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aspettando l’assemblea

Generali, il piano sfidante cambia la via vecchia per quella più vecchia

La lista Caltagirone richiama la «Responsabilità diretta dell’azionista proponente rispetto al successo», un modo per «metterci la faccia» (bene!) ma riconducendo a un uomo solo un intero team

Generali, il piano sfidante cambia la via vecchia per quella più vecchia

Francesco Gaetano Caltagirone

La prima volta che Giuseppe Turani metaforizzò la canzone del mucisista zulu Solomon Linda sul “Leone addormentato” per ironizzare sulle Assicurazioni Generali sarà stato una quarantina d’anni fa, e la canzone era del ’39. Per i curiosi, il “leone” di cui quella straordinaria hit evocava un re africano, detto Chaka il leone, che, secondo la leggenda, quando gli europei conquistarono il controllo del suo territorio, non morì ma si addormentò, riservandosi al momento buono per farlo.

Il titolo diciamo così non proprio innovativo del piano industriale con cui Francesco Gaetano Caltagirone sfiderà Mediobanca all’assemblea Generali del 29 aprile è in carattere con una visione complessivamente d’antan, una specie di viraggio in seppia da antico dagherrotipo. E del resto, sono vent’anni che Caltagirone investe in Generali, ha totalizzato circa 3 miliardi di euro di investimenti a Trieste, non male per uno che non è contento della società in cui sta mettendo i suoi soldi. E, ancora del resto, il suo manager di fiducia, è un manager di 56 anni e mezzo, nel gruppo dall’89, quindi ben imbevuto di quella cultura generalizia che non ha mai brillato per iniziativa e movimentismo eppure ha sempre portato i suoi frutti.

Che Luciano Cirinà, fino a ieri uno dei 4 riporti diretti dell’a.d. uscente Philippe Donnet, da 33 anni alle Generali, possa, sotto la guida di un azionista di riferimento come Caltagirone, fare chissà quanto e come meglio è possibile ma non probabile. E dunque sarà una ben difficile scelta, quella che dovranno compiere gli azionisti istituzionali che il 29 aprile dovranno “sparigliare”, votando per lista del consiglio d’amministrazione o per quella di “Caltavecchio” - com’è giusto denominarla per ricordare l’appoggio che le daranno le azioni di Leonardo Del Vecchio, sgusciato via dal patto con Caltagirone un istante prima che si incarnasse nella loro consolidata relazione la pur già evidente nozione di “concerto”, con conseguente obbligo d’Opa.

Da una parte un’affidabile continuità, legata a un socio di riferimento un po’ grigetto, Mediobanca, che tra l’altro potrebbe forse meglio giovare alla causa trestina confutando con massimo vigore le accuse di conflitto d’interesse che le sono piovute addosso dagli sfidanti; e dall’altra una generica strategia di potenziamento, dichiaratamente tutta da precisare (diamo tempo a Cirinà, in fondo è lì solo da 33 anni!) sommariamente tratteggiata da un tandem di soci sfidanti dall’età media di 82 anni (78+86/2) radicalmente autocrati (non si ricorda un solo manager di rilievo né nel gruppo Caltagirone né da Del Vecchio, se si esclude il per-questo-defenestrato Andrea Guerra) e di progenie non certo intrinseca al business assicurativo.

Nel documento-tazebao presentato da Caltagirone, c’è un chicca: dove si sottolinea la “Responsabilità diretta dell’azionista proponente rispetto al successo della lista: l’investimento economico dell’azionista è direttamente proporzionale ai propri diritti di voto”. Tradotto: “Lavoro guadagno, pago pretendo”. Tradotto dal Caltagirese: “C’ho messo i soldi, ci metto la faccia, rispondo io di questa lista perchè io comando”, che richiama alla memoria degli anziani quell’immagine dei manager come “cani da riporto” del padrone, copyright Raul Gardini.

Se vivessimo in una favola hollywoodiana, domani prima di dopodomani, spunterebbe da qualche parte del mondo un fondo, ma di quelli belli grossi, che con un’Opa radicherebbe un’azienda strategica come le Generali in mani istituzionali; se vivessimo addirittura nel Paradiso terrestre, il fondo sarebbe italiano, ma tra favole e scempiaggini ne corre, e pensare a un fondo italiano così forte è una scempiaggine.

Si tratta, insomma, di cambiare la via vecchia per una via nuova che invece è ancora più vecchia. E le prime sensazioni emerse dal mercato dopo la presentazione caltagironesca del piano “Awakening the lion”, svegliare il leone, sono state tiepidine. Mentre le raccomandazioni delle grande case d’investimento su Generali, espresse prima delle comunicazioni Caltagironiche, sono quasi entusiaste. Bofa raccomanda l’acquisto e indica un target price di 21,50; Morgan Stanley conferma l’attenzione e indica il prezzo-obiettivo a 21; con lo stesso target-price, Kepler Cheuvreux raccomanda l’acquisto; Berenberg suggerisce il “buy” e indica addirittura a 23,40 il target price; Banca Imi (gruppo Intesa) raccomanda di aggiungere e fissa il target a 20,50; infine Akros invita ad “accumulare” e condivide il prezzo-target di 21.

Ma non deve stupire questa buona reputazione della gestione attuale di Generali. Da quando Philippe Donnet è stato nominato Group Ceo, il 17 marzo 2016, ha lanciato e portato a termine due piani strategici triennali, oggettivamente centrando ogni volta tutti gli obiettivi, finanziari e industriali che aveva annunciato.

Il piano “Generali 2021” si è chiuso facendo registrare nel 2021 il miglior risultato operativo della storia del Gruppo. E i dati della compagnia dimostrano che dalla presentazione del piano strategico 2016-2018 (che avvenne il 23 novembre del 2016), il valore del titolo è cresciuto di oltre il 60%, sovraperformando l’indice di settore di 38 punti, e Generali ha garantito agli azionisti un Total Shareholder Return pari al 114%, ai vertici del settore (meglio di Allianz, 75%, e di Axa, 46%; e poco meno di Zurich, 122%), e ha ampiamente sovraperformato l’indice di settore di 58 punti (questi dati sono validi al 18 marzo 2022).

Nell’arco dei due piani strategici Generali ha distribuito più di 7 miliardi di euro in dividendi e proporrà, nella prossima assemblea degli azionisti, di erogare 1.691 milioni di euro come monte-dividendi 2021 (pari a 1,07 euro per azione). Niente male, tutto sommato.

Ora, il piano “di continuità” presentato da Donnet e sostenuto dalla lista presentata dal consiglio uscente, cioè “Lifetime Partner 24: Driving Growth”, si pone come basato su tre pilastri.  Il primo dichiara la determinazione di “Perseguire una crescita sostenibile”. Ora, premesso che a nessun manager sano di mente direbbe mai al mondo di voler perseguire “una crescita insostenibile” (e vabbe’, nessuno è inappuntabile...), questa delineata da Donnet è un’ambizione di crescita abbastanza sfidante senza sfociare nel velleitarismo. Ipotizza una crescita superiore al 4% della raccolta premi nel danni non auto (Cagr 2021-24); e tra i 2,3 e i 2,5 miliardi di euro di valore della nuova produzione al 2024 (dall’1,9 miliardi di euro al 2020).

Il piano Donnet si prefigge poi di migliorare il profilo degli utili creando tra i 2,5 e i 3 miliardi di ”flusso di cassa libero discrezionale da reinvestire su iniziative finalizzate alla crescita profittevole e alla creazione di valore, comprese operazioni di M&a nel business assicurativo e nell’asset management”. E c’è poi un incremento di 100 milioni dei ricavi da terze parti nell’Asset Management… niente di trascendentale.

Infine, il piano parla di ben 1,1 miliardi di investimenti nella trasformazione digitale e tecnologica (2022-24), in aumento del 60% rispetto a Generali 2021, di un miglioramento di 2,5-3,0 punti del cost/income ratio  e della creazione di un fondo di venture capital da 250 milioni di euro per cogliere opportunità ad alto potenziale nell’insurtech.

Quindi un piano brillante con un ovvio “ma”: è pensato in continuità col passato e non parte dal presupposto che quanto fatto finora dal gruppo sia stato lacunoso. Chi invece voglia, come Caltavecchio, discostarsi dal passato e surclassarlo, ovviamente può sembrare più aggressivo, anche se poi i target annunciati dagli sfidanti non sono poi così stratosferici: utili a circa 4,2 miliardi di euro nel 2024, con Eps Cagr ‘21-‘24 stimato superiore al 14% attraverso interventi di carattere sia organico che non organico; una generazione di cassa cumulata disponibile per circa 9,5 – 10,5 miliardi di euro nel periodo 2022-2024; circa 1,5 – 1,6 miliardi di euro di investimenti in trasformazione digitale e tecnologica, un obiettivo di riduzione costi annui fino a circa 0,6 miliardi di euro e un obiettivo cost/income del 55%. C’è poi la “volontà” di massimizzare la disponibilità di cassa potenzialmente disponibile per attività di M&a fino a circa 7 miliardi di euro e la conferma dei dividendi previsti dall’Investor Day del 15 dicembre per il triennio ’22 – ’24, nonché conferma del riacquisto azioni: qui la continuità è totale.

E in fondo sarebbe un po’ surreale, se il piano antagonista fosse davvero così “discontinuo”, visto che è stato affidato a un manager che se è bravo - come Luciano Cirinà senz’altro è stato - lo è stato finora nel solco dello stile Generali. Vero è che lavorando per un padrone solo, anziché contemporaneamente per due, contrapposti, Cirinà avrebbe, se vincesse, più tempo per esprimersi...

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