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Finanza

Banco Bpm e Atlantia, perché le notizie sono brutte per l’Italia

La finanza italiana è in vendita. E nell’assenza di acquirenti nazionali, si moltiplicano quelli stranieri.

Investimenti esteri, disimpegno in Italia per 6,3 miliardi

Due fondi stranieri che meditano un’Opa su Atlantia, e i Benetton che pensano di difendersi con i soldi di un terzo fondo straniero. Un colosso bancario straniero – peraltro, ricordiamolo, quello storicamente più corretto nei rapporti con le sue acquisizioni in Italia: il Credit Agricole – si prenota il controllo di Banco Bpm, acquistandone il 9% come fece a suo tempo col Creval, e certo puntando poi ad annetterselo.

La finanza italiana è in vendita. E nell’assenza di acquirenti nazionali, si moltiplicano quelli stranieri. E’ un male? Non del tutto. Ci sono stranieri e stranieri. Quelli che depredano e quelli che investono. Chi come Lactalis compra un colosso come Parmalat per sfruttarne potenza produttiva e marketing investendo il minimo; e chi come General Electric salva un colosso come il Nuovo Pignone dal declino e lo rilancia.

In questo caso l’Agricole sarebbe un ottimo approdo per una banca ben gestita come Banco Bpm ma priva di forza sufficiente a diventare da sola “terzo polo” e dunque fatalmente destinata a gravitare attorno ad orbite altrui: ma pur sempre un approdo straniero.

E se il fondo americano Gip e il fondo canadese Brookfield – d’accordo con l’imprenditore spagnolo Florentino Perez – vogliono Atlantia è per smontarla, prendersene i pezzi e archiviare la lunga gestione Benetton, fruttuosa soprattutto per la famiglia veneta piuttosto che per il (o i) paesi nei quali insistono gli asset del gruppo, dall’aeroporto di Fiumicino in Italia alle autostrade di Abertis in Spagna, non certo per investire in nuove, buone infrastrutture.

Dunque l’arrivo di capitali “predatori” in Italia può essere valutato in modo molto diverso da caso a caso. Quando si tratta di capitali industriali e pazienti, come nel caso dell’Agricole, meglio loro di tanti altri: peccato solo che gli utili generati dalle nostre aziende controllate da colossi stranieri, affluiscano comunque prevalentemente all’estero…

Quando si tratta di capitali speculativi, è ovviamente peggio. Ma perché temere che qualsiasi speculatore acquisti asset dalla famiglia Benetton, possa far peggio in termini di rapporto con il nostro Paese di quanto hanno fatto i trevigiani? Sarebbe difficile e per tante ragioni. Quella famiglia, un tempo innovativa e dinamica, da quando scelse di darsi al “capitalismo concesso” delle privatizzazioni in svendita fatte con i soldi delle società acquisite e poi spolpate, ha smesso di creare vero valore per il Paese, comportandosi né più né meno di come fa un fondo-locusta.

E dunque la giornata della doppia offerta straniera su due asset pregiati per l’Italia come Banco Bpm e Atlantia è una giornata deprimente per le prospettive future del nostro capitalismo perché da una parte conferma l’inconsistenza dei capitalisti italiani, che preferiscono scaramucciare sulle Generali anziché investire in asset contesi da pretendenti stranieri; e dall’altra ci ricorda quando evanescente sia su questi temi il governo, che non si risolve a concludere in modo lineare la cessione del Montepaschi, che avrebbe potuto confluire in un terzo polo bancario, se a prezzi ragionevoli; o avrebbe potuto negoziare molto meglio con i Benetton la loro uscita dalle attività in concessione, tutte, irreparabilmente sfregiate dalla strage del Morandi di cui proprio ieri si sono finalmente avuti i 59 rinvii a giudizio che si spera inchiodino presto (ovvero tra una decina d’anni con i disgustosi tempi della disastrosa giustizia italiana) i responsabili alle loro colpe. Togliere Aspi ai Benetton strapagandoli è stato un errore - uno Stato forte l’avrebbe espropriata - ma almeno, comunque mette in sicurezza l’asset; sarebbe stato necessario però, e non è accaduto, imporre al gruppo anche l’uscita da Fiumicino, che adesso rischiamo finisca in mani straniere e provvisorie.

Siamo alle solite: capitalismo di Stato bollito e inerte; capitalismo privato autocratico e provinciale.

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