martedì, 27 Febbraio 2024

Se scoppia la pace tra Russia e Ucraina cosa succederà in economia & investimenti?

La tesi che la fine del conflitto russo-ucraino possa generare un’impennata dell’inflazione e una sofferenza per il dollaro nel breve termine è concreta. Ma nel giro di 6-12 mesi si vedrebbero gli effetti positivi delle cessate ostilità in europa. Ecco gli asset sui quali puntare e quelli da evitare

Ese la fine della guerra non portasse ricadute positive sull’economia e i mercati come tutti si aspettano? Se, per esempio, la cessazione delle ostilità non fosse il fattore di freno per l’inflazione o quello che inverte il binario della recessione rilanciando le relazioni commerciali e la fiducia dei mercati? Sembra un paradosso, ma ci sono valide argomentazioni a sostegno della tesi che la fine della guerra, che tutti ovviamente auspicano, può portare con sé alcuni rischi e molti timori.

La prima considerazione è che i mercati, sostanzialmente in attivo dall’attacco della Russia all’Ucraina del 24 febbraio 2022 e in netto recupero dallo scorso autunno, abbiano già incluso il fattore bellico nelle valutazioni dei titoli azionari. Di più, sembra quasi che il mercato sia indifferente a quanto accade sul fronte dell’Europa orientale.  Lo dimostra la più che tiepida reazione dei mercati, a fine giugno, al tentativo di golpe, o ammutinamento o rivolta, del capo della brigata militare privata Wagner, Evgenij Prigozhin contro il Ministro della Difesa russo, Sergei Shoigu. Solo la storia stabilirà la vera natura dell’operazione, ma i mercati se ne sono comunque curati poco. «Sui mercati abbiamo assistito a un leggero aumento degli acquisti dei beni rifugio. Gli investitori in questo stato di incertezza hanno preferito la strategia “flight to quality”. Acquisti sui metalli preziosi come oro, argento, palladio e platino e acquisti sulle valute considerate rifugio, come franco svizzero e yen giapponese», è il commento di Filippo Diodovich, senior market strategist di IG Italia. «Gli shock causati dal conflitto tra Russia e Ucraina sono già stati in gran parte assorbiti dai mercati, con il prezzo del petrolio tornato ai livelli antecedenti all’inizio della guerra», conferma Matteo Solfanelli, ceo di Investlinx. Che aggiunge: «La fine della guerra non porterebbe a significative riduzioni del prezzo dell’energia, vista la determinazione dell’OPpec nel mantenere il prezzo del petrolio sopra i 70 dollari e la necessità delle economie europee di diversificare le fonti di approvvigionamento energetico attraverso fornitori diversi dalla Russia, al fine di ridurre il rischio geo-politico».

Attenzione al “breve termine”

«La fine della guerra avrebbe effetti sia a breve che a medio termine. Quelli a breve sono molto controintuitivi, come per esempio un’impennata dell’inflazione», esordisce Marco Bernardeschi, responsabile investimenti di Banca Ifigest. Secondo lo strategist, un accordo tra Russia e Ucraina, o addirittura una pace convincente, implicherebbe un cambio di regime in Russia, che avrebbe un effetto inflazionistico per le materie prime, come il petrolio e il gas, in seguito a una probabile interruzione delle forniture. Ma non solo. Secondo lo strategist, in caso di cessate ostilità, nel breve termine ci sarebbe un sommovimento proprio di tutte le materie prime governate in qualche modo dalla Russia, come alluminio, nichel e palladio, di cui Mosca è il principale produttore con una quota del 40 per cento. «Riassumendo, la fine della guerra», afferma lo strategist, «nel breve periodo porterebbe una drastica e momentanea riduzione dell’output di materie prime dalla Russia che implicherebbe un aumento del prezzo del petrolio almeno del 10% in seguito alla diminuzione della produzione, anche considerando la parte dell’Opec che potrebbe coprire parzialmente il deficit». «E non sarebbe immediato il ritorno alle condizioni pre-belliche», aggiunge Bernardeschi. L’aumento dei prezzi delle materie prime includerebbe anche quelle agricole, condizione che favorirebbe nel medio e lungo termine un atteggiamento più accomodante delle Banche centrali, una crescita più graduale e un deprezzamento del dollaro contro tutte le valute, anche dei mercati emergenti. Sarebbe infatti il dollaro, il porto sicuro per eccellenza, a essere maggiormente penalizzato dalla normalizzazione geopolitica. Secondo Bernardeschi, l’euro a pace fatta, potrebbe sfondare quota 1,20, cioè il 10% in più rispetto ai valori di fine giugno. «L’euro è a mio parere svalutato del 25% per molte ragioni», spiega lo strategist. «In primo luogo l’Europa ha avuto per molti anni una crescita del Pil inferiore a quella del resto del mondo. Inoltre i tassi di interesse ad oggi sono largamente negativi in relazione all’inflazione, e ciò rende l’euro poco interessante rispetto ad altre divise».

Fisco e moneta

La fine del conflitto potrebbe avere un impatto marginalmente negativo sulle economie e i mercati finanziari, anche per ragioni fiscali e monetarie. I governi occidentali, come spiega Solfanelli, potrebbero infatti implementare politiche di deficit di bilancio più restrittive, visto che le misure di stimolo volte a mitigare gli effetti del conflitto ucraino non sarebbero più necessarie. «Inoltre la fine del conflitto potrebbe portare a una politica monetaria più aggressiva della Banca centrale europea che, nonostante un’inflazione molto elevata, ha aumentato i tassi di interesse con notevole ritardo rispetto alla Federal Reserve a causa della maggiore incertezza economica posta dalla guerra in Ucraina», aggiunge lo strategist. «In questo contesto caratterizzato da inflazione elevata e rischio recessione anche in assenza di guerra russo-ucraina, i nostri Etf sono pertanto focalizzati su investimenti azionari in business di qualità e su investimenti obbligazionari volti a mitigare il rischio inflazione e di credito, preferendo i mercati occidentali e minimizzando l’esposizione diretta ai mercati emergenti», spiega Solfanelli.

Lungo termine più tranquillizzante

Insomma un piccolo shock inflazionistico, certamente negativo per la crescita economica europea nell’immediato, ma – secondo Bernardeschi – positivo nel medio-lungo termine: «Si tratterebbe di una piccola recessione tecnica, preludio di un ritorno graduale dell’inflazione verso il target del 2% e a una distensione dei rapporti con la Russia», spiega lo strategist. La crisi, secondo Bernardeschi, sarebbe di breve durata, da sei a dodici mesi al massimo, dopodiché le sanzioni sarebbero tolte e i capitali congelati ritornerebbero in Russia, con un miglioramento degli outlook di crescita per l’Europa: «Ci sarebbe un deflusso di capitali verso la parte orientale del continente europeo, che crescerebbe più degli Stati Uniti, e in generale ci sarebbe un ritorno di interesse sull’Europa che già si comincia a intravedere», spiega Bernardeschi. In sintesi, la fine della guerra nel medio e lungo termine porrebbe finalmente termine alle sofferenze dell’Europa e sarebbe addirittura una manna per alcune macroaree depresse, come il mercato azionario europeo e le obbligazioni corporate europee, oltre che per l’oro e per le materie prime. 

Asset favoriti

L’asset che trarrebbe maggior profitto in assoluto da un ipotetico e allentamento delle tensioni geopolitiche, secondo gli strategist, è ovviamente quello azionario, in particolare dei mercati emergenti. 

Anche il settore finanziario europeo sarebbe un jolly vincente. Quanto all’oro, la fine della guerra sarebbe in via teorica negativa, in quanto la sua funzione di hedging o protezione per l’incertezza geopolitica sparirebbe. Ma nella realtà le cose si sono dimostrate diverse. L’attacco all’Ucraina ha supportato l’oro nonostante un vento contrario forte da parte dei tassi di interesse reali e nonostante la tenuta del dollaro forte che è sempre un fattore negativo per il lingotto. Quanto agli asset che soffrirebbero in caso di cessazione della guerra, in prima battuta l’azionario americano, inclusi i titoli tecnologici che sono già molto cari. Ma la fine della guerra potrebbe evitare la recessione, considerata da tutti gli osservatori ormai inevitabile? «Sì, potrebbe dare un impulso affinché il percorso, che sembra designato, di innalzamento dei tassi si possa invertire, mentre aumenterebbe le previsioni di crescita a dodici mesi del Prodotto interno lordo dei Paesi europei e le probabilità di evitare un hard landing», risponde Bernardeschi. Che aggiunge: «Per gli Stati Uniti invece sarebbe un duro colpo».

La tesi prevalente

Ovviamente molti strategist hanno un atteggiamento diverso da quello “contrarian” sinora espresso. Per questi la fine del conflitto avrebbe immediatamente degli effetti positivi sull’economia e i mercati. Verrebbe meno in primo luogo un fattore di incertezza che sta riguardando in particolare l’Europa da oltre un anno. «Anche una semplice dichiarazione di tregua o di “cessate il fuoco” per poter iniziare una fase di serie trattative, migliorerebbe significativamente il sentiment degli investitori», afferma Massimiliano Maxia, senior product specialist di Allianz Global Investors. «Sembra però, anche alla luce delle ultimissime vicende interne russe, che le possibilità di una soluzione positiva al conflitto nel breve termine siano in questo momento estremamente basse», aggiunge Maxia. Secondo lo strategist, la prima conseguenza di questa situazione è che probabilmente continueremo a vedere una volatilità alta per quanto riguarda i prezzi delle principali materie prime, che colpisce molti Paesi dell’area euro che non sono indipendenti dal punto di vista soprattutto energetico. 

«Questo è stato sicuramente un fattore importante nella risalita dell’inflazione, sebbene non l’unico, e conseguentemente, nelle decisioni di politica monetaria che la Banca centrale europea ha dovuto prendere», è il commento di Maxia. Lo scoppio del conflitto ha infatti avuto già un impatto importante sull’economia europea, con la Germania in recessione tecnica e l’area euro nel suo complesso che mostra una crescita economica nel migliore dei casi anemica. «Ribadisco che il conflitto non è l’unica ragione di questa debolezza economica, ma di certo è un fattore importante, anche se un suo eventuale termine in tempi brevi non riuscirebbe molto probabilmente a far rientrare velocemente l’inflazione», aggiunge Maxia. Se è vero che il positivo andamento dei mercati finanziari, e di quelli azionari in particolare, dall’inizio del 2023 mostra come, alla fine, ci si abitui al perdurare di situazioni di incertezza, secondo Maxia, la fine del conflitto sarebbe estremamente positiva ovviamente per l’Europa. «Lo sarebbe soprattutto per i mercati emergenti dell’est europeo, come per esempio la Polonia che, trovandosi ancora più vicini al conflitto, sono stati impattati decisamente in maniera negativa», conclude Maxia.

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