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Il prezzo da pagare per un mondo in salute

«La transizione energetica nel lungo termine comporterà inevitabili picchi di prezzo per alcune materie prime». Il commento di Wim Van Hyfte

Il prezzo da pagare per un mondo in salute

L’inflazione aumenta, e punta la luce sulla questione dei costi e dei benefici connessi alla lotta ai cambiamenti climatici: è necessario pagare di più oggi, per avere un domani più sostenibile. Il dibattito sulla questione è ampio, ma di certo c’è che stare fermi, essere inetti per evitare i costi dell’azione, porterà a oneri umani e finanziari molto più elevati.

«L’ultimo rapporto del Gruppo intergovernativo sul cambiamento climatico (Ipcc), che nel corso degli anni ha fornito prove definitive che i cambiamenti climatici causano eventi meteo più estremi, ha sottolineato l’urgenza di effettuare tagli drastici alle nostre emissioni di gas serra, riduzione che richiederebbe un passaggio dai combustibili fossili alle fonti rinnovabili di energia, e una transizione verso un’economia basata su un modello circolare dell’utilizzo dei materiali», spiega Wim Van Hyfte, PhD, global head of Esg investments and research di Candriam (nella foto a lato). «In più, questo cambiamento non solo dovrà coinvolgere tutti i settori, ma dovrà avvenire anche in tempi molto rapidi».  

Nell’ultimo anno, gli esperti del mercato hanno cercato di capire in che misura la ripresa dell’inflazione fosse dovuta alla spesa per un mondo più green. Guardando i vari fattori inflattivi, si è iniziato a discutere di temi come le “greenflation” e il “greenium”. Quanto pagheremo per la transizione verso un’economia più sostenibile e un nuovo stile di vita? Sarà un costo eccessivo?

«Per citare Bill Gates», dice Van Hyfte, «e il suo recente libro “Clima: come evitare un disastro”, un “Green premium” (o “greenium”) è “[la] differenza di costo tra un prodotto che comporta l’emissione di CO2 e un’alternativa senza emissioni”. La teoria sottolinea che la transizione da carbone, petrolio e gas (combustibili fossili) a energia rinnovabile, l’adozione di veicoli elettrici e di treni e navi a idrogeno, insieme a nuovi tipi di isolamento degli edifici, comporteranno costi significativi. A sua volta, secondo questa scuola di pensiero, questa spesa supplementare tesa a conseguire gli obiettivi Net Zero è destinata a provocare un aumento dell’inflazione».

Significa che è la “greenflation” la responsabile dell’attuale aumento dell’inflazione? No, o perlomeno non costituisce il fattore inflativo principale. Le interruzioni nelle supply chain dovute al Covid hanno determinato l’aumento dei prezzi di un’ampia gamma di materie prime e beni di consumo. «Anche se è difficile prevederne la traiettoria, soprattutto alla luce dell’imprevedibile andamento della pandemia Covid-19, riteniamo che l’inflazione tenderà a calare, via via che le strozzature della supply chain gradualmente scompariranno, che i mercati fisici e domanda e offerta si adatteranno, e che i prezzi scenderanno, rispecchiando tale processo», riferisce l’esperto.

«Se consideriamo la transizione energetica in una prospettiva di più lungo termine», prosegue, «essa comporterà inevitabilmente picchi di prezzo per alcune materie prime. Fra queste ci sono i minerali rari necessari per i diversi equipaggiamenti, macchinari e infrastrutture richiesti per l’elettrificazione dell’economia. Questo tipo di inflazione sarà sostanzialmente legato a difficoltà iniziali: è infatti probabile che il passaggio verso un’economia più circolare ed efficiente dal punto di vista energetico si riveli difficile a causa dei vincoli temporali. Se la regolamentazione e la politica in materia ambientale saranno pianificate e comunicate in modo adeguato, con debito anticipo rispetto alla loro implementazione, tali perturbazioni non dovrebbero a nostro avviso avere un impatto duraturo sui prezzi delle materie prime e dell’insieme dei prodotti finiti. È importante sottolineare che questi cambiamenti sono relativi, pertanto la domanda di una materia prima potrebbe avere un impatto negativo sui prezzi di altre. L’impennata dei prezzi del rame è dovuta a una chiara tendenza all’elettrificazione. Questa stessa tendenza rende alquanto fosche le prospettive a lungo termine per il petrolio».

Tuttavia, in particolare durante la conferenza CoP26 di Glasgow, è diventato chiaro che i governi e le imprese finora non si sono mossi abbastanza velocemente. E se si vuole recuperare il ritardo, non ci sarà il tempo di attendere una ripresa dell’offerta di materie prime, in modo che possa soddisfare comodamente la domanda, o che tutti concordino una tabella di marcia ben progettata, o che legislatori e regolatori possano elaborare uno schema attentamente ponderato, che copra tutti gli aspetti della nuova economia. Il mondo dovrà muoversi rapidamente, e dovrà gestire le aspettative su quanto confortevole sarà la transizione.  

L’alternativa è l’inazione, con costi che ricadrebbero principalmente sulla prossima generazione. «Sono costi difficili da prevedere, in parte perché il cambiamento climatico richiederà inevitabilmente un costo umano enorme», spiega Van Hyfte. «Già oggi gli eventi meteorologici estremi hanno un costo economico e finanziario impressionante per i governi di tutto il mondo. Negli ultimi anni abbiamo già visto alcuni dei peggiori esempi di catastrofe climatica in California, Australia, Canada, Alaska e, solo pochi giorni fa, i danni prodotti da tornado mortali negli Stati Uniti. I costi di tali eventi ammontano già a centinaia di miliardi di dollari, che fossero assicurati oppure no».

Secondo i peggiori scenari futuri, vaste aree del pianeta diventeranno inabitabili a causa del caldo e della distruzione della flora e della fauna. Questi mutamenti provocheranno migrazioni di massa delle popolazioni superstiti verso “aree sicure” già sovrappopolate, con il rischio di nuovi conflitti, guerre e distruzione.

Ma nonostante tutte le sfide future, non bisogna dimenticare che il passaggio a un’economia circolare, più efficiente dal punto di vista energetico, creerà un’ampia gamma di sviluppi positivi. Sviluppi che riguarderanno la regolamentazione, le tendenze sociali e l’evoluzione del comportamento dei consumatori, presenteranno chiare opportunità di investimento a lungo termine per i gestori di portafoglio e avranno molte ramificazioni positive in tutti i settori dell’economia globale.

Significa dunque che un’elevata “greenflation” sarà inevitabile? «L’esempio dell’energia rinnovabile ci fa seriamente dubitare che la “greenflation” sarà una sfida irrisolvibile», dice l’esperto. «Negli anni successivi alla crisi finanziaria globale, quando le istituzioni come l’Agenzia internazionale dell’energia (AIE) hanno delineato le proprie previsioni per il raggiungimento della “grid parity”, l’obiettivo temporale stimato era il 2025-2030. La realtà si è tuttavia dimostrata molto diversa. In molte regioni del mondo, l’energia rinnovabile ha raggiunto la “grid parity” solo cinque anni dopo le previsioni. Ciò è dovuto al fatto che gli incentivi dei governi hanno consentito un rapido cambiamento di scala: mentre il cambiamento ha influito sui prezzi dei combustibili fossili e ha spinto l’inflazione verso l’alto in alcune aree dell’economia, in altre aree ha portato a un calo dell’inflazione. E il risultato finale può essere facilmente letto come un’assenza di crescita globale dell’inflazione».

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