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Con Economy alla scoperta degli Nft – seconda puntata

Iniziamo il viaggio che ci porterà a creare i nostri Nft: creiamo un wallet con Metamask, carichiamo Ethereum... finti, apriamo un account su Opensea, e quindi facciamo una prova

Con Economy alla scoperta degli Nft – seconda puntata

L’anno scorso sul mercato degli Nft sono state generate 26,9 miliardi di dollari (quasi 24 miliardi di euro) di transazioni. Se il mercato ci crede, chi siamo noi per negare gli Nft siano non solo una forma d’arte, ma anche un buon investimento? Così, abbiamo deciso di metterci anche noi a comprare e vendere degli Nft usando gli strumenti a disposizione sul mercato, per vedere come funziona il sistema e se si tratta davvero di un buon investimento. Solo che siamo dei totali neofiti: non ne sappiamo nulla. Ma siamo disposti a studiare e sperimentare. La tavoletta grafica sarà quella di Luca d’Urbino, che illustra (anche) le nostre copertine di Economy e di Investire, per la parte tecnologica ci guida Knobs, società di sviluppo software specializzata in tecnologia blockchain, nelle persone di Andrea Ciliberti, Head of growth, e Stefano De Cillis, software engineer.

La cassetta degli attrezzi
Per prima cosa dobbiamo scegliere gli strumenti su cui andare a vendere gli Nft. «Ethereum fa la parte del leone, è la criptovaluta impiegata per il 90% delle transazioni: direi che la scelta è forzata anche dalla piattaforma che sceglieremo», esordisce Andrea Ciliberti: «Opensea, per esempio, si basa su Ethereum. Ci sarebbe anche la possibilità di usare Polygon, una sidechane di Ethereum che permette di creare Nft proprio come Ethereum. A livello di capitalizzazioneè nella top 20 e viene utilizzata molto perché, a difefrenza di Ethereum dove i costi, tra creazione di Nft e di gasfee è un più sotto controllo». Cosa siamo le gasfee, è presto detto: «È il compenso di chi si prende la briga di mettere su blockchain l’Nft», spiega Stefano De Cillis. «Si paga quando si crea un Nft e tutte le volte che lo si trasferisce registrando il passaggio su blockchain. Leggere il registro è gratuito, ma per scriverci sopra bisogna dare la mancia a chi compie l’operazione di scrittura. Problema: la mancia è variabile e questo rende difficile fare progetti su blockchain. La gasfee dipende da quanto vale la cryptovaluta e da quante richieste ci sono in quel momento. Il gasfee, per capirci, può arrivare anche a costare molto più dell’Nft. Ecco, con Polygon riusciamo avere costi più sotto controllo rispetto ad Ethereum. Ed è tutto più rapido».
Seconda cosa: per pagare e – speriamo – incassare cryptovaluta, ci occorre un portafogli dove metterla. O meglio: un wallet. «Ve lo assegno come compito per la settima prossima, così vedrete quanto è frustrante», scherza Ciliberti. Che viene in nostro soccorso girandoci una serie di link utili. Intanto Metamask, «che è il wallet più diffuso per interagire con Ethereum». Anziché installarlo sullo smartphone, abbiamo preferito optare per un’estenzione – in pratica un plug-in – del browser, in modo da ritrovarci la volpe di Metamask sempre disponibile nella barra di Firefox (sempre di volpi si tratta), in alto a destra. La circostanza che, al di là della prima schermata in inglese, dopo il “get started” iniziale (va “scrollata” un po’ verso il basso la pagina per trovarlo, perché niente deve essere toppo semplice per non frustrare la competenza degli adepti), tutto il resto sia in italiano, aiuta non poco. Non fidandoci troppo della sicurezza del nostro computer, abbiamo optato per la complicatissima password – impossibile da ricordare – generata automaticamente dal sistema. Poi ce la siamo copiata ovunque, perché il grado di difficoltà per il recupero della password in caso di smarrimento è direttamente proporzionale al grado di sicurezza del wallet. Se vi dicono che è sicuro al 100% significa che recuperare la password è impossibile. Ma non ve lo diranno mai. In compenso Metamask elabora una frase segreta per recuperare l’account, degna di uno scioglilingua. In inglese, chiaramente. Questa, oltre che copiarcela ovunque, ce la siamo anche imparata a memoria. Solo dopo abbiamo scoperto che quella che pensavamo fosse la nostra password è in realtà il nostro “codice Iban” da poter copincollare e condividere ovunque per poter spendere (e incassare, speriamo), mentre la vera password è lo scioglingua (che tecnicamente di chiama “frase seed”). Peraltro è possibile creare più account /menu a tendina in alto a destra (e chiamarlo come vogliamo, magari qualcosa di più originale rispetto ad Account1, Account2 di default) e cambierà anche “l’Iban”. Che però si chiama address (superfluo spiegarne il motivo). Pochi semplici passaggi, in ogni caso per godere alla vista del nostro primo portafoglio… vuoto.

 

 
Iniziamo a fare i soldi… finti

«Una volta aperto il wallet potete mettere degli Ether “finti”, utilizzati solo su reti blockchain di test, “per prendere dimestichezza col mezzo”», spiega Andrea Ciliberti. «Per farlo occorre abilitare nel menu a tendina in alto a destra “show test networks” e poi collegarsi ad uno di questi link ed inserire l’indirizzo del wallet appena creato: https://faucet.egorfine.com/ oppure https://faucet.dimensions.network/». Più facile a farsi che a dirsi, ve lo garantiamo. Faucet significa rubinetto, per dire. Ma bisogna avere pazienza, «perché in sostanza stiamo chiedendo a un “minatore” di estrarre cyptovaluta e di accreditarla sul nostro wallet». Insomma, mettiamoci in coda. Dopo qualche minuto, secondo il copione, tornando su Metamask, e cambiando la visualizzazione da “main net etehreum” a “rete di test ropsten” avremmo dovuto vedere i fondi di test ricevuti. Avremmo dovuto iniziare a vedere i primi 0,3 Eth farlocchi piovere nel nostro wallet. E invece nulla. Forse – sottolineiamo “forse” – perché abbiamo cliccato compulsivamente sui vari servizi… Così ci siamo fermati un giro – anzi, ce lo siamo fatto proprio un giro – e al nostro rientro, un paio di ore dopo, c’era un intero Eth (finto, purtroppo, altrimenti avremmo 2.500 euro in più senza colpo ferire) nel wallet. Evidentemente, non sempre il click compulsivo è sbagliato.

 

Creiamo il nostro primo Nft

«A questo punto possiamo creare un account su Opensea», ovvero la piattaforma più utilizzata per la compravendita di Nft. Ma non è detto che poi la utilizzeremo per il nostro progetto: «Ci sono diverse piattaforme disponibili e addirittura sui singoli progetti spesso vale la pena di aprire una propria piattaforma», continua il nostro “Virgilio” Ciliberti: «per vedere la differenza tra una piattaforma diffusa come Opeansea e un progetto tailor made bisogna provare a mettere in vendita un’opera. Bisogna però fare in modo che qualcuno vada a comprarla, quindi creare un sito internet in cui viene promossa, o avviare una campagna marketing attraverso i canali social, per convogliare traffico, mostrarla e permetterne l’acquisto. Opensea e le altre piattaforme diffuse offrono un’esperienza-utente senza intermediazione, mentre lo scenario alternativo è provare piattaforme che gestiscono la compravendita in un’ottica centralizzata, con una selezione all’ingresso, come Reasonerdart o ItaliaNft e vedere come va».
Accontentiamoci di fare un giro su una versione di test di Openesea, almeno per ora. Cliccando su https://testnets.opensea.io/ abbiamo aperto il nostro account. E senza neppure bisogno che qualcuno ci accompagnasse per mano. In alto a destra abbiamo trovato il menu “account”, abbiamo collegato il nostro wallet Metamask, un tristissimo Account1 cui non siamo riusciti a cambiare nome, per ritrovarci con un altrettando triste account Unnamed. In “settings” – sempre in alto a destra, e dove altrimenti? – cliccando acriticamente su qualunque autorizzazione ci venisse richiesta, a un certo punto ci siamo trovati in un form in cui poter inserire username, bio, indirizzo email , banner, indirizzi social e persino un’immagine del profilo. Per non eccedere in originalità, ci siamo limitati a chiamarci Economy, risparmiando le forze per la sfida successiva: creare il nostro primo Nft spendendo gli Eth di test. Dove guardare? Esatto: in alto a destra. Abbiamo cliccato su “create”, abbiamo caricato la prima immagine che ci è venuta a tiro, cioè una carrellata di copertine delle nostre riviste Economy e Investire – tanto si trattava di palestra e di Ethereum del Monopoli – l’abbiamo chiamata Covers (che originalità), abbiamo omesso di inserire link a siti, descrizioni dell’opera, collezioni (ma avremmo potuto, se solo avessimo voluto!) et voilà: il nostro primo Nft. facile come cliccare in alto a destra. Quanto ci è costato? Nulla. Nessuna gasfee, contrariamente alle previsioni. Dove abbiamo sbagliato (sicuramente non nel cliccare compulsivamente, dato che un paio di giorni dopo ci ritroviamo altri 0,9 Eth farlocchi nel wallet)? Lo scopriremo nella prossima puntata.

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