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Criptovalute e Irpef, è urgente un cambio di rotta

La tassazione delle criptovalute è uno dei grandi rebus che i legislatori sono chiamati ad affrontare in questo momento storico. In Italia l’Agenzia delle entrate, in una recente risposta a un interpello, ha consolidato il proprio orientamento sugli obblighi ai fini Irpef.

Criptovalute e Irpef, è urgente un cambio di rotta

La tassazione delle criptovalute è uno dei grandi rebus che i legislatori sono chiamati ad affrontare in questo momento storico. In Italia l’Agenzia delle entrate, in una recente risposta a un interpello, ha consolidato il proprio orientamento sugli obblighi ai fini Irpef. Il tentativo è quello di colmare un vuoto normativo, a prescindere dalla definizione delle “valute digitali” dando per scontata l’assimilazione giuridica tra queste ultime e le valute estere.

L’Agenzia ribadisce che le plusvalenze derivanti dalle “cessioni a pronti” delle valute digitali sarebbero riconducibili, nonostante il silentio legis, tra i “redditi diversi” derivanti dalle operazioni di trasferimento o “prelievo” delle “valute estere” con conseguente applicazione dell’imposta sostitutiva dell’ Irpef del 26%. Questa identificazione non è però così semplice come sembra. Tale conclusione risulta in contrasto, non solo con la definizione di “valuta digitale” dettata dalla normativa antiriciclaggio, ma pure con l’orientamento della dottrina, incluse Consob e Banca d’Italia, le quali negano la riconducibilità delle criptomonete alle “valute”, trattandosi invero di un asset immateriale, “ibrido e polifunzionale”, cioè utilizzato sia come mezzo di scambio convenzionale, sia come strumento di investimento finanziario, caratterizzato da elevata volatilità.

Ne consegue dunque, nonostante l’approccio dell’Agenzia, l’impossibilità sul piano tecnico-giuridico di ricondurre, ai fini Irpef, le plusvalenze tra i “redditi diversi”. La stessa problematica, con effetti ancor più contraddittori, si pone per gli obblighi di “monitoraggio fiscale”. L’Agenzia, richiamando “a favore della linea interpretativa adottata” la sentenza del TAR del Lazio n. 1077/2020, afferma che le valute digitali: i) dovrebbero essere indicate sempre nel modello RW, persino nell’ipotesi, ad esempio, in cui il contribuente residente in Italia ne abbia la “detenzione” diretta tramite il possesso delle chiavi private ciò in quanto dette valute dematerializzate sarebbero riconducibili comunque alle “attività estere di natura finanziaria detenute in Italia al di fuori del circuito degli intermediari residenti”. Cionondimeno, il contribuente non dovrebbe indicarne l’ubicazione ovvero il codice dello “Stato estero”, trattandosi, come sembra di intuire, di un asset digitale “a-territoriale”. Ma anche tale approccio interpretativo non ha alcun riscontro normativo e denota contraddizioni e criticità evidenti. Anzitutto, è discutibile, ancora una volta, la premessa ovvero l’equiparazione giuridica tra “valuta digitale” e attività “estera” di natura “finanziaria”.

Tale assimilazione risulta in contraddizione - anche - con la ratio del monitoraggio fiscale volto ad intercettare i redditi imponibili in Italia, derivanti da fonti allocate all’estero, anche per interposta persona. In secondo luogo, trattandosi di una cripto-moneta “a-territoriale”, è opinabile che quest’ultima debba localizzarsi, senza eccezioni, all’estero. A meno che, in un’ottica preventiva e “investigativa”, non si voglia raggiungere lo scopo di “intercettare” la tassazione dei plusvalori latenti, e poco tracciabili al momento del realizzo. 

Inoltre, in ragione del meccanismo di mining, “custodia” e “circolazione e conversione” delle valute criptate, i relativi criteri di collegamento territoriale possono identificarsi, non soltanto nel possesso delle chiavi private, ma anche rispetto alla localizzazione del wallet. E – si noti - l’esatta selezione di tale criterio di “geolocalizzazione” assume un’estrema e delicata rilevanza per il contribuente ai fini dichiarativi, poiché l’applicazione dell’uno o dell’altro “nexus” territoriale potrebbe radicare l’allocazione della “fonte” in un “paese black list”. Infine, risulta altrettanto oscuro l’assunto erariale per cui il contribuente non sarebbe tenuto a indicare il codice dello “Stato estero”, a meno che ciò non porti con sé l’auspicabile risultato di disinnescare il regime speciale, proprio perché si tratterebbe di un asset digitale memorizzato in blockchaine dunque come tale “a-territoriale”.

In conclusione, non sembra corretto che il deficit normativo riscontrabile in materia possa essere colmato in via interpretativa dalla prassi, con pesanti ricadute anche sul piano sanzionatorio, anche perché l’ “economia digitale” sfugge ai canoni classici di ermeneutica e in tale ambito risulta difficile declinare concetti, poco pertinenti, come quelle di “beni”, “valute”, “ubicazione”, “detenzione”, basti pensare, sotto il profilo della “localizzazione geografica”, a quanto avvenuto ai fini della “web tax”. Evidentemente anche le valute digitali meritano una regolamentazione specifica e un intervento normativo ad hoc, non potendo la prassi colmare le lacune normative conseguenti al continuo evolversi dell’economia e della finanza digitale.

*Avvocato, Fantozzi & Associati

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