martedì, 27 Febbraio 2024

Il lavoro nobilita l’over-65

In Italia la popolazione tra i 55 e i 64 anni partecipa all’attività produttiva per il 54,9%, contro la media Ue 27 del 62,6%. Questo gap va assolutamente colmato nell’interesse dei senior ma anche della collettività

I dati sul lavoro più recenti sono in leggero miglioramento: meno disoccupazione e persino un filo meno inoccupazione. Restano però al palo molte delle competenze ricercate dalle aziende, non necessariamente tra le più specialistiche, perché mancano le risorse.

La forza lavoro italiana è diminuita tra il 2012 e il 2022 di 750mila unità, ma le previsioni peri prossimi decenni sono molto peggiori: la popolazione in età lavorativa è prevista infatti in diminuzione dagli attuali 37 milioni a 33 nel 2042 e a 28,9 nel 2070. Se la proporzione tra persone che potrebbero lavorare e persone che risultano ufficialmente occupate resta la stessa (61%, la più bassa d’Europa) – e nessuno vuole sdoganare una strategia dell’immigrazione, da non confondersi con una doverosa e condivisa accoglienza dei profughi – vuol dire che tra meno di vent’anni avremmo poco più di 20 milioni di occupati e nel 2070 poco meno di 18 milioni nel 2070. Prospettiva inquietante.

In questo quadro il lavoro senior, l’unica fascia crescente di forza lavoro, potrebbe rappresentare una risorsa. Per le competenze e conoscenze di cui dispone, spesso buttate con l’acqua sporca dei pre-pensionamenti, ma anche perché la nostra economia ne ha bisogno. Senza contare il bisogno che tutti abbiamo di ridisegnare la mappa della seconda parte della vita, prolungando il ciclo lavorativo perché nessuno società può sostenere pensionamenti di 25-30 anni.

Secondo Itinerari Previdenziali il nostro Paese “vede una scarsa partecipazione alle forze di lavoro dei lavoratori più ‘anziani?: nel terzo trimestre 2022, anche a causa delle continue agevolazioni tipo quota 100, l’Italia si posiziona agli ultimi posti della classifica europea con un tasso di occupazione nella fascia di età 55-64 anni rispetto al totale della popolazione residente pari al 54,9% contro una media Ue 27 del 62,6%”. Germania e Paesi Bassi, aggiungiamo, ben oltre il 70%.

Così, senza giovani e con pochi anziani ancora attivi professionalmente, la forza lavoro italiana è in via di estinzione.

Tornando al punto da cui siamo partiti, in questo quadro la promozione del lavoro senior, almeno quello che non è usurante, dovrebbe essere al centro dell’attenzione: incentivato, facilitato, valorizzato.

Intoo, la società di Gi Group Holding specializzata nella cura dell’employability, è tra le prime a sviluppare programmi con le aziende clienti per ripensare l’engagement dei lavoratori senior, le loro mansioni, il loro ruolo e le modalità del loro lavoro perché sia più soddisfacente e sostenibile. «Da parte loro i senior devono maturare consapevolezza delle proprie abilità e sostenere la propria capacità di produrre reddito finché se ne ha bisogno, in una visione integrata vita/lavoro/pensione che può aprire una nuova fase professionale per chi decide di proseguire e restare attivo, anche a tempo parziale o con una transizione graduale», spiegano dalla società. «L’importante è investire precocemente e costantemente nella propria formazione continua, con flessibilità e proattività, per restare allineati con le competenze richieste dall’evoluzione dei ruoli. In un contesto di forte mismatch tra domanda e offerta, profili che non si trovano e people scarcity che stanno caratterizzando il mondo del lavoro da anni e che si andranno acutizzando, oggi il patrimonio di skill maturate dai lavoratori più senior può essere molto prezioso». Dall’altra parte le aziende devono sviluppare l’“intelligenza demografica” del management e di tutta la forza lavoro, affinché ognuno possa comprendere a fondo la sfida di questa società della longevità, i rischi e le opportunità, e ridisegnare il proprio ruolo al suo interno. L’Associazione dei Geriatri italiani già nel 2018 aveva suggerito di spostare in avanti di 10 anni l’inizio ufficiale dell’età di vecchiaia, dagli attuali 65 ai 75 anni. Molti dei 65enni stanno infatti bene e sarebbero anche disposti a proseguire la propria attività se le condizioni di lavoro fossero riviste o a tornare a lavorare, dopo il pensionamento, con tempi ridotti e maggiore autonomia. Quanto porterebbe tutto questo in termini di produttività aziendale e benessere individuale? Proprio qualche settimana fa lo spazio settimanale di approfondimento di Milena Gabanelli era dedicato all’effetto destabilizzante del pensionamento per la salute di una persona, specie se anticipato, in termini di accelerazione del decadimento fisico e cognitivo. E infine quanto margine di maggiore resilienza economica darebbe la prosecuzione di un’attività retribuita al pensionato in clima di super-inflazione?

«Chiariamo subito che per andare in pensione al momento della richiesta occorre interrompere il rapporto di lavoro fino alla decorrenza del trattamento pensionistico» commenta Clara Frattini, avvocata giuslavorista. «Salvo poi essere riassunto. Mantenere, riassumendolo dopo il pensionamento, o richiamare un lavoratore pensionato è faccenda molto delicata per l’azienda perché non deve dare l’impressione di far uscire il lavoratore dalla finestra del lavoro dipendente per farlo rientrare da quella del collaboratore solo per propria convenienza».

«Un pensionato può accedere a tutte le forme contrattuali previste dal nostro ordinamento giuridico come il lavoro subordinato – a tempo determinato o indeterminato -, le collaborazioni coordinate e continuative o le prestazioni occasionali, queste ultime però con i limiti di reddito posti dalla legge», continua Frattini . «Così come  può lavorare quale lavoratore autonomo – libero professionista a partita Iva- o titolare di impresa Individuale. Tranne i casi di chi vada in pensione con una Quota, soluzioni di anticipazione che per un periodo successivo al pensionamento non ammettono il cumulo di reddito pensionistico con un reddito da lavoro, oggi il lavoratore pensionato può lavorare in qualunque forma cumulando i due redditi e continuando a contribuire a un extra reddito pensionistico. Tra i contratti utilizzabili dai senior c’è anche il lavoro intermittente, una particolare forma di lavoro subordinato destinato a lavoratori over 55 – oltre che under 24 -, che permette di lavorare a chiamata in modo discontinuo quando si verifichino per l’azienda esigenze specifiche individuate nei contratti collettivi. In questo caso si hanno due fattispecie: quella con obbligo di disponibilità – nella quale il lavoratore resta per contratto “a disposizione” e nei periodi in cui non lavora è coperto comunque da indennità di disponibilità, e quella in cui questa disponibilità non è prevista, pertanto il lavoratore nei periodi in cui non lavora non riceve alcun trattamento economico e normativo. A eccezione di alcuni settori, come il turismo, i pubblici esercizi e lo spettacolo, il contratto di lavoro intermittente con lo stesso datore è concesso solo fino a 400 giornate di effettivo lavoro in 3 anni. Sforando questo limite il contratto si trasforma automaticamente in un rapporto di lavoro a tempo pieno e indeterminato. Un’altra soluzione è il lavoro in somministrazione cioè intermediato da un’agenzia per il lavoro che da una parte garantisce la triangolazione con le esigenze delle aziende e dall’altra tutela la flessibilità ricercata dai lavoratori. Questo tipo di contratto può essere a tempo determinato o indeterminato e comunque il contratto di lavoro è tra il lavoratore e l’agenzia del lavoro».

L’impressione è che il lavoro senior nel secondo più vecchio Paese al mondo avrebbe bisogno di maggiori riflessioni e incentivazione, tanto più che tutti gli esperti negano una correlazione tra l’uscita di un senior e l’entrata di un giovane. Anzi, i Paesi del nord Europa, dove la percentuale di lavoro senior è molto più alta che da noi, hanno meno disoccupazione giovanile. «Credo che ci sia spazio per una maggiore flessibilità e creatività nella gestione del lavoro senior da parte di tutti i soggetti coinvolti: regolatori, imprese, sindacati e infine degli stessi lavoratori”, conclude l’avvocato Frattini. «Ѐ sempre questione di consapevolezza e buona volontà in fin dei conti».

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