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Con Economy alla scoperta degli Nft - terza puntata

Emerge l'esigenza di una campagna di marketing, che prevede anche una folta community, oltre al ruolo deglli influencer nel moltiplicare il valore dei token

Con Economy alla scoperta degli Nft

SomeAsshole, l'opera Nft di Xcopy venduta per 3,8 milioni di dollari

Premessa: se vi siete persi le puntate precedenti date un’occhiata QUI e soprattutto QUI. E ora potete continuare a leggere.

Tutto è bene quel che comincia bene. O no?

Aperto il wallet e “creato” il nostro primo Nft, la sensazione, ammettiamolo, è quella di padroneggiare lo strumento. Ma il bello (o il brutto, dipende dai punti di vista) deve ancora arrivare. «Ha più senso puntare su poche opere di qualità oppure creare una serie di collectibles, sulla flasariga dei cryptopunk o del bored ape yacht club?» si è chiesto il nostro artista Luca D’Urbino. Domanda più che lecita, perché la strategia, come la tigna (aka perseveranza), è tutto. La riposta? La solita: dipende. Da cosa? Che domande: dal budget. «Alla fine tutto è codice e gli Nft sono univoci», sottolinea Stefano De Cillis, software engineer di Knobs. «Creare 100 nft quanto costa? Dipende sempre dalle gasfees – e se avete letto la puntata precedente sapete già cosa sono, ndr – e il calcolo non è così banale. Ognuno paga gasfees per fare il minting – diciamo il conio? ndr – di una collezione anche di cento token, ma poi può essere venduta in due modi. La prima: tutti i token sono rivelati , quindi me lo scelgo e me lo compro, oppure c’è il minting rivelato – come nel caso del Bayc, ndr – con gli nft nuovi acquiistabili nei limiti massimi della collezione». La buona notizia? È Opensea attualmente offre gratis i primi 50 Nft su Opensea per collezione fino a un massimo di 5 collezioni per wallet. «Ma quando vai a “listare” – ecco un’altro termine gergale da imparare, ndr – devi pagare due fees one time: la prima è banalmente per effettivamente listare su Opensea, l’altra ti permette di dare l’approval sul token che hai creato e che vuoi vendere – tradotto: dice a Opensea che ha il potere di trasferirlo al compratore -. Variano sempre in base alle gasfees e il range tipicamente va dalla prima a 70 dollari – nel mondo crypto l’unica moneta fiat che si può citare è il dollaro, ndr – ma può arrivare ai 300 per collezione o per Nft. Si paga una sola volta per account. La seconda fee, che va dai 10 ai 30 dollari, si paga ogni volta che si interagisce con una valuta nuova».

L’alternativa? C’è ma è meglio non usarla. Forse.

A proposito di valuta. Ci ha detto un uccellino che Polygon è più conveniente rispetto a Ethereum. «Ma conviene per iniziative aziendali», ci smonta subito Andrea. «Noi facciamo la notarizzazione punto cloud LINK www.bcode.clpud e notarizzazione.cloud in cui non devi compravendere criptovalute, creare nft a basso costo ecc. ma in ambito arte o gaming il mondo nft gira su Eth». Anche per quanto riguarda la scelta della piattaforme esiste l’alternativa a Opensea, ma non è detto sia la strada migliore da imboccare: «Possiamo scegliere anche un server centralizzato», dice Stefano, e cita l’esempio, fra gli altri, di nbatopshot.com, tra i primi a vendere nft in ambito sportivo, «ma si va un po’ a perdere quel principio di decentralizzazione tipico del mondo crypto, che invece vede Opensea e altre piattaforme usare reti peer to peer, di fatto un link diffuso tra tanti computer».

Primo tema: la revenue share

La materia si ingarbuglia sempre di più, insomma. Non basta: «L’ultimissimo passaggio riguarda la revenue share», aggiunge Andrea: «ogni volta che un’opera viene venduta, va stabilito come remunerare l’artista, lo sviluppatore, magari lo sponsor, ecc. Opensea non ti permette di redistribuire i ricavi, quindi ci vuole uno smartcontract ad hoc che gestisca i diritti a ogni passaggio. Tipicamente le royelaties vanno dal 2,5% al 10%, ma in media sono al 5%».

Cosa può stabilire lo smart contract? «Spazio alla fantasia», risponde Andrea, «anche consentire di comprare solo nei giorni dispari, non ‘è limite. Ma ci vuole codice e su Opensea, che è un’interfaccia semplice, non lo puoi fare, occorre scrivere un codice all’interno del Nfs. Tendenzialmente chi avvia progetti di questo tipo si fa un marketplace tutto suo in cui stabilisce le regole del gioco».

Secondo tema: il marketing

Ma se tutto questo ci appare complicato, ecco che arriva la parte più impefgnativa: il marketing. Eh già, perché quando si approda su Opensea o su un’altra piattaforma, di solito è perché si segue un progetto. O magari si è notato il Tweet di Vittorio Sgarbi e si è capitati QUI ad ammirare capre… E se Sgarbi, che è uno che di arte se ne intende, si è fatto la sua collezione Nft, vuol dire che siamo sulla strada giusta. «Tutto parte da marketing e comunicazione», dice Stefano: «il punto di forza è la community che c’è dietro. Se manca, non riesci a sfondare. E la divisione degli introiti deve essere regolata da uno smart contract».

Ma dove vai se la community non ce l’hai?

Già, la community. Se sulla comunicazione tradizionale siamo ferrati, non possiamo certo definirci iunfluencer in ambito Nft. E il nostro Luca D’Urbino, per quanto apprezzatissimo a livello internazionale, non è certo un Damien Hirst, che a dicembre 2021 ha avviato il suo primo progetto Nft… per un valore di 25 milioni di dollari. «Nel mondo Nft i progetti di successo hanno sempre dietro una roadmap interattiva che coinvolge gli holder dei token», ci spiega Lorenzo Petrangeli, project manager di Knobs. E questo lo sapevamo: ne avevamo già parlato anche QUI. «Nell’ambito gaming questa interazione è più facile, anche se ci sono persone famose tra i 15 e i 35 anni la collezione lievita di prezzo di dieci volte. Insomma, non vorrei tarpare le ali, ma dal lato del funzionano le community vere e proprie tra utenti, lo scambiarsi pareri, il darsi consigli su come fare evolvere collezione. I canali critici in ambito Nft sono Discord e Twitter». Perfetto: sono proprio i social che non utilizziamo. Ma non è detta l’ultima parola: «Abbiamo avuto la fortuna di collaborare con un artista che non aveva Discord, ma aveva già più di 70mila follower su Instagram», ci rincuora Lorenzo: «e quindi le prime 200-300 persone su Discord sono arrivate in dieci minuti. Il progetto era quello delle bamboline in 2d, abbiamo pianificato cinque round settimanali da venti bamboline l’una, inizialmente a 25 euro a bambolina, poi 30 e quelle leggendarie su 50 euro. I primi due round sono andati sold out in pochi minuti, poi Luca Argentero ne ha comprata una e il prezzo è lievitato di centi volte: ora vengono vendute a 500 euro perché c’è un aumento di richiesta. Le abbiamo vendute all’asta: le pubblicavamo a mezzanotte, chiudendo alle due di pomeriggio. Di per sé l’ata è una buona idea, va però gestita bene perché ha costi diversi».

Perché l’Nft moltiplica il proprio valore? È merito della blockchain: «perché ho storico di chi ha posseduto quell’Nft», sentenzia Andrea. Ma un bel disegno non basta a “pompare” una colezione: occorre dare qualcosa di più: «Anche questo è un tema centrale della strategia», spiega Lorenzo: «si promettono dei reward, per esempio a raggiungimento delle copie vendute: al 10% una chiacchiarate con Luca D’Urbino, al 20% il rilascio di un nuovo Nft…». «Insomma», taglia corto Stefano, «bisogna andare su Discord e assegnare dei token agli holders: sono le basi per creare il progetto». Vale anche la partecipazione a un evento phygital, l’inserimento nel gruppo Telegram personal dell’artista (che bisogna parire, però), un abbonamento per qualche anno a Economy, una stampa autografata montata su un supporto di qualità e così via. «Magari una cena al birrificio di Lambrate», suggerisce Luca.

Quel che è chiaro, a questo punto, è che va bene l’arte – e Luca D’Urbino è un maestro – ma ci serve una community. Altrimenti non andremo da nessuna parte. E dunque? Lo vedremo nella prossima puntata.

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