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Da Repubblica all'Economist, i giornali di Elkann sono anti-Meloni

Da una parte l'insufficiente presa di distanze della leader di Fratelli d'Italia dall'eredità fascista con il suo ignobile contenuto di razzismo. Dall'altra, il giro di interessi internazionali che non accetta il nazionalismo e lo statalismo di cui la bozza di programma di Fratelli d'Italia è piena.

Da Repubblica all'Economist, i giornali di Elkan sono anti-Meloni

Con l’emigrazione della sua cassaforte Exor da Milano ad Amsterdam anche nella quotazione di Borsa, il capo di quel che resta della famiglia Agnelli (tanti eredi, poca tradizione) John Elkann ha chiaramente fatto capire che dell’Italia, a lui che non vi è nato e non ne parla volentieri neanche la lingua, non gliene frega più niente se mai glien’è fregato.
La responsabilità di preoccuparsi delle sorti sociali degli investimenti italiani di Stellantis, il gruppone automobilistico al quale ha venduto la Fiat diventandone primo singolo azionista ma accanto allo Stato francese (che ha quindi ben più peso di lui) l’ha volentieri passata sulle spalle del bravissimo Carlos Tavares, che non guarderà alle sorti degli stabilimenti italiani di Stellantis con un occhio minimanente tenero.
Questa distanza siderale di Elkann dalle vicende nazionali italiane concorre non a determinare – come si preciserà – ma certamente a comprendere meglio come mai in Italia i quotidiani che Elkann controlla, cioè innanzitutto Repubblica e La Stampa ma anche il Secolo XIX, siano i più accaniti nel fuoco di sbarramento contro l’ipotesi che Giorgia Meloni diventi premier.
E la cosa aiuta a comprendere anche la bastonata da tramortire che ha scagliato sulla testa della Meloni – metaforicamente: i manganelli veri li usano semmai i supporter mai abbastanza sconfessati della Meloni medesima – il prestigioso Economist, settimanale economico globale che per il 40% fa capo a Elkann.
Ora chiariamoci: il biondo nipote dell’avvocato è celebre per tempeste d’ira che lo hanno portato in un passato non remoto a chiedere la testa dei suoi direttori colpevoli di lesa maestà (quando una testata di Rcs rivelò la causa intentata contro John dalla madre Margherita, o quando il fratello Lapo venne ricoverato d’urgenza a Torino); ma senza poi ottenere le decapitazioni ordinate, perché queste sue sfuriate rientravano sistematicamente quando qualcuno riusciva a farlo ragionare.
Quindi Elkann non è un padrone delle ferriere. Anche volendo non avrebbe il fisico. Però, da questo a non dare la linea ai suoi direttori, be’: è diverso, Elkann la linea la dà, eccome. E comunque ha saputo scegliersi, preventivamente, dei direttori (bravi) che la condividono in proprio: se no, non starebbero là!
E non può che essere una linea anti-Meloni.
Innanzitutto perché quest’ultima, continuando colpevolmente a glissare sull’invece indispensabile presa di distanze dai retaggi postfascisti che inquinano il suo elettorato e i suoi sostenitori di piazza, non può ispirare alcuna fiducia appunto sulla distanza incolmabile da qualsiasi forma di razzismo, che Elkann, giustissimamente, sacrosantemente pone al primo posto tra i valori da difendere, per la sua stessa origine e per la sua formazione, e comunque come fa chiunque abbia nel cuore un briciolo di umanità. E invece il razzismo non è stato ancora  abbastanza condannato da un movimento che non ha abiurato nettamente alla continuità con chi inserì le leggi razziali in Italia, una vergogna incancellabile. Dunque, questo è un punto a suo favore della linea anti-Meloni di Elkann come di chiunque.
Dopo di che Elkann farebbe affari col diavolo in persona, se gli convenisse, con un cinismo pari solo alla sua altezza fisica. Perchè proprio con la Meloni no? Davvero solo perché non ha preso le distanze dal razzismo?
Non solo. In questo caso nella testa boccoluta del capo supremo del gruppo olandese Exor, è maturata un’eterogenesi dei fini.
Primo fine, quello ideologico-morale: nessun accordo con i post-fascisti. Secondo fine – e ti pareva: il business.
L’Economist lo spiega assai bene. Meloni e la sua squadra (o squadraccia?) potenzialmente di governo non garantiscono le lobby finanziarie internazionali che trovano nel settimanale britannico il proprio organo di informazione più qualificato ma anche più operoso. Di cosa non le garantiscono? Dell’adesione a un “pensiero unico” che fa guadagnare quelle lobby.
Perché? Perché Meloni, rispolverando tradizionali concetti della destra storica, è statalista e nazionalista. Questi invece – Elkann, i suoi soci e i soci dell’Economist – i soldi li hanno fatti e li fanno proprio con la globalizzazione e con le privatizzazioni! Spieghiamoci ancora meglio: le anime belle alle Elkann sarebbero prontissime a fare affari ad esempio con Erdogan, dittatore islamico della Turchia, genocida dei curdi; ma diffidano della "allineabilità" di un centrodestra a trazione meloniana ai loro interessi finanziari.
Ma c’è una chicca, veramente deliziosa, nell’ultima intemerata ammannita dall’Economist alla Meloni.  Il settimanale ha interpellato un autorevole think-tank, Vision, e il suo capo, Francesco Grillo, cui addirittura l’Economist affida il compito di fare un punto sull’attuazione del programma dettato dalla Commissione agli Stati che, come l’Italia, vogliono i fondi del Pnrr. “Quello che è stato realizzato finora è la parte più facile del Pnrr - denuncia Grillo (nessuna parentela) - Dei 96 obiettivi fissati da Bruxelles e raggiunti dal governo di Draghi, tutti tranne tre riguardavano la creazione di un quadro amministrativo per gli investimenti. Solo 2-3 milioni di euro, meno dello 0,0015%, sono stati effettivamente spesi. Entro il 2026, un governo abituato a fare investimenti di 15 miliardi di euro all’anno dovrà portarli a quasi 50 miliardi di euro. Anche per “Super Mario”, come era conosciuto Draghi, sarebbe stato difficile”.
Chiaro? Per bastonare la Meloni, l’Economist paradossalmente bastona anche Draghi! Una meraviglia.
Resta il fatto – ma la Meloni se ne accorgerà se arriverà davvero a Palazzo Chigi – che la politica economica europea è gestita dalla Commissione e da una serie di comitati d’interesse che tollerano soltanto due “solisti”, in Europa: Germania e Francia. Gli altri Paesi, soprattutto quelli malconci come l’Italia, devono stare al posto loro. Pena bastonate sullo spread.
Anche se la Meloni particolareggiasse il suo (ancora vaghissimo) programma economico, se poi pretendesse di attuarlo davvero fuori dal seminato di Bruxelles e di Francoforte, ovvero di quelle poche lobby delle quali l’Economist è forse non il portavoce ma certo l’espressione più presentabile, pagherebbe un conto salatissimo.
Chiedere, per meglio comprendere, a Giulio Tremonti. Che visse sulla sua pelle l’estromissione grottesca del governo Berlusconi e la sua sostituzione col governo Monti, che non fu in grado di ridurre di un millimetro lo spread (ci riuscì poi Draghi, col “whatever it takes”) nonostante la tosata della finanziaria 2012 e la legge Fornero.
 

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