Petrolio, il Brent resta sopra 90 dollari: i mercati aspettano la stretta di Bessent sull’Iran

Dopo due settimane di rialzi il petrolio tira il fiato, ma la tensione resta alta. Nelle prime contrattazioni di lunedì il Brent è tornato verso 93 dollari al barile, mentre il Wti si è mosso poco sopra gli 85 dollari, con gli investitori in attesa delle nuove sanzioni americane contro l’Iran. Il segretario al Tesoro Scott Bessent illustrerà oggi una strategia definita da Washington come la più dura mai adottata contro Teheran. Il vero nodo per i mercati sarà capire quanto l’offensiva economica riuscirà a ridurre le esportazioni iraniane senza provocare nuove tensioni sulle forniture globali.

Brent sopra i 90 dollari dopo due settimane di rialzi

Il mercato arriva all’appuntamento dopo una forte risalita. Radiocor rileva che il Brent ha guadagnato circa il 13% in quindici giorni, mentre lunedì mattina arretrava dell’1,28% a 93,18 dollari; il Wti perdeva l’1,62% a 85,65 dollari. Poco dopo Reuters indicava prezzi rispettivamente intorno a 93,07 e 85,64 dollari. Il movimento riflette una fase in cui il premio geopolitico resta incorporato nelle quotazioni, nonostante la flessione della seduta.

Bessent prepara la stretta: il petrolio è il bersaglio decisivo

Bessent ha promesso quelle che ha definito le “sanzioni più dure della storia“, con l’obiettivo di aumentare la pressione economica sull’Iran e sui Paesi che continuano a sostenerne gli scambi. Secondo Reuters, il Tesoro americano considera il greggio uno dei canali centrali della strategia, perché le esportazioni energetiche rappresentano una fonte fondamentale di valuta per Teheran. Gli analisti di Tiger Brokers citati da Radiocor osservano che proprio il petrolio sarà probabilmente il principale veicolo attraverso cui una stretta più severa potrà trasmettersi ai mercati.

Il nodo è la Cina, primo compratore del greggio iraniano

La parte più complessa riguarda Pechino. Secondo i dati 2025 di Kpler citati da Reuters, la Cina assorbe oltre l’80% del petrolio iraniano trasportato via mare: colpire davvero le entrate di Teheran significherebbe quindi aumentare la pressione anche sugli acquirenti e sugli intermediari cinesi. Reuters segnala che le offerte di greggio iraniano verso la Cina sono già diminuite e che le esportazioni dell’Iran sarebbero scese in agosto a circa 534 mila barili al giorno, rispetto a una media di 1,4 milioni nel 2025. Una stretta ulteriore rischierebbe però di aprire un nuovo fronte nei rapporti economici tra Washington e Pechino.

Sanzioni più dure, ma cresce il rischio di una reazione iraniana

È proprio questo equilibrio a frenare il mercato. Gli esperti di Pepperstone citati da Radiocor avvertono che un piano capace di interrompere in modo significativo gli acquisti di greggio iraniano comporterebbe “notevoli rischi di esecuzione e di reazione“. Teheran ha già minacciato di bloccare completamente le esportazioni di petrolio dal Golfo se la guerra economica dovesse intensificarsi, mentre Reuters rileva che i flussi attraverso lo Stretto di Hormuz restano fortemente ridotti rispetto ai livelli precedenti al conflitto. La sfida di Washington sarà quindi stringere l’assedio finanziario senza provocare uno shock petrolifero capace di colpire anche economie e consumatori occidentali.

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