martedì, 27 Febbraio 2024

Intermonte: troppi delisting, gli investitori convergono sulle blue chips

Intermonte presenta la settima edizione dei Quaderni di ricerca, studi sul mercato azionario realizzati in collaborazione con la School of management del Politecnico di Milano. Quest’anno la ricerca propone un’analisi sulla presenza, nel corso degli ultimi 15 anni, di investitori istituzionali (in i particolare fondi di investimento italiani e internazionali) nel capitale delle imprese quotate in Italia, con focus sugli indici FTSE MIB (l’indice delle 40 principali blue chips), FTSE Italia Mid Cap (l’indice delle 60 imprese a maggiore liquidità e capitalizzazione, non comprese nel precedente listino) e sul FTSE Italia Small Cap.

Premessa: la debolezza del mercato domestico

Il listino azionario italiano, nonostante l’incremento complessivo del numero di società quotate grazie prevalentemente al contributo di Euronext Growth Milan, evidenzia oggi un rapporto capitalizzazione su PIL inferiore rispetto a quello precedente la crisi finanziaria del 2008-2009.
Il numero di società quotate sul listino principale continua a scendere e negli ultimi 15 anni sono stati persi diversi miliardi di euro in termini di capitalizzazione a causa dei frequenti delisting (€ 2,8 miliardi solo 2023).
Se si osserva il controvalore degli scambi, nel 2007 questo ammontava in media a € 6,2 miliardi al giorno, contro i € 2,21 miliardi (quasi un terzo) del 2022 e i € 2,27 miliardi del 2023. Inoltre, gran parte degli scambi continua a concentrarsi sulle blue chips, con un incremento della percentuale negli ultimi 6 anni (da 87,7% a 89,9% nel 2022), nonostante l’approdo a Piazza Affari di molte Small Cap.

I risultati dello studio

  • Il listino azionario italiano regolamentato presenta oggi un rapporto capitalizzazione su PIL inferiore rispetto a quello precedente la crisi finanziaria del 2008-2009: i tanti delisting hanno causato un’importante perdita di capitalizzazione e il valore giornaliero degli scambi nel 2023 è crollato a € 2,27 miliardi (vs € 6,2 miliardi nel 2007)
  • Gli investitori istituzionali, in particolare quelli domestici, svolgono un ruolo chiave per rendere più attrattivo e competitivo il listino italiano
  • Negli ultimi 15 anni, le strategie di investimento dei fondi sul mercato italiano si sono rivelate eterogenee. Nel caso delle blue chip, gli investimenti totali sono cresciuti fino al 2018, per poi cominciare a calare. Negli indici a minore capitalizzazione la loro presenza è abbastanza stabile
  • I fondi italiani mostrano una presenza sostanzialmente stabile nelle blue chips, mentre sono più attivi nei segmenti a minore capitalizzazione: sul FTSE MIB si sono attestati negli ultimi anni intorno al 10% (8% nel 2023); sulle Mid Cap sono arrivati vicini al 20%, rispetto ad una media pre-PIR del 15%; sulle Small Cap, grazie ai PIR, sono arrivati ad un massimo del 34%, per poi stabilizzarsi intorno al 30% circa del totale

“Il listino azionario italiano – ha commentato Guglielmo Manetti, amministratore delegato di Intermonte – è purtroppo caratterizzato da alcuni limiti evidenti: la mancanza di una base consistente di investitori residenti, la storica dipendenza delle imprese dal sistema bancario che riduce la domanda di capitali da altre fonti di finanziamento come le IPO e una generale difficoltà nell’attrarre investitori. Proprio l’attrattività della nostra piazza finanziaria nei confronti degli investitori istituzionali, in particolare quelli domestici. Questi infatti apportano liquidità, sono investitori ‘stabili’ e svolgono un ruolo di monitoraggio e di ‘stewardship’ nei confronti delle imprese partecipate, spronandole a migliorare i propri risultati finanziari e non finanziari. La loro presenza poi è particolarmente importante per le imprese a media e bassa capitalizzazione, che più di altre, nonostante performance storiche brillanti, rischiano di non ottenere una copertura adeguata dal mercato e sono trascurate dai grandi asset manager.

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