeguato alla stazione orbitante. Zero.
E nel silenzio di chi dovrebbe dettare le regole per autorizzare, proibire o normare Bitcoin e compagni, le grandi banche commerciali si barcamenano.
La tempesta di cacca (si perdoni la traduzione letterale) ha investito Unicredit che su Twitter ha ricordato, rispondendo a qualche richiesta/protesta, ciò che è scritto chiarissimamente da sempre nelle pagine del sito ufficiale del gruppo, ovvero la “policy” su questa materia informe e magmatica, altamente speculativa, infiltrata dalle mafie, pericolosissima eppure anche molto redditizia, finora, per tantissimi piccoli medi e grandi investitori (e micidiale per altrettanti, ovviamente). Ha ricordato cioè, in un Twitter: “Ciao, le attuali policy di Gruppo vietano relazioni con controparti emittenti valute virtuali o che agiscono da piattaforme di scambio”. Questo avveniva il 7 gennaio attorno alle 20.
Apriti cielo.
Si è passati dalla prima reazione, relativamente composta, di un “maitre a penser” della Rete dal nomignolo: Chef Luca, che ha scritto: “Ciao ‪#unicredit grazie per il chiarimento, diffondiamo però questa vostra policy affinché le persone che si stanno avvicinando alla ‪#cryptocurrency , le aziende che stanno investendo in ‪#NFTs , il ‪#Metaverse, ne traggano le giuste conclusioni ‪#Bitcoin”.
Da lì in giù è stata una piccolo valanga di scemenze più o meno aggressive.
In realtà Unicredit non vieta pagamenti alle piattaforme che scambiano “anche” criptovalute ma li monitorizza e si riserva di sospenderli, e in casi estremi anche fermare l’operatività, quando si tratti di operazioni particolari e totalmente finalizzate.
E che dovrebbe fare, del resto?
Lo spiega bene la stessa banca sempre sul suo sito, riportando le line guida delle “Autorità di Supervisione Europee:
• Le valute virtuali sono prodotti ad alto rischio e per questo non sono adatte a scopo di investimento, risparmio e/o piani di pensione integrativa;
• Le valute virtuali e il loro cambio, nel caso in cui i clienti possano fare trading, non sono regolati da leggi dell’Unione Europea;
• Alcune operazioni di cambio tra valute virtuali sono state soggette a problemi di liquidità e di operatività, con clienti impossibilitati ad acquistare e vendere valute virtuali nel momento in cui desideravano farlo e/o costretti a subire perdite a causa della volatilità dei prezzi”. “Per maggiori informazioni – conclude la banca - è possibile consultare le raccomandazioni delle Autorità  di Supervisione Europee (ESAs) sui titoli (ESMA),le banche (EBA) e le assicurazioni-pensioni (EIOPA), disponibili in lingua inglese”.
E’ chiaro? Come possono le autorità monetarie internazionali legittimare il Far West? Esistono, nella vita sociale dell’umanità, aree grigie non regolate. La più ovvia e praticata? Gli eccessi di velocità in autostrada, la trasgressione meno punita del mondo. La più affine alla materia di cui parliamo? Il reato di aggiottaggio, come configurato dal codice penale italiano, pressochè inapplicabile e inapplicato (non solo in Italia, si veda alle voci “meme stocks” e Gamestop, un classico caso di aggiottaggio informativa prima ribassista e poi rialzista, rimasto impunito in entrambi i sensi).
E dunque? Dunque fin quando banchieri centrali e autorità finanziarie non ritroveranno un briciolo di coraggio civile e identità morale e lasceranno il mercato delle criptovalute autoregolato ovvero non regolato, continuerà così, come nel Far West, con tanti arricchiti, che lo proclamano, e altrettanti bidonati che si vergognano di dirlo e lasciano tutta la notorietà ai vincenti. Peggio per loro. Detto questo, se chi scrive avesse 1000 euro da buttar via, aspetterebbe la prossima (e secondo molti imminente) fase di ribasso del Bitcoin per comprarsene un po’; chi l’ha fatto nelle tre precedenti fasi basse del ciclo, ha più che raddoppiato i suoi soldi in poche settimane.
 
 
 

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Commenti all'articolo

  • filb09

    09 Gennaio 2022 - 09:08

    Riporto perchè ero riuscito ad estrapolarlo da un direttore di banca: il problema di Unicredit sta nei possibili controlli anti-riciclaggio. Non ti chiamano perchè è rischioso (bruciare un capitale è tanto semplice anche nell'azionario). Logicamente serve una regolamentazione crypto, ma nel frattempo la gente vorrebbe essere padrona nella gestione o nel dilipendio dei propri risparmi.

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