La guerra tra Stati Uniti e Iran si prepara a spostarsi con ancora maggiore forza dal terreno militare a quello finanziario. Il segretario al Tesoro Scott Bessent ha annunciato l’avvio di un “D-Day economico” contro Teheran, promettendo una stretta destinata a colpire non soltanto l’economia iraniana, ma anche Paesi, società e intermediari che continueranno a mantenerne aperti i canali commerciali. Washington punta così all’isolamento finanziario del regime, mentre la risposta iraniana porta direttamente al cuore dell’economia mondiale: il petrolio e lo Stretto di Hormuz.
Il “D-Day” di Bessent: colpire le ultime vie finanziarie
Bessent ha definito quella in partenza la più vasta offensiva finanziaria mai organizzata dagli Stati Uniti contro un avversario. I dettagli saranno illustrati nelle prossime ore, ma la direzione è già chiara: restringere ulteriormente le vendite di petrolio, i pagamenti, i trasporti e le reti commerciali attraverso cui Teheran continua a ottenere valuta e accesso ai mercati. Dopo anni di sanzioni, Washington vuole dunque aumentare la pressione anche sulle controparti estere che rendono possibile la sopravvivenza dei flussi iraniani.
La pressione si sposta sui Paesi che commerciano con Teheran
Il bersaglio non è più soltanto l’Iran. Bessent ha avvertito che chi continuerà a sostenere economicamente Teheran rischierà conseguenze nei rapporti con gli Stati Uniti e con i principali circuiti finanziari internazionali. Il messaggio riguarda soprattutto i partner che acquistano energia iraniana o ne facilitano i pagamenti. Sullo sfondo c’è la Cina, già chiamata da Washington a collaborare: Pechino ha respinto la logica delle sanzioni e chiesto una soluzione diplomatica. La strategia americana punta quindi a trasformare l’accesso ai capitali globali in una leva geopolitica.
Hormuz torna al centro: la minaccia che scuote il petrolio
La risposta iraniana rende il confronto molto più rischioso. Mohsen Rezaei, segretario del Consiglio supremo per la sicurezza nazionale, ha minacciato che, se la guerra economica continuerà, dal Golfo non verrà esportato petrolio. Il nodo è lo Stretto di Hormuz, uno dei principali colli di bottiglia energetici del pianeta: secondo l’EIA, i flussi di greggio e prodotti petroliferi sono scesi da 21,6 milioni di barili al giorno nel quarto trimestre 2025 a appena 4,9 milioni nel secondo trimestre 2026. Nel fine settimana il traffico navale è rimasto circa il 90% sotto i livelli precedenti al conflitto.
Un’economia iraniana già fragile, ma il conto può diventare globale
La nuova stretta arriva su un’economia già segnata da inflazione elevata, svalutazione della moneta, sanzioni, danni alle infrastrutture e difficoltà energetiche. Ma l’effetto non si fermerebbe ai confini iraniani: un’ulteriore riduzione dei flussi attraverso Hormuz aumenterebbe i costi di trasporto e assicurazione e potrebbe riaccendere la volatilità sui mercati dell’energia. L’EIA ricorda che le tensioni sullo Stretto hanno già spinto il Brent fino a 105 dollari a luglio. La nuova offensiva di Washington diventa così una partita tra pressione su Teheran e rischio energetico per l’economia mondiale.

