La Bce prende tempo sui tassi, ma lascia aperta la porta a una nuova stretta già nei prossimi mesi. Dai verbali della riunione del 22 e 23 luglio emerge un Consiglio direttivo unanime sulla scelta di mantenere invariato il costo del denaro, dopo l’aumento deciso a giugno. La pausa, tuttavia, non va letta come la fine del ciclo restrittivo: Francoforte aspetta i dati di settembre per capire se lo shock energetico resterà temporaneo o finirà per alimentare pressioni più persistenti sui prezzi.
Tassi fermi, ma il Consiglio tiene aperte le opzioni
“Tutti i membri” hanno concordato sulla proposta del capo economista Philip Lane di lasciare invariati i tre principali tassi Bce. Nei verbali si sottolinea che “l’incertezza è rimasta elevata” e che il pieno impatto inflazionistico dello shock energetico deve ancora manifestarsi. Dopo il “tempestivo e opportuno aumento” di giugno, la pausa consente alla banca centrale di restare “ben posizionata per gestire l’incertezza” legata al conflitto in Medio Oriente.
Lo shock arriva dall’energia, non dalla domanda
La cautela deriva soprattutto dall’origine della nuova pressione sui prezzi. Secondo le analisi riportate nei verbali, l’aumento dell’inflazione registrato finora è riconducibile “quasi interamente all’andamento dell’offerta energetica”, con un apporto praticamente nullo della domanda aggregata e della politica fiscale. Per questo un nuovo rialzo non colpirebbe direttamente la causa dello shock. Le aspettative di lungo periodo, inoltre, restano ben ancorate intorno all’obiettivo del 2%.
Una parte del board era già pronta a stringere
Nel Consiglio non manca però una componente più restrittiva. “Alcuni membri” hanno osservato che non si sarebbero opposti a un aumento dei tassi già nella riunione di luglio, ritenendo necessario un “ulteriore inasprimento” della politica monetaria. Secondo questa posizione, i tassi dovrebbero entrare in territorio moderatamente restrittivo, anche alla luce dell’accelerazione del credito a imprese e famiglie, segnale che l’attuale livello del costo del denaro potrebbe non rappresentare ancora un freno sufficiente all’economia.
Settembre diventa lo snodo per la Bce
La questione decisiva, scrive la Bce, resta capire se l’inflazione rifletta “una perturbazione temporanea dal lato dell’offerta” oppure pressioni sottostanti più diffuse. Il Consiglio ammette di “non avere ancora sufficiente visibilità” per scegliere tra i due scenari. A settembre arriveranno nuove proiezioni, la stima del Pil del secondo trimestre e ulteriori dati su inflazione e salari, che permetteranno di valutare anche gli effetti del rincaro del gas e degli elevati spread di raffinazione.
Il messaggio ai mercati resta quindi volutamente aperto. La Bce continuerà con un approccio “basato sui dati“, prendendo le decisioni riunione per riunione e senza definire in anticipo una traiettoria. Francoforte avverte però che la pausa di luglio non significa “la fine del ciclo di inasprimento monetario”: un ulteriore rialzo potrebbe rendersi necessario se le prospettive sull’inflazione non dovessero migliorare in maniera significativa. Allo stesso tempo, il Consiglio precisa di non essersi impegnato in anticipo a intervenire già a settembre.

